#EUCARISTIA E #MISERICORDIA

a cura del MEG (Movimento Eucaristico Giovanile)

per approfondimenti http://www.meg-italia.it

da MEGresponsabili n.1 2015/16

 

LA COMPASSIONE DI GESÙ

 

P. Ottavio De Bertolis, gesuita

vicedirettore Apostolato della Preghiera http://www.adp.it

Durante il Convegno Responsabili del MEG di maggio scorso, nell’ambito dei lavori per la preparazione del cammino di quest’anno, abbiamo avuto la presenza di P. Ottavio de Bertolis s.j. che ha offerto una riflessione sul tema della Misericordia.  Di seguito una elaborazione basata sugli appunti presi durate il suo intervento.

 

Parlare della compassione di Gesù, ovvero della sua misericordia, può sembrare un’ovvietà: tutte le pagine del Vangelo ne sono una narrazione vivente, Paolo la elabora teologicamente, Giovanni la contempla e la offre al nostro stupore, e perfino le pagine dell’Antico Testamento in essa si compiono. Di conseguenza, un pericolo è di dire ovvietà o frasi fatte, il rischio è di scivolare nel sentimento o di fare confluire tutto nell’esperienza personale e in un certo senso incomunicabile della vita interiore; un altro pericolo è quello di comprendere la misericordia o compassione nel puro ambito del sentire umano, di ridurla nel semplice impegno sociale o politico.

Le domande fondamentali che dobbiamo porci per intendere correttamente cosa significano “misericordia” e “compassione” sono: che cos’è la misericordia o compassione dell’uomo? Come ci si mostra la compassione di Dio nel Cuore stesso di Gesù? Come quella misericordia si comunica a noi, di modo che diveniamo così, per grazia, capaci di oltrepassare la misura umana dell’amore e di dilatare il nostro cuore a una dimensione più grande?

La dimensione umana della compassione e della misericordia

Evidentemente l’uomo è capace di compassione, che si definisce precisamente come la capacità di uscire da se stesso e di incontrare l’altro; si potrebbe dire, con Aristotele, che realizziamo noi stessi nell’incontro con gli altri. Di fronte alla possibilità di «vivere di meno», cioè «accartocciati» su noi stessi, si apre la strada di un «vivere di più»: io «sono» più me stesso quando incontro l’altro accanto a me, e questo incontro, per così dire, tira fuori da me il meglio che posso dare. Il vivere in un mondo chiuso, ripiegato sui propri interessi e sui propri cari, inclina, e di fatto conduce spesso, a vivere in un gioco di specchi, in un film mentale, nel quale la realtà non entra, ci passa accanto senza scalfirci.

Rimane la domanda, che già troviamo nella Scrittura: ma chi è il mio prossimo? E qui il discorso inizia a farsi interessante, perché si cominciano a delineare i limiti che noi poniamo, per libera scelta, alla volontà di compassione. Questi limiti possono essere più o meno estesi: così il prossimo possono essere i familiari. Ed è vero che i miei cari sono il mio prossimo, che chi mi ama è il mio prossimo, e che quindi è vera compassione quella che ci spinge a stare accanto ai nostri genitori malati o a vegliare sui nostri figli. Anche i pagani fanno così, certamente, non è niente di straordinario, ma tuttavia rimane un’esperienza vera.

Gli amici possono essere il nostro prossimo. Di nuovo, è chiaro che è vera compassione quella che ci spinge ad avere cura degli amici: come è chiaro che gli amici possono essere abbandonati, o traditi, o venduti al miglior offerente. Gli amici sono coloro che si scelgono: questo è il motivo per cui si differenziano dai familiari, che non scegli perché trovi, e per questo può essere molto più facile avere misericordia degli amici che non dei fratelli. Si è amici per un’affinità: di carattere, di studi o formazione mentale, di condizione sociale, di vedute, di ideali, di fede o di modo di viverla, perfino di umorismo o di sport. L’affinità crea un legame che include me e l’altro in una sfera comune, e spinge avanti, per così dire, i paletti o il confine con un mondo esterno, quello a me e all’amico estraneo.

Il prossimo può essere tale anche per una scelta esplicita, e il legame con lui essere dato da un motivo meno immediato, e in questo senso più spirituale. Così ci sono persone che si fanno carico di altre, includendole nella loro vita, per motivi che qualifichiamo più nobili: un medico sa che la sua professione non è solo una prestazione di servizi, e per questo fa cose che un semplice prestatore d’opera non compie; e un ragazzo si dedica al volontariato con i senza dimora, senza che tra lui e loro ci sia in effetti un’affinità materiale. Qui la libera volontà crea legami che non esistono nei fatti, e questo dilata lo spazio esistenziale della persona. Il suo «io» diventa più grande, «vive di più» rispetto ad altri, la compassione o misericordia che esercita tira fuori da lui potenzialità umane che altrimenti sarebbero rimaste inespresse. In altri termini: impara ad amare.

Tutto questo è potenzialità dell’uomo in quanto tale, non del credente; della natura, non della grazia. La compassione o misericordia qui mi sembrano essere come dei cerchi che vanno sempre più estendendosi a partire dal soggetto, appunto dilatandolo. Un «io» fiorisce e si allarga sempre di più e, insieme a lui, molti altri, in un meraviglioso scambio di dare e avere, in un’interazione che permette a ognuno di crescere, e a tutti di concrescere insieme.

Il minimo comune denominatore di tutte queste esperienze è che c’è un perché ragionevole, una motivazione che mi spinge ad allargare il mio sguardo su queste persone Ma una motivazione, inevitabilmente, include alcuni ed esclude altri. Così l’amicizia o la familiarità non è solo inclusiva, ma anche esclusiva, ed è giusto che sia così, proprio perché altrimenti non sarebbe più tale. È in nome della verità che posso amare, ma è anche in nome della verità che posso odiare. Per questo la compassione o misericordia umana non potrà mai giungere all’amare il nemico: perché inevitabilmente, escludendo alcuni, in un certo senso, lo crea.

In altri termini, l’esperienza umana della compassione è ambivalente: inclusiva, è capace di accogliere ma anche di escludere, e per gli stessi motivi. In tal senso l’«altro» rimane sempre «altro», non usciamo dalla logica dell’amico-nemico, cioè del confine, che può essere spostato avanti, ma mai rimosso in quanto tale. E il confine è sempre dettato da una regola, o legge. E le regole per definizione sono ragionevoli, sì che andare contro il confine significa al tempo stesso andare fuori ragione, o contro ragione, e fuori legge, o contro la legge. E ora, finalmente, possiamo capire la novità di Gesù Cristo.

La compassione o misericordia di Gesù Cristo

Non ripercorrerò tutte le Scritture per descriverla, ma propongo la compassione come criterio interpretativo di tutte le sue azioni e parole, come inizio e compimento, alfa e omega di Gesù. La sua compassione non abolisce o rinnega l’umana capacità di amore, ma la oltrepassa. Possiamo contemplare che come figlio ebbe compassione di sua madre, come amico pianse su Lazzaro, come uomo mosso da grandi ideali ebbe compassione delle folle: fin qui, potremmo dire che ama come noi siamo capaci di amare. Se il Vangelo narrasse solo questo, saremmo di fronte alla figura di un uomo molto buono, ovvero, in un certo senso, di un filantropo. Ma non lo ricorderemmo per questo, perché di questa compassione o misericordia è disseminata la storia.

Il «di più» mostrato da Gesù – quel «di più» nel quale noi credenti riconosciamo il Padre che lo ha inviato e del quale è immagine – è la compassione nei «luoghi» dell’esistenza nei quali e per i quali non è ragionevolmente possibile pensare la compassione. Così la compassione vera che si può avere per un malato è risanarlo: ma chi può risanare se non Dio solo? La compassione che qui si manifesta non è solo la potenza divina che si rende esplicita nella carne umana, ma il manifestare Dio, che è vita, all’interno di un’esperienza umana di morte, della quale la malattia è premonizione e anticipazione.

La malattia del corpo è poi, nei Vangeli, il segno esterno di una malattia dell’anima, e così ai malati si affiancano, pur differenziandosi, gli indemoniati. Gesù manifesta la sua compassione sugli indemoniati, e qui rivela non solo la sua signoria sul demonio, ma l’ingresso di Dio nella sfera che a lui è sottratta per definizione. Come Dio non può entrare nella malattia, perché è il Dio della vita, così non può entrare nel regno del demonio: non perché non ne sia più forte, ma perché è irragionevole pensarlo, perché il regno della morte e il regno del demonio sono al di fuori dei suoi confini. Dio se ne sta nella sua vita beata e immarcescibile, per definizione non può avere a che fare con l’angoscia e il dolore.

Sulla stessa linea, Gesù mostra ai peccatori la misericordia, rivelandosi più grande delle regole che Dio stesso ha posto nella Legge di Mosè, sorprendendo gli stessi peccatori. La compassione di Gesù per i peccatori non consiste solamente in una sorta di amnistia temporanea, un condono graziosamente concesso dal sovrano: la prostituta, il pubblicano hanno ragione di sapersi peccatori, perché lo sono. Possono solamente sorprendersi perché Gesù rende presente nelle sue parole e nelle sue azioni non l’immagine di quel Dio che, ponendo le regole, crea automaticamente e implicitamente vicini e lontani, puri e impuri, ma rivela Colui che va al di fuori delle regole che lui stesso ha posto, per cercare coloro che erano smarriti e dispersi. Gesù rivela la santità di Dio non nella perfezione o codice dell’osservanza, ma nella compassione verso il lontano da Dio. Insomma, la compassione è entrare dove non puoi e non devi.

I farisei odiavano in nome di Dio, cioè in nome della legge, proprio perché si può odiare in nome della verità, e paradossalmente solo in suo nome si può uccidere: Gesù no. Così dei peccatori non si può avere compassione, si può al massimo dare loro un’altra opportunità attraverso un temporaneo condono: ma deve strutturalmente rimanere chiaro che sono dei sudditi, che si sottometteranno volentieri a un potere così benevolo.

Nelle sue parole e nelle sue azioni il Signore svuota la legge dal di dentro: rivela a chi sta al di fuori di essa – e che pertanto deve essere ritenuto impuro, lontano, indegno – che non è straniero o ospite di Dio, ammesso graziosamente alla benevolenza divina per una sorta di «allargamento dei confini» della legge di Dio, ma figlio di Dio. Abolisce il confine stesso tra Dio e l’uomo, annientando in se stesso l’inimicizia. Quella lontananza di cui la malattia, i demoni, il peccato, la morte sono un segno è coperta da Lui, che misericordiosamente si fa compassione su di noi, chinandosi sulla nostra povertà. Così facendo la toglie definitivamente, perché ne elimina la ragione d’essere. Possiamo dire che in Lui il Padre manifesta un «sì» pieno e definitivo a ogni uomo, un «sì» senza «se» e senza «ma», e così in Lui tutte le promesse sono divenute un «sì», tutta la Scrittura si compie e si rivela, non in un altro libro, ma nella sua persona, nel suo corpo schiacciato, nel suo fianco trafitto.

Dobbiamo sottolineare che questo «sì senza se e senza ma» è, come tale, irragionevole. Siamo di fronte al nucleo centrale, a mio parere, del modo stesso con il quale Gesù mostra di comprendere la sua missione: sono persuaso che le tentazioni mostrino chiaramente che il demonio non si opponeva alla salvezza della nostra umanità, ma che suggerisse a Gesù semplicemente uno stile diverso, cioè da vincitore, rivelandosi per quel che in verità era, Figlio di Dio. Gesù respinge questo modo di salvare gli uomini perché rifiuta di essere servito: desidera solo amare ed essere riamato, non riverito o temuto, a differenza di noi. Qui il Cuore di Cristo ci si rivela per quel che è: Dio e non un uomo.

Di qui possiamo comprendere Paolo, nella sua apologia della croce: i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, potenza di Dio, miracolo di Dio, sapienza di Dio, sua vera saggezza.

Qui ritroviamo la testimonianza di Giovanni: abbiamo riconosciuto e creduto all’amore. La frase non è scontata: anche noi credenti infatti possiamo avere creduto alla legge, alla logica del potere, attribuendo a Dio moltiplicato all’infinito il potere umano, la sua sovranità. Si tratta di convertirsi, di volgere lo sguardo a Colui che è stato trafitto: credere al Vangelo, cioè a una vera «buona notizia», anzi, la migliore. Disgraziatamente ho l’impressione che non la prendiamo veramente sul serio, ma che la diluiamo, la abbassiamo: compassione sì, ma come temporanea indulgenza, come amnistia benevola concessa se compiliamo la domanda di grazia. Non so se crediamo davvero a quel «sì senza se e senza ma» che è Gesù, per tutti. Non so se davvero «abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi».

E questo spiega perché la nostra compassione diventa spesso semplicemente una benevolenza allargata, uno spostare i paletti o il confine della nostra simpatia umana, perpetuando però la logica umana della «ragionevolezza» della benevolenza. In realtà, soltanto se capisco di essere accolto e amato senza se e senza ma, così come sono e non come dovrei essere, potrò accogliere gli altri senza se e senza ma, così come essi sono e non come in teoria dovrebbero essere, a condizione che almeno lo diventino: e questa è la compassione o misericordia più che umana, alla quale solamente l’esperienza di Dio mi apre, e che supera le pure capacità umane. Dio ama la nostra povertà, non la nostra ricchezza, la nostra debolezza, non la nostra forza, il nostro peccato, non la nostra osservanza: questo è il capovolgimento che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili. È la compassione che è la nostra salvezza: Paolo la chiama «giustificazione».

Cristo comunica a noi la sua compassione

Con le parole di Sant’Ignazio vorrei osservare che Gesù scelse e desiderò per sé questo modo di procedere, questo modo di sentire, di agire, di vivere la sua missione. Lo vediamo immerso nella preghiera, quando sceglie i discepoli, dopo avere compiuto i segni per le folle, nel deserto della tentazione all’inizio della sua vita, nel deserto del Getsemani alla fine: nella preghiera, cioè nella contemplazione e nell’ascolto del Padre, di cui udì la parola prima di rivelarla a noi, nel porgere il suo orecchio nella docilità dell’obbedienza, sente che il Padre è così, che è cioè compassione e misericordia, non è ragionevolezza o regola. Lui per primo ha riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Gesù compie quel che piace a Dio, Gesù ha gli stessi gusti, lo stesso stile, lo stesso intimo sentire del Padre: lo Spirito del Padre, posatosi su di Lui, lo fa eternamente uguale al Padre.

Gesù sceglie per sé, come radice e fonte della sua compassione e misericordia, l’umiltà: e non è un caso che Paolo sintetizzi tutta la sua vita in quest’affermazione così pregnante «umiliò se stesso». «Umiliò», cioè rinunciò al suo diritto, a ciò che era suo, a ciò che ragionevolmente poteva esigere. Nell’umiltà è la sorgente della sua compassione; ed è per questo che l’uomo, pur essendo capace di spostare i paletti dei confini dei suoi interessi, allargando la sua capacità di bene, in realtà è normalmente incapace di questa vera compassione e misericordia, perché implica rinunciare del tutto, e non solo in parte, a quel che è tuo, che ragionevolmente potresti rivendicare o pretendere, fosse solo la gratitudine per quel che fai o la lode per i tuoi sforzi.

Tutto questo significa scegliere e desiderare di essere ultimo, e non primo, servo e non padrone, secondo l’insegnamento stesso del Signore. Noi usiamo molto queste espressioni, ma mi pare che le dovremmo usare con timore e tremore. Essere ultimo, infatti, significa che ti passano davanti non solo i più bravi – il che potrebbe anche andar bene – ma anche i più stupidi, i più ambiziosi, i più incapaci. E questo succede perché gli empi esistono nella vita, come i salmi abbondantemente lamenta noci insegnano. Compassione e misericordia significa accogliere tutto questo, offrire il proprio petto al colpo di lancia, il proprio volto agli insulti e agli sputi, come Gesù; e, proprio come Lui, estinguere in noi stessi l’inimicizia: e continuare a credere, sperare ed amare, con la forza che viene da Lui e non da noi. E possiamo farlo non perché siamo dei superuomini capaci di elevarsi al di sopra di tutti e dei bisogni più ovvi di amicizia e di riconoscimento, ma perché Gesù, il suo Cuore, il suo possesso nella esperienza quotidiana della Parola e del Sacramento, ci basta. Ricchi di Lui, possiamo non avere altro, o accettare che tutto ci sia tolto. E vivere così senza rancore o rabbia, fatti liberi da Lui stesso: Sant’Ignazio direbbe «indifferenti».

La compassione ci porta a oltrepassare la dimensione del «dovuto» o della legge per farci entrare in quella dell’amore, che oltrepassa la legge e la sua ragionevolezza, e così la supera e adempie. Sono persuaso che la grazia dello Spirito, dono del Cuore di Cristo, possa rendere abituale in noi e verso tutti ciò che nei nostri momenti migliori e più elevati possiamo fare per qualcuno. L’uomo, capax Dei (capace di Dio), è anche capace del suo stesso amore: è la medesima scintilla.

 (Trascrizione non rivista dall’autore)

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