#MISERICORDIA: il buon samaritano

a cura del MEG (Movimento Eucaristico Giovanile)

per approfondimenti http://www.meg-italia.it

da MEGresponsabili n.1 2015/16

“Prossimo”, allora, si diventa quando mi faccio “vicino” all’altro! “Prossimo” non è solo l’altro!!! “Prossimo” è colui che sa farsi prossimo! Benedetto XVI

IL BUON SAMARITANO (Lc 10,25-37)

 [25]Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». [26]Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». [27]Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». [28]E Gesù: «Hai risposto bene; fà questo e vivrai».

[29]Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». [30]Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. [31]Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. [32]Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. [33]Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. [34]Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. [35]Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. [36]Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». [37]Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Và e anche tu fa’ lo stesso».

Luca inquadra il brano nel viaggio di Gesù verso Gerusalemme.

«Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”». Quante volte pensiamo che bisogna acquisire dei meriti per ottenere lo sguardo misericordioso del Signore, che è quello che ci salva e che ci libera? Invece la misericordia e la compassione di Dio sono gratuiti, perché sono la conseguenza dell’infinito amore che Egli ha per noi.

«Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”». Gesù non offre mai risposte precostituite. Chiede all’uomo di fare un percorso di conoscenza e di apertura del cuore. Chiede all’uomo di mettersi in relazione con Lui.

«Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”». L’uomo di legge, che è molto preparato, cita Dt 6,5 e Lv 19,18. Dalla Legge emerge il primato dell’amore verso Dio e, quindi, verso il prossimo.

E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Sembra che l’uomo abbia dato proprio la risposta giusta…

«Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”». Il concetto di “prossimo”, ai tempi di Gesù, era un po’ ambiguo. Significava in primo luogo “connazionale”. “Il popolo costituiva una comunità solidale, in cui ognuno aveva delle responsabilità verso l’altro, in cui ogni individuo era sostenuto dall’insieme e quindi doveva considerare l’altro, “come se stesso”, parte di quell’insieme che gli assegnava il suo spazio vitale. Gli stranieri allora, le persone appartenenti a un altro popolo, non erano “prossimi”? Ciò, però, andava contro la Scrittura, che esortava ad amare proprio anche gli stranieri ricordando che in Egitto Israele stesso aveva vissuto un’esistenza da forestiero. Tuttavia, dove porre i confini restava argomento di discussione”»[1].

E ora la parabola. Nella storia che racconta Gesù, tutti i personaggi hanno un ruolo sociale ma, rispondendo alla domanda, Gesù parla semplicemente di “un uomo”.

I briganti: rappresentano l’atteggiamento di coloro che esercitano la violenza contro l’uomo, qualsiasi tipo di violenza.

Sacerdoti e leviti: Sappiamo che sono ministri del culto. Sono espressione dell’indifferenza verso chi è incappato nei briganti. Essi procedono per la loro strada senza considerare la condizione disperata dell’uomo, passano oltre. La parabola non li scusa, né li condanna…. Quante volte capita a noi di fare lo stesso?.

Il Samaritano: non è un ebreo, anzi, appartiene a un’etnia che con gli ebrei ha relazioni molto difficili. «Bisogna qui ricordare che, nel capitolo precedente, l’evangelista ha raccontato che Gesù, in cammino verso Gerusalemme, aveva mandato avanti dei messaggeri che erano giunti in un villaggio di samaritani e volevano preparare per Lui un alloggio: “Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme” (9,52s). Infuriati, i figli del tuono — Giacomo e Giovanni — dissero allora a Gesù: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Il Signore li rimproverò. Si trovò poi alloggio in un altro villaggio»[2].

Il brano descrive le azioni del Samaritano, condensando il tutto nella “compassione”, intesa non come pietà, sentimentalismo, emozione… «Egli non chiede fin dove arrivino i suoi doveri di solidarietà e nemmeno quali siano i meriti necessari per la vita eterna. Accade qualcos’altro: gli si spezza il cuore; il Vangelo usa la parola che in ebraico indicava in origine il grembo materno e la dedizione materna. Vedere l’uomo in quelle condizioni lo prende “nelle viscere”, nel profondo dell’anima. “Ne ebbe compassione”, traduciamo oggi indebolendo l’originaria vivacità del testo. In virtù del lampo di misericordia che colpisce»[3].

