30/09 #NODI

NODI: scioglierli …

per distendere la corda e raggiungere l’obiettivo

Quali nodi ci sono nella mia vita? “Padre, i miei non si possono sciogliere!” Ma questo è uno sbaglio! Tutti i nodi del cuore, i nodi della coscienza possono essere sciolti. Papa Francesco

Lc 9, 57-62

In quel tempo, mentre camminavano per la strada, un tale disse a Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».

Nel suo cammino verso Gerusalemme Gesù incontra tre uomini; si potrebbe dire incontra tre nostri atteggiamenti di fronte alla Sua Parola, alla chiamata della vita.

Tre atteggiamenti positivi che però rischiano di ostacolarci, di annodarci nelle nostre convinzioni personali ormai già raggiunte e di chiudere il nostro cuore. Ci portano a  vivere la vita come realtà da guadagnare e mantenere per sé.

Gesù invece passa e c’invita ad alzare la testa, a sciogliere questi nodi, così pronti a ad accogliere una vita sempre più piena, nell’ottica di una grande dono ricevuto da Dio e condiviso con gli altri.

Questi aspetti positivi possono bloccare lo scorrere fluido dell’amore, come fanno appunto i nodi di una corda: l’accorciano, impedendole di distendersi fino a dove in realtà vorremmo arrivare.

Convinto entusiasmo nel primo uomo che si fa delirio di onnipotenza, rispetto  nei confronti del proprio ambiente che diventa chiusura alle esigenze del mondo, gentilezza verso chi conosciamo che diventa incapacità immediata di esporsi per amore, diventano nodi che solo Lui scioglie, perché li accoglie e li trasforma in occasione: il nodo sciolto allunga la corda!

29/09 #AIUTO

AIUTO: l’angelo come aiuto particolare di Dio … per me

Mantenersi, il mio verbo preferito, tenersi per mano. Ti può bastare per la vita intera, un attimo, un incontro. Rinunciarvi è folle, sempre e comunque. Erri De Luca

E’ da sapere che il termine «angelo» denota l’ufficio, non la natura.

A essi vengono attribuiti nomi particolari, perché anche dal modo di chiamarli appaia quale tipo di ministero è loro affidato. Ma quando vengono a noi per qualche missione, prendono anche il nome dall’ufficio che esercitano.

Così Michele significa: Chi è come Dio?, Gabriele: Fortezza di Dio, e Raffaele: Medicina di Dio.

Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che è mandato Michele, perché si possa comprendere, dall’azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio.

A Maria è mandato Gabriele, che è chiamato Fortezza di Dio; egli veniva ad annunziare colui che si degnò di apparire nell’umiltà per debellare le potenze maligne dell’aria. Doveva dunque essere annunziato da «Fortezza di Dio» colui che veniva quale Signore degli eserciti e forte guerriero.

Raffaele significa Medicina di Dio. Egli infatti toccò gli occhi di Tobia, quasi in atto di medicarli, e dissipò le tenebre della sua cecità. Fu giusto dunque che venisse chiamato «Medicina di Dio» colui che venne inviato a operare guarigioni.

San Gregorio Magno

Oggi abbiamo un aiuto particolare da parte di Dio ricordando la Festa dei santi Michele, Gabriele, Raffaele

Con Gabriele Dio c’invia dei messaggi; cosa pensa Dio di me e della mia vita?

Con Raffaele ci accompagna nel cammino e ci guarisce: da quale ferita voglio essere curato?

Con Michele combatte per noi. Signore aiutami nella mia lotta quotidiana nella ricerca della pace del cuore contro la negatività che mi succhia energie …

28/09 #FRATELLO

FRATELLO: è più facile camminare insieme …

Beato l’uomo che sostiene il suo prossimo nelle sue debolezze come vorrebbe essere sostenuto dal medesimo, se fosse in caso simile. Francesco d’Assisi

Lc 9, 46-50

In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande.

Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».

Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».

Come vivere da fratelli ?

La prima condizione, principio e fondamento: riconoscere che la vita è un grande dono, le persone sono un regalo di Dio. Egli è padre della mia vita, sono figlio, tra figli; siamo così fratelli!

La seconda condizione è l’umiltà: non il piegare il capo riconoscendoci incapaci e capaci di fare ben poco. Umile è colui che trova la vera grandezza nel mettersi a disposizione dell’altro.

Disponibile ad accogliere i più piccoli: occhi che riconoscono le debolezze, mani che le accolgono, piedi che camminano insieme, da fratelli!

La terza condizione è il rispetto: non possiamo pretendere che tutti camminino allo stesso modo e con la stessa velocità. La fraternità rispetta la vocazione irripetibile di ciascuno. Felici che tutti camminano verso Dio e gli altri, ognuno con il proprio passo, insieme.

#EUCARISTIA E #MISERICORDIA

a cura del MEG (Movimento Eucaristico Giovanile)

per approfondimenti http://www.meg-italia.it

da MEGresponsabili n.1 2015/16

 

LA COMPASSIONE DI GESÙ

 

P. Ottavio De Bertolis, gesuita

vicedirettore Apostolato della Preghiera http://www.adp.it

Durante il Convegno Responsabili del MEG di maggio scorso, nell’ambito dei lavori per la preparazione del cammino di quest’anno, abbiamo avuto la presenza di P. Ottavio de Bertolis s.j. che ha offerto una riflessione sul tema della Misericordia.  Di seguito una elaborazione basata sugli appunti presi durate il suo intervento.

 

Parlare della compassione di Gesù, ovvero della sua misericordia, può sembrare un’ovvietà: tutte le pagine del Vangelo ne sono una narrazione vivente, Paolo la elabora teologicamente, Giovanni la contempla e la offre al nostro stupore, e perfino le pagine dell’Antico Testamento in essa si compiono. Di conseguenza, un pericolo è di dire ovvietà o frasi fatte, il rischio è di scivolare nel sentimento o di fare confluire tutto nell’esperienza personale e in un certo senso incomunicabile della vita interiore; un altro pericolo è quello di comprendere la misericordia o compassione nel puro ambito del sentire umano, di ridurla nel semplice impegno sociale o politico.

Le domande fondamentali che dobbiamo porci per intendere correttamente cosa significano “misericordia” e “compassione” sono: che cos’è la misericordia o compassione dell’uomo? Come ci si mostra la compassione di Dio nel Cuore stesso di Gesù? Come quella misericordia si comunica a noi, di modo che diveniamo così, per grazia, capaci di oltrepassare la misura umana dell’amore e di dilatare il nostro cuore a una dimensione più grande?

La dimensione umana della compassione e della misericordia

Evidentemente l’uomo è capace di compassione, che si definisce precisamente come la capacità di uscire da se stesso e di incontrare l’altro; si potrebbe dire, con Aristotele, che realizziamo noi stessi nell’incontro con gli altri. Di fronte alla possibilità di «vivere di meno», cioè «accartocciati» su noi stessi, si apre la strada di un «vivere di più»: io «sono» più me stesso quando incontro l’altro accanto a me, e questo incontro, per così dire, tira fuori da me il meglio che posso dare. Il vivere in un mondo chiuso, ripiegato sui propri interessi e sui propri cari, inclina, e di fatto conduce spesso, a vivere in un gioco di specchi, in un film mentale, nel quale la realtà non entra, ci passa accanto senza scalfirci.

Rimane la domanda, che già troviamo nella Scrittura: ma chi è il mio prossimo? E qui il discorso inizia a farsi interessante, perché si cominciano a delineare i limiti che noi poniamo, per libera scelta, alla volontà di compassione. Questi limiti possono essere più o meno estesi: così il prossimo possono essere i familiari. Ed è vero che i miei cari sono il mio prossimo, che chi mi ama è il mio prossimo, e che quindi è vera compassione quella che ci spinge a stare accanto ai nostri genitori malati o a vegliare sui nostri figli. Anche i pagani fanno così, certamente, non è niente di straordinario, ma tuttavia rimane un’esperienza vera.

Gli amici possono essere il nostro prossimo. Di nuovo, è chiaro che è vera compassione quella che ci spinge ad avere cura degli amici: come è chiaro che gli amici possono essere abbandonati, o traditi, o venduti al miglior offerente. Gli amici sono coloro che si scelgono: questo è il motivo per cui si differenziano dai familiari, che non scegli perché trovi, e per questo può essere molto più facile avere misericordia degli amici che non dei fratelli. Si è amici per un’affinità: di carattere, di studi o formazione mentale, di condizione sociale, di vedute, di ideali, di fede o di modo di viverla, perfino di umorismo o di sport. L’affinità crea un legame che include me e l’altro in una sfera comune, e spinge avanti, per così dire, i paletti o il confine con un mondo esterno, quello a me e all’amico estraneo.

Il prossimo può essere tale anche per una scelta esplicita, e il legame con lui essere dato da un motivo meno immediato, e in questo senso più spirituale. Così ci sono persone che si fanno carico di altre, includendole nella loro vita, per motivi che qualifichiamo più nobili: un medico sa che la sua professione non è solo una prestazione di servizi, e per questo fa cose che un semplice prestatore d’opera non compie; e un ragazzo si dedica al volontariato con i senza dimora, senza che tra lui e loro ci sia in effetti un’affinità materiale. Qui la libera volontà crea legami che non esistono nei fatti, e questo dilata lo spazio esistenziale della persona. Il suo «io» diventa più grande, «vive di più» rispetto ad altri, la compassione o misericordia che esercita tira fuori da lui potenzialità umane che altrimenti sarebbero rimaste inespresse. In altri termini: impara ad amare.

Tutto questo è potenzialità dell’uomo in quanto tale, non del credente; della natura, non della grazia. La compassione o misericordia qui mi sembrano essere come dei cerchi che vanno sempre più estendendosi a partire dal soggetto, appunto dilatandolo. Un «io» fiorisce e si allarga sempre di più e, insieme a lui, molti altri, in un meraviglioso scambio di dare e avere, in un’interazione che permette a ognuno di crescere, e a tutti di concrescere insieme.

Il minimo comune denominatore di tutte queste esperienze è che c’è un perché ragionevole, una motivazione che mi spinge ad allargare il mio sguardo su queste persone Ma una motivazione, inevitabilmente, include alcuni ed esclude altri. Così l’amicizia o la familiarità non è solo inclusiva, ma anche esclusiva, ed è giusto che sia così, proprio perché altrimenti non sarebbe più tale. È in nome della verità che posso amare, ma è anche in nome della verità che posso odiare. Per questo la compassione o misericordia umana non potrà mai giungere all’amare il nemico: perché inevitabilmente, escludendo alcuni, in un certo senso, lo crea.

In altri termini, l’esperienza umana della compassione è ambivalente: inclusiva, è capace di accogliere ma anche di escludere, e per gli stessi motivi. In tal senso l’«altro» rimane sempre «altro», non usciamo dalla logica dell’amico-nemico, cioè del confine, che può essere spostato avanti, ma mai rimosso in quanto tale. E il confine è sempre dettato da una regola, o legge. E le regole per definizione sono ragionevoli, sì che andare contro il confine significa al tempo stesso andare fuori ragione, o contro ragione, e fuori legge, o contro la legge. E ora, finalmente, possiamo capire la novità di Gesù Cristo.

La compassione o misericordia di Gesù Cristo

Non ripercorrerò tutte le Scritture per descriverla, ma propongo la compassione come criterio interpretativo di tutte le sue azioni e parole, come inizio e compimento, alfa e omega di Gesù. La sua compassione non abolisce o rinnega l’umana capacità di amore, ma la oltrepassa. Possiamo contemplare che come figlio ebbe compassione di sua madre, come amico pianse su Lazzaro, come uomo mosso da grandi ideali ebbe compassione delle folle: fin qui, potremmo dire che ama come noi siamo capaci di amare. Se il Vangelo narrasse solo questo, saremmo di fronte alla figura di un uomo molto buono, ovvero, in un certo senso, di un filantropo. Ma non lo ricorderemmo per questo, perché di questa compassione o misericordia è disseminata la storia.

Il «di più» mostrato da Gesù – quel «di più» nel quale noi credenti riconosciamo il Padre che lo ha inviato e del quale è immagine – è la compassione nei «luoghi» dell’esistenza nei quali e per i quali non è ragionevolmente possibile pensare la compassione. Così la compassione vera che si può avere per un malato è risanarlo: ma chi può risanare se non Dio solo? La compassione che qui si manifesta non è solo la potenza divina che si rende esplicita nella carne umana, ma il manifestare Dio, che è vita, all’interno di un’esperienza umana di morte, della quale la malattia è premonizione e anticipazione.

La malattia del corpo è poi, nei Vangeli, il segno esterno di una malattia dell’anima, e così ai malati si affiancano, pur differenziandosi, gli indemoniati. Gesù manifesta la sua compassione sugli indemoniati, e qui rivela non solo la sua signoria sul demonio, ma l’ingresso di Dio nella sfera che a lui è sottratta per definizione. Come Dio non può entrare nella malattia, perché è il Dio della vita, così non può entrare nel regno del demonio: non perché non ne sia più forte, ma perché è irragionevole pensarlo, perché il regno della morte e il regno del demonio sono al di fuori dei suoi confini. Dio se ne sta nella sua vita beata e immarcescibile, per definizione non può avere a che fare con l’angoscia e il dolore.

Sulla stessa linea, Gesù mostra ai peccatori la misericordia, rivelandosi più grande delle regole che Dio stesso ha posto nella Legge di Mosè, sorprendendo gli stessi peccatori. La compassione di Gesù per i peccatori non consiste solamente in una sorta di amnistia temporanea, un condono graziosamente concesso dal sovrano: la prostituta, il pubblicano hanno ragione di sapersi peccatori, perché lo sono. Possono solamente sorprendersi perché Gesù rende presente nelle sue parole e nelle sue azioni non l’immagine di quel Dio che, ponendo le regole, crea automaticamente e implicitamente vicini e lontani, puri e impuri, ma rivela Colui che va al di fuori delle regole che lui stesso ha posto, per cercare coloro che erano smarriti e dispersi. Gesù rivela la santità di Dio non nella perfezione o codice dell’osservanza, ma nella compassione verso il lontano da Dio. Insomma, la compassione è entrare dove non puoi e non devi.

I farisei odiavano in nome di Dio, cioè in nome della legge, proprio perché si può odiare in nome della verità, e paradossalmente solo in suo nome si può uccidere: Gesù no. Così dei peccatori non si può avere compassione, si può al massimo dare loro un’altra opportunità attraverso un temporaneo condono: ma deve strutturalmente rimanere chiaro che sono dei sudditi, che si sottometteranno volentieri a un potere così benevolo.

Nelle sue parole e nelle sue azioni il Signore svuota la legge dal di dentro: rivela a chi sta al di fuori di essa – e che pertanto deve essere ritenuto impuro, lontano, indegno – che non è straniero o ospite di Dio, ammesso graziosamente alla benevolenza divina per una sorta di «allargamento dei confini» della legge di Dio, ma figlio di Dio. Abolisce il confine stesso tra Dio e l’uomo, annientando in se stesso l’inimicizia. Quella lontananza di cui la malattia, i demoni, il peccato, la morte sono un segno è coperta da Lui, che misericordiosamente si fa compassione su di noi, chinandosi sulla nostra povertà. Così facendo la toglie definitivamente, perché ne elimina la ragione d’essere. Possiamo dire che in Lui il Padre manifesta un «sì» pieno e definitivo a ogni uomo, un «sì» senza «se» e senza «ma», e così in Lui tutte le promesse sono divenute un «sì», tutta la Scrittura si compie e si rivela, non in un altro libro, ma nella sua persona, nel suo corpo schiacciato, nel suo fianco trafitto.

Dobbiamo sottolineare che questo «sì senza se e senza ma» è, come tale, irragionevole. Siamo di fronte al nucleo centrale, a mio parere, del modo stesso con il quale Gesù mostra di comprendere la sua missione: sono persuaso che le tentazioni mostrino chiaramente che il demonio non si opponeva alla salvezza della nostra umanità, ma che suggerisse a Gesù semplicemente uno stile diverso, cioè da vincitore, rivelandosi per quel che in verità era, Figlio di Dio. Gesù respinge questo modo di salvare gli uomini perché rifiuta di essere servito: desidera solo amare ed essere riamato, non riverito o temuto, a differenza di noi. Qui il Cuore di Cristo ci si rivela per quel che è: Dio e non un uomo.

Di qui possiamo comprendere Paolo, nella sua apologia della croce: i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, potenza di Dio, miracolo di Dio, sapienza di Dio, sua vera saggezza.

Qui ritroviamo la testimonianza di Giovanni: abbiamo riconosciuto e creduto all’amore. La frase non è scontata: anche noi credenti infatti possiamo avere creduto alla legge, alla logica del potere, attribuendo a Dio moltiplicato all’infinito il potere umano, la sua sovranità. Si tratta di convertirsi, di volgere lo sguardo a Colui che è stato trafitto: credere al Vangelo, cioè a una vera «buona notizia», anzi, la migliore. Disgraziatamente ho l’impressione che non la prendiamo veramente sul serio, ma che la diluiamo, la abbassiamo: compassione sì, ma come temporanea indulgenza, come amnistia benevola concessa se compiliamo la domanda di grazia. Non so se crediamo davvero a quel «sì senza se e senza ma» che è Gesù, per tutti. Non so se davvero «abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi».

E questo spiega perché la nostra compassione diventa spesso semplicemente una benevolenza allargata, uno spostare i paletti o il confine della nostra simpatia umana, perpetuando però la logica umana della «ragionevolezza» della benevolenza. In realtà, soltanto se capisco di essere accolto e amato senza se e senza ma, così come sono e non come dovrei essere, potrò accogliere gli altri senza se e senza ma, così come essi sono e non come in teoria dovrebbero essere, a condizione che almeno lo diventino: e questa è la compassione o misericordia più che umana, alla quale solamente l’esperienza di Dio mi apre, e che supera le pure capacità umane. Dio ama la nostra povertà, non la nostra ricchezza, la nostra debolezza, non la nostra forza, il nostro peccato, non la nostra osservanza: questo è il capovolgimento che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili. È la compassione che è la nostra salvezza: Paolo la chiama «giustificazione».

Cristo comunica a noi la sua compassione

Con le parole di Sant’Ignazio vorrei osservare che Gesù scelse e desiderò per sé questo modo di procedere, questo modo di sentire, di agire, di vivere la sua missione. Lo vediamo immerso nella preghiera, quando sceglie i discepoli, dopo avere compiuto i segni per le folle, nel deserto della tentazione all’inizio della sua vita, nel deserto del Getsemani alla fine: nella preghiera, cioè nella contemplazione e nell’ascolto del Padre, di cui udì la parola prima di rivelarla a noi, nel porgere il suo orecchio nella docilità dell’obbedienza, sente che il Padre è così, che è cioè compassione e misericordia, non è ragionevolezza o regola. Lui per primo ha riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Gesù compie quel che piace a Dio, Gesù ha gli stessi gusti, lo stesso stile, lo stesso intimo sentire del Padre: lo Spirito del Padre, posatosi su di Lui, lo fa eternamente uguale al Padre.

Gesù sceglie per sé, come radice e fonte della sua compassione e misericordia, l’umiltà: e non è un caso che Paolo sintetizzi tutta la sua vita in quest’affermazione così pregnante «umiliò se stesso». «Umiliò», cioè rinunciò al suo diritto, a ciò che era suo, a ciò che ragionevolmente poteva esigere. Nell’umiltà è la sorgente della sua compassione; ed è per questo che l’uomo, pur essendo capace di spostare i paletti dei confini dei suoi interessi, allargando la sua capacità di bene, in realtà è normalmente incapace di questa vera compassione e misericordia, perché implica rinunciare del tutto, e non solo in parte, a quel che è tuo, che ragionevolmente potresti rivendicare o pretendere, fosse solo la gratitudine per quel che fai o la lode per i tuoi sforzi.

Tutto questo significa scegliere e desiderare di essere ultimo, e non primo, servo e non padrone, secondo l’insegnamento stesso del Signore. Noi usiamo molto queste espressioni, ma mi pare che le dovremmo usare con timore e tremore. Essere ultimo, infatti, significa che ti passano davanti non solo i più bravi – il che potrebbe anche andar bene – ma anche i più stupidi, i più ambiziosi, i più incapaci. E questo succede perché gli empi esistono nella vita, come i salmi abbondantemente lamenta noci insegnano. Compassione e misericordia significa accogliere tutto questo, offrire il proprio petto al colpo di lancia, il proprio volto agli insulti e agli sputi, come Gesù; e, proprio come Lui, estinguere in noi stessi l’inimicizia: e continuare a credere, sperare ed amare, con la forza che viene da Lui e non da noi. E possiamo farlo non perché siamo dei superuomini capaci di elevarsi al di sopra di tutti e dei bisogni più ovvi di amicizia e di riconoscimento, ma perché Gesù, il suo Cuore, il suo possesso nella esperienza quotidiana della Parola e del Sacramento, ci basta. Ricchi di Lui, possiamo non avere altro, o accettare che tutto ci sia tolto. E vivere così senza rancore o rabbia, fatti liberi da Lui stesso: Sant’Ignazio direbbe «indifferenti».

La compassione ci porta a oltrepassare la dimensione del «dovuto» o della legge per farci entrare in quella dell’amore, che oltrepassa la legge e la sua ragionevolezza, e così la supera e adempie. Sono persuaso che la grazia dello Spirito, dono del Cuore di Cristo, possa rendere abituale in noi e verso tutti ciò che nei nostri momenti migliori e più elevati possiamo fare per qualcuno. L’uomo, capax Dei (capace di Dio), è anche capace del suo stesso amore: è la medesima scintilla.

 (Trascrizione non rivista dall’autore)

25/09 #SAGACE

SAGACE: il domani che intravedo, illumina l’oggi e mi fa agire

 

“Si.. Vedi quello che nessun altro vede. Vedi quello che tutti gli altri scelgono di non vedere. Senza paura, conformismo o pigrizia. Vedi il mondo intero come nuovo, ogni giorno. La verità è che sei sulla strada giusta. Se tu non avessi visto qualcosa in più di un vecchio pazzo, scorbutico, non saresti mai venuto qui.” da “Patch Adams”

Lc 9, 18-22

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».

Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».

Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

Siamo invitati a prendere posizione davanti a Gesù, a dire chi è Lui per noi.

Così come ogni giorno siamo invitati a prendere posizione davanti alla vita, cosa la vita è per noi! Come possiamo rispondere?

Normalmente diciamo chi è Gesù, che cos’è la vita, chi è l’altro a partire dalle esperienze già vissute.

Il passato decide il presente ed il futuro. Ecco la risposta della gente e la risposta in realtà corretta dei discepoli.

Ma non basta rispondere bene, questo non riempie la nostra vita ed allora Gesù invita a tacere. Ci invita a non dire quello che è oggi con quello che già stato.

Il presente non è deciso dal passato, è il futuro che dice il presente e ci permetterà di rileggere il passato.

E quello che vivrà Gesù che dirà chi è Lui oggi e ci farà rileggere quello che è successo di Lui ieri. Come la Sua storia, così la nostra storia: guardare oltre!

24/09 #STUPORE

STUPORE: lasciarsi meravigliare dalla Sua storia

Ogni uomo per natura desidera conoscere,

gli uomini da sempre dalla meraviglia hanno preso lo spunto per filosofare.

Aristotele

Lc 9, 7-9

In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.

Erode è curioso riguardo a Gesù. Il suo desiderio di conoscenza è caratterizzato dalla curiosità: un curioso e’ interessato a conoscere quel che succede, in ricerca di qualcosa da cui difendersi o di una situazione in cui guadagnare.

Un curioso non accoglie la realtà come una possibilità di cambiamento, di crescita verso l’altro. Un curioso vuole conoscere per difendersi, è condizionato dalla paura.

C’è un modo positivo, bello di conoscere? Sì! Colui che si è capace di meravigliarsi è pronto ad accogliere la nuova realtà che incontra.

Si lascia trasformare da essa coinvolgendosi, con coraggio!

La nostra storia con Dio e con gli altri, perché dia continuamente vita, sia caratterizzata dalla meraviglia e non dalla curiosità!

23/09 #MISSIONE

MISSIONE: la gioia di raccontare e vivere un amore ricevuto

Vocazione è l’espressione della mia capacità di amare, nelle coordinate storiche, psicologiche della mia vita e della mia persona. Carlo Maria Martini

Lc 9,1-6

In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi. Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro». Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.

Ogni missione è preceduta da una vocazione. Prima si respira l’amore e poi si può amare.

Per un cristiano il significato di ‘missione’ indica l’essere inviati agli altri per portare la “Buona Notizia” che è Gesù. Non ci sono luoghi specifici, né modi particolari per farlo.

Il “luogo” è qualunque parte del mondo in cui ci si trovi.

Il modo è quello che ciascuno saprà trovare, a secondo delle sue inclinazioni e del contesto in cui opera.

Il suo amore riversato fin dal nostro Battesimo ci abilita a compiere quello che ha compiuto Gesù.

Tutti, dunque, siamo chiamati (=vocati!) ad essere persone che si impegnano a rendere più visibile il Regno di Dio nel mondo, ricordano che ciò comporta fatica ed incomprensione.