GET UP and WALK 27/4 Dove sarà finita la chiave?

di P. Gaetano Piccolo, gesuita
 
Gv 20,19-31

Ricordate Alice nel Paese delle meraviglie quando non riesce ad uscire dalla stanza che dà sul giardino e nella quale è precipitata?

«Dopo un po’, constatando che non succedeva più nulla, decise di entrare nel giardino, senza indugi; ma, purtroppo per la povera Alice!, quando arrivò alla porta, si accorse d’aver dimenticato la piccola chiave dorata e, quando ritornò al tavolo per prenderla, realizzò che non c’era possibilità di riacciuffarla: la poteva vedere chiaramente attraverso il vetro e fece del suo meglio per arrampicarsi su, lungo una delle gambe del tavolo, ma era troppo scivoloso; e, quando si trovò sfinita a furia di tentare, la dolce creatura si sedette e iniziò a piagnucolare».

A causa di quello che ha bevuto e poi di quello che ha mangiato, Alice diventa prima troppo piccola per poter prendere la chiave che apre la porta e poi troppo grande per poter uscire dalla porta. Solo quando troverà il cibo giusto (i sassolini che piovono dal cielo e diventano pasticcini quando toccano terra) riuscirà anche a ritrovare le sue dimensioni adatte per poter uscire dalla porta.

Chissà, forse Lewis Carroll, l’autore di Alice nel Paese delle meraviglie, pensava a tutte quelle situazioni in cui cadiamo, precipitiamo, e da cui non riusciamo ad uscire: nonostante i nostri tentativi, i nostri sforzi, ci sembra di non essere mai delle dimensioni giuste per affrontare la porta che ci permetterebbe di uscire.

Mi è venuto in mente questo passaggio della storia di Alice, riflettendo su questo testo di Giovanni: anche i discepoli sono chiusi dentro, non sanno come uscirne, sono spaventati e si sentono inadeguati rispetto a quello che c’è fuori.

È un’immagine strana quella che ci viene presentata da questo passo del vangelo. È come se fosse il negativo del sepolcro di Gesù: lì la pietra è stata rotolata e Gesù non è più nel sepolcro, qui invece le porte sono chiuse e i discepoli stanno dentro morti di paura. È come se i discepoli (noi?) non riuscissero a fare a meno di un sepolcro.

I discepoli hanno trasformato il Cenacolo in una tomba, si sono chiusi dentro e non sanno più come uscirne, hanno perso la chiave. Il Cenacolo è la loro vita, la loro storia, il luogo dove sono avvenuti gli incontri importanti della loro vita, dove hanno celebrato l’amore, il dono, l’amicizia. Il Cenacolo, la vita, diventa sepolcro quando Gesù non c’è, forse quando non lo sentiamo presente, quando abbiamo paura che ci abbia abbandonato, quando Gesù ci sembra un fantasma. Sì, a volte trasformiamo la vita in un sepolcro, ci chiudiamo dentro e sbarriamo in maniera così ossessiva le porte del nostro cuore che Gesù deve passarci attraverso: Gesù non entra perché i discepoli gli aprono le porte del cuore, ma entra nonostante le porte della loro vita siano chiuse.

Ti prego, Gesù, entra nella mia vita, anche se le porte del mio cuore sono ancora sbarrate!

Solo con Gesù possiamo ritrovare il coraggio di riaprire le porte del cuore: Gesù torna a soffiare dentro di noi. Questo soffio è un’immagine chiara di una nuova creazione, è lo spirito che aleggiava sulle acque all’inizio della vita. Gesù ci ri-crea, ci dona vita nuova. Questo alito di vita ci riconcilia innanzitutto con noi stessi: «Trova la pace – dice Serafino di Sarov – e migliaia intorno a te troveranno salvezza».

Il primo dono è la riconciliazione con la propria storia, è accogliere il proprio tradimento, la propria fuga, la propria sfiducia. Solo una persona riconciliata con se stessa può essere capace di perdono: è la pace che permette il perdono. Il perdono ha a che fare proprio con quel soffio che ci ha ridato vita: perdonare vuol dire lasciar andare, proprio come un soffio. Si è capaci di perdonare quando non si è più attaccati a quello che ci ha fatto male. Perdonare è aprire quelle mani che cercavano di tenere in pugno il nostro nemico. Apri le mani e lascia andare, come un soffio! Più cerchiamo di tenere stretto l’altro, più cerchiamo di tenere in pugno l’altro, più sentiamo odio, è un odio proporzionato alla forza che esercitiamo per trattenere.

Tommaso è un po’ come Alice, anche lui tenta delle vie di fuga, cerca di salvarsi da solo, ma è ancora lì, deluso come prima, fugge, forse sbatte la testa, e poi torna. Forse anche per questo Tommaso è detto Didimo, doppio, è uno che non sa bene cosa fare nella vita, un po’ fugge un po’ torna, un po’ dubita un po’ crede. Gesù gli chiede di non essere più doppio, ma intero.

Didimo vuol dire però anche gemello: Tommaso è forse il nostro gemello, il nostro doppio, è come ogni discepolo che vorrebbe credere, ma deve fare continuamente i conti con la propria incredulità. Nel corso del Vangelo di Giovanni, Tommaso è colui che fraintende continuamente le parole di Gesù (cf Gv 11: Tommaso pensa che Gesù voglia andare a morire in Giudea; Gv 14: Tommaso dice «Signore non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?»), è il discepolo che non riesce ad entrare nella logica di Gesù, continua ad essere su un altro piano, continua a vedere le cose dal suo punto di vista, un punto di vista molto pragmatico ed immediato, diciamo pure un po’ rozzo.

Gesù torna dai discepoli otto giorni dopo, e la cosa impressionante è che le porte del Cenacolo sono ancora chiuse. Il Signore è venuto, ha incoraggiato, ha soffiato nella nostra vita, ma il coraggio di aprire le porte del cuore ancora non c’è. Le porte allora non sono chiuse perché Dio non si è fatto presente, ma perché noi non abbiamo la fiducia per aprirle. A volte restiamo compiaciuti nell’oscurità e nella chiusura e non diamo a noi stessi la possibilità di vivere.

Tommaso vuole vedere per poter credere. E perché questo dovrebbe essere un problema? I discepoli stessi gli hanno detto “abbiamo visto il Signore”; Maria di Magdala ha raccontato di “aver visto il Signore”; il discepolo amato, giunto al sepolcro “vide e credette”; i discepoli di Emmaus dicono che “si aprirono i loro occhi e lo riconobbero”. Perché dunque il vedere dovrebbe essere un problema solo per Tommaso.

Maria di Magdala, il discepolo amato, i discepoli di Emmaus vedono dei segni e li riconoscono a partire dalla loro relazione con Gesù: non hanno bisogno di esaminare il corpo di Gesù. Mia mamma non vede molto bene, a causa del diabete, eppure riesce a leggermi dentro, solo sentando la voce, o solo guardando il mio volto, o anche solo pensandomi. Questo è il vedere dell’amore che riconosce senza esaminare. Ma questo vedere è possibile solo all’interno di una relazione d’amore, una relazione nella quale il rozzo Tommaso ancora non è entrato. Non a caso anche Pietro giunge al sepolcro, vede le stesse cose che vede il discepolo amato, ma di lui non si dice che credette. La relazione di Pietro con Gesù è ancora una relazione ferita che avrà bisogno di essere guarita: per ora Pietro, come Tommaso, è incapace di vedere e credere.

Noi possiamo vedere e credere, possiamo vedere i segni di una relazione d’amore, segni spiegati dalla Parola, segni che ci permettono di dire «è il Signore!». Solo l’amore fa vedere! Anche se ci siamo chiusi dentro, il Signore si fa vedere.

Leggersi dentro

–          Come sono messe le porte della tua vita? Sono sbarrate, aperte, socchiuse?
–          C’è qualcosa in cui somiglio a Tommaso?

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