La domanda posta a Gesù dal dottore della legge «Chi è il mio prossimo?», si trasforma, dunque, in una domanda diversa: come si diventa “prossimo” degli altri? «In virtù del lampo di misericordia che colpisce la sua anima [il Samaritano] diviene lui stesso il prossimo, andando oltre ogni interrogativo e ogni pericolo. Pertanto qui la domanda è mutata: non si tratta più di stabilire chi tra gli altri sia il mio prossimo o chi non lo sia. Si tratta di me stesso. Io devo diventare il prossimo, così l’altro conta per me come “me stesso”. Se la domanda fosse stata: “È anche il samaritano mio prossimo?”, allora nella situazione data la risposta sarebbe stata un “no” piuttosto netto. Ma ecco, Gesù capovolge la questione: il samaritano, il forestiero, si fa egli stesso prossimo e mi mostra che io, a partire dal mio intimo, devo imparare l’essere-prossimo e che porto già dentro di me la risposta. Devo diventare una persona che ama, una persona il cui cuore è aperto per lasciarsi turbare di fronte al bisogno dell’altro. Allora trovo il mio prossimo, o meglio: è lui a trovarmi»[4].

“Prossimo”, allora, si diventa quando mi faccio “vicino” all’altro! “Prossimo” non è solo l’altro!!! “Prossimo” è colui che sa farsi prossimo! Gesù ci insegna, in questo modo, a superare la visione dell’amore/compassione come riconoscenza, come risposta, come “dovere”…

Gesù ha raccontato questa parabola perché la misericordia/compassione è il cuore del suo messaggio. La misericordia è Lui!!! In questa parabola Gesù presenta sé stesso: è Lui il buon Samaritano! «La strada da Gerusalemme a Gerico appare quindi come l’immagine della storia universale; l’uomo mezzo morto sul suo ciglio è immagine dell’umanità. Il sacerdote e il levita passano oltre — da ciò che è proprio della storia, dalle sole sue culture e religioni, non giunge alcuna salvezza. Se la vittima dell’imboscata è per antonomasia l’immagine dell’umanità, allora il samaritano può solo essere l’immagine di Gesù Cristo. Dio stesso, che per noi è lo straniero e il lontano, si è incamminato per venire a prendersi cura della sua creatura ferita. Dio, il lontano, in Gesù Cristo si è fatto prossimo. Versa olio e vino sulle nostre ferite — un gesto in cui si è vista un’immagine del dono salvifico dei sacramenti — e ci conduce nella locanda, la Chiesa, in cui ci fa curare e dona anche l’anticipo per il costo dell’assistenza. […] La grande visione dell’uomo che giace alienato e inerme ai bordi della strada della storia e di Dio stesso, che in Gesù Cristo è diventato il suo prossimo, la possiamo tranquillamente fissare nella memoria come una dimensione profonda della parabola che riguarda noi stessi. Il possente imperativo contenuto nella parabola non ne viene infatti indebolito, ma è anzi condotto alla sua intera grandezza. Il grande tema dell’amore, che è l’autentico punto culminante del testo, raggiunge così tutta la sua ampiezza. Ora, infatti, ci rendiamo conto che noi tutti siamo “alienati” e bisognosi di redenzione. Ora ci rendiamo conto che noi tutti abbiamo bisogno del dono dell’amore salvifico di Dio stesso, per poter diventare anche noi persone che amano. Abbiamo sempre bisogno di Dio che si fa nostro prossimo, per poter diventare a nostra volta prossimi»[5].

[1] J. Ratzinger. Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, pag. 232.

[2] ibidem, pag. 233.

[3] ibidem, pag. 234.

[4] ibidem, pag. 234.

[5] ibidem, pagg. 237-238

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