#MISERICORDIA: #ACCOGLIERE la #DEBOLEZZA

a cura del MEG (Movimento Eucaristico Giovanile) http://www.meg-italia.it

Qualcuno ricorda di che cosa si parla in Mt 5,1-12? È il brano conosciuto da tutti come il discorso della montagna, quello dove Gesù proclama le Beatitudini. Probabilmente, siamo abituati ad ascoltare questa pagina evangelica, ma se facciamo un po’ più di attenzione, non potremo non cogliere l’assoluta straordinarietà di quelle parole… Si tratta di un vero e proprio “elogio” della fragilità! Poveri, miti, perseguitati, affamati… sono proclamati felici! Abituati come siamo a pensare che dobbiamo essere forti, fieri, vincitori, potenti, primi… per conquistarci la stima e la fiducia di chi ci vive intorno, questa affermazioni possono apparirci per lo meno illogiche e paradossali. Se sei debole, sei debole. E nessuno desidera davvero essere debole. Il debole in natura è colui che non ce la fa, non si salva, muore…

 

Un Dio fuori dagli schemi

Ma il Signore è fatto proprio in maniera diversa da noi e chi lo ha incontrato, chi lo ha conosciuto bene, ci conferma che se c’è un luogo certo dove lo possiamo trovare, è proprio nella piccolezza, nella precarietà dell’uomo, nella povertà, … È un Dio fuori dagli schemi, il nostro. Proviamo a chiederci il perché.

Quando una persona è “forte”, in un certo senso si sente anche autosufficiente, non dipendente dagli altri, fiero della sua autonomia. E anche gli altri, vedendolo così, finiscono per accorgersi solo della sua potenza e si dimenticano di chi è veramente la persona che hanno di fronte. La sua potenza diventa l’attributo fondamentale con cui il forte viene identificato. Così, l’essere “forti”, spesso, ci tiene un po’ lontano dagli altri e, più spesso, ci tiene lontani da Dio, del quale possiamo pensare di non avere nessun bisogno.

E quando la forza se ne va? Siamo creature intrinsecamente limitate e deboli. Arriva sempre e per tutti il momento in cui fare i conti con questa fondamentale nota della nostra identità: una malattia, una separazione, una perdita, un tradimento… Sono infinite le esperienze di fragilità che ci mettono di fronte alla nostra vulnerabilità.

 

Debolezza come opportunità

In queste occasioni – che alla luce di quanto stiamo per dire, rappresentano per il cristiano delle vere e proprie opportunità – abbiamo due strade da percorrere: o continuare a fingere di essere granitici e intoccabili e macerarci nel silenzio e nella solitudine del nostro dolore, continuando ad illuderci di essere intoccabili e potenti, oppure, aprire lo sguardo su noi stessi e sulla ferita che ci abita e consegnarci, come fa un bambino quando cade e si fa male con la mamma, all’abbraccio misericordioso di Dio affinché ci consoli e ci curi.

Se troviamo il coