29/03 #vivificare

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IL POTERE DI VIVIFICARE DEL FIGLIO COME IL PADRE

“Il Dio che ci trascende è un Dio umano, un Dio che ama gli uomini, che si preoccupa della loro storia. L’umanità di Dio si incontra con l’umanità degli uomini e la eleva.” [Edward Schillebeeckx]


Gv 5,17-30

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati. Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. Da me, io non posso far nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

All’accusa dei giudei di fare tali cose di sabato, il punto di vista espresso  di Gesù porta in alto sul suo potere di dare vita  <<il Padre mio lavora fino adesso ed anche io lavoro>>. Per Gesù le azioni compiute di sabato. al fine di restituire gli uomini alla vita ed alla relazione piena con Dio, non sono trasgressione del comando del riposo, ma piena attuazione del significato  simbolico ed escatologico della sua osservanza. Cioè nell’ irrompere del dono pieno della vita, che è significato nella potenza con cui Gesù restituisce la salute a  chi da <<parecchio tempo>> l’ attende impotente. Dio è il Padre che anche in giorno di sabato “lavora”, suscitando alla vita chi nasce e giudicando chi muore. E’ del suo “lavorare” che Gesù si fa carico in qualità di Figlio  con libertà ed urgenza. Il “lavorare” con cui  Gesù restituisce all’ infermo libertà, movimento ed abilità rispecchia il comando primordiale all’uomo atteso da Dio nel suo stesso riposo, in quanto “operare”  senza pausa che tende al dono totale della vita. Il potere di donare la vita viene a Lui da Dio, ed il segno dell’agire di Dio.

p. Domenico Pizzuti della comunità dei gesuiti di Scampia (NA)

28/03 #guarigione

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IL PROFETA DI NAZARETH PORTA VITA ALLE INFERMITA’ UMANE

“Essere liberi non significa nient’altro che stare nell’amore: stare nella verità di Dio.” [Dietrich Bonhofer]

Gv 5,1-16
Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina?”». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Dopo aver raccontato, attraverso un crescendo di segni, incontri e dialoghi individuali il modo con cui Gesù dischiude la vita a coloro che a Lui si rivolgono con fede, l’evangelista conduce il lettore ad un punto di svolta nella narrazione. In seguito alla guarigione in giorno di sabato   del paralitico abbandonato presso la piscina di Bethesda che sulla parola di Gesù lascia  il suo lettuccio e riprende  a camminare ed alle parole con cui Gesù la giustifica, si manifesta il conflitto con i Giudei custodi della Legge ebraica. Ostilità che nel prosiego del ministero di Gesù lo porterà alla sua Pasqua di morte e  resurrezione. Terreno comune  del dialogo tra i Giudei ed il paralitico, e tra i Giudei e Gesù è la guarigione dell’infermo gesto che configura la  violazione delle prescrizioni del  sabato. Lo scandalo e la persecuzione dei Giudei più a fondo riguarda la sua dichiarazione <<Dio suo padre, facendo se stesso eguale a Dio>> (v. 18), che manifesta un <<potere di vivificare>> (v.21)  del Profeta di Nazareth che porta vita alle infermità umane, a cui Giudei chiudono gli occhi,   perchè disconoscono un Dio di vita.

p. Domenico Pizzuti della comunità dei gesuiti di Scampia (NA)

27/03 #dinuovo

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“DI NUOVO” GESU’ SI TROVA ED OPERA A CANA CON PAROLA EFFICACE

“Noi facciamo un altro tentativo con la verità… Orsù!” [Nietzsche]


Gv 4,43-54

In quel tempo, Gesù partì [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.
Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire.
Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.
Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia.
Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.

Prima di raccontare il miracolo, secondo dei segni compiuti a Cana di Galilea,l’evangelista sottolinea la gioia con cui i galilei lo accolgono, memori di quanto avevano visto operare da Gesù nel pellegrinaggio a Gerusalemme. La presenza ed il passaggio di Gesù produce gioia non solo per i  segni di vita che diffonde, ma per quello che rivela  della volontà di amore e vita per il mondo.
Il racconto della guarigione a distanza del figlio del funzionario regio  è racchiuso tra  due riferimenti al segno di Cana, che ne manifestano il significato del progredire del ministero di Gesù: <<di nuovo>> si trova ed agisce  a Cana (v.46), <<di nuovo>>  egli  fa <<fa un segno>>, di nuovo la sua presenza provoca una richiesta di aiuto persistente, nonostante la il suo tentativo iniziale di sottrarsi e infine esaudita (vv.47-49); la presa di distanza ammonitrice  di Gesù (v.48) risulta sopraffatta dalla sua percezione del bisogno e dalla fiducia di chi chiede.
Come nel caso del miracolo di Cana, nello sviluppo del racconto risultano centrali la “parola” di Gesù (è alla parola “efficace” di  Gesù che il funzionario  regio crede) ed il riferimento temporale del miracolo. A questa parola di vita fa seguito come immediata reazione la fede dell’uomo e del suo nucleo domestico. Ciò che viene tematizzato non è l’inadeguatezza di una fede basata su segni e prodigi, ma il manifestarsi progressivo della rivelazione di Gesù ed in lui dell’amore e della volontà di vita di Dio verso il mondo nel segno di una parola efficace sul corpo.

p. Domenico Pizzuti della comunità dei gesuiti di Scampia (NA)

Non ti voglio più vedere! L’illusione di lasciare la realtà fuori dalla porta

rigantur mentes

Meditazione sul Vangelo

della IV domenica di Quaresima anno A

26 marzo 2017

Gv 9,1-41

Praetende mihi lumen tuum, revoca me ab erroribus.

Sant’Agostino

Non sempre abbiamo voglia di vedere come stanno le cose. Molte volte preferiamo essere ciechi perché ci fa comodo: non vogliamo vedere la realtà di un amore finito, di una situazione che ci dà torto, non vogliamo vedere i nostri errori.

A volte giriamo la faccia per non vedere, in modo da evitare di prenderci le nostre responsabilità. A volte chiudiamo gli occhi per non sentire il dolore, ma il dolore arriva lo stesso. Chiudiamo gli occhi anche per continuare a vivere nelle nostre fantasie e per continuare a credere che il mondo sia proprio come noi lo immaginiamo, fino a quando la realtà bussa alla nostra porta. Ci rendiamo ciechi, come Edipo nella tragedia di Sofocle, perché non ci sentiamo in grado di sostenere…

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25/03 # annunciazione

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ANNUNCIAZIONE: qualcuno che sa ascoltare e lasciare spazio

Lc 1,26-38
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

In quella quotidianità così banale, così piena di vita, come in un vicolo di Napoli, c’è una donna che sa ascoltare. È certamente una donna che sa amare.
Maria è vergine perché sa fare spazio dentro di sé. Maria è vergine perché sa accogliere, perché non si mette al centro, sa farsi da parte.
Maria è vergine perché lascia che Dio sia il protagonista della sua vita.
Maria è la madre di quelle donne e di quegli uomini che sanno dire no alla sete di potere, al culto dell’immagine, alla seduzione del guadagno facile.
Maria è vergine perché per amore è disposta a mettersi in gioco, anzi a giocarsi la vita.
La verginità è lasciare spazio a Dio perché generi in me qualcosa di nuovo: «era il sesto mese per lei». Luca gioca sul senso di questo numero che rievoca il sesto giorno della creazione, quello in cui viene creato l’uomo. La Parola di Dio ci ri-genera, ci ri-crea.

«E l’angelo partì da lei», ma la Parola no, non partì da lei, la parola si fermò in lei, prese dimora, lì, in quella casa, tra la stufa per cucinare e il secchio per lavare i pavimenti.

p. Gaetano Piccolo sj

24/03 #compito

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COMPITO: … quello della vita è lasciarsi amare ed amare …

 
Mc 12, 28-34
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
 
Che gioia sentire da Gesù che il primo comandamento è l’amore! Gioia perché amare corrisponde esattamente al desiderio del nostro cuore, fatto per vivere nell’amore condiviso.
Ma se è un desiderio del nostro cuore, perché deve essere comandato? O c’è on non c’è!!? Abbiamo ragione! Se Dio non avesse messo nel nostro cuore l’anelito profondo verso l’amore, un comandamento sarebbe del tutto inutile!! Quindi amare è innanzitutto un dono …
Tuttavia l’amore non è un dinamismo spontaneo, esige la nostra fattiva collaborazione, che mettiamo al servizio dell’amore le nostra capacità di pensare, sentire ed agire.
Il nostro amore, presente, è però sempre mescolato a tante altre cose, e l’esperienza quotidiana lo dimostra …
Allora abbiamo sempre bisogno di un invito forte, che non distolga le nostre attenzioni ed i nostri sforzi al più grande compito della vita: lasciarsi amare ed amare!

23/03 #riconoscere

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RICONOSCERE: il mio cuore è un campo di battaglia

“Presuppongo che esistono in me tre tipi di pensieri, cioè uno mio proprio, che deriva unicamente dalla mia libertà e dalla mia volontà, e gli altri due che provengono dall’esterno, uno dallo spirito buono e l’altro dallo spirito cattivo.” [S. Ignazio di Loyola]

 

Lc 11,14-23
In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino. Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde.

Siamo di fronte allo scontro tra Gesù e le forze del male. Gesù si manifesta come colui che libera l’uomo dal male. Il nostro cuore è un terreno di lotta, di combattimento e continuamente siamo chiamati a schierarci, a scegliere. Dove mi colloco? Cosa scelgo?
Anche Sant’Ignazio ci ricorda (negli Esercizi Spirituali) che nel nostro cuore non parla solo il Signore ma anche il nemico. Pertanto il nostro cuore è un terreno di lotta. Sono presenti tre combattenti principali: io che sono nel mezzo, il più piccolo, forse indifeso come un bambino, con poca forza, ma pur sempre libero di scegliere. E poi il nemico, colui che accusa e divide. E, infine, il consolatore, lo Spirito Santo, la presenza di Dio in noi: Dio che comunica le Sue parola, ispirazioni. Lo Spirito è colui che consola, che ci sostiene, ci rialza.
Il Signore ridona all’uomo la sua umanità, restituisce l’uomo a se stesso. Ed ogni volta che mi allontano da lui, taglio il filo della relazione mi ritrovo senza punti di riferimento, smarrito in un eterno vagare. Proprio il perdere i punti di riferimento, lo smarrirsi sono le più grandi armi del nemico perché così può rinchiuderci nelle trappole del rimpianto del passato o nella paura del futuro . E in questo modo ci ritroviamo come esiliati, non più padroni di casa nostra. Il divisore, l’accusatore vuole occupare lo spazio del cuore, e noi giochiamo un ruolo decisivo. Possiamo scegliere tra la diffidenza e la fiducia. La diffidenza, ispirata dalla paura, che ci inciterà nel cercare la salvezza da soli, e  la fiducia, ispirata dalla fede, che ci incoraggerà a vivere delle imprese di Dio, a sperare nell’intervento dello Spirito Santo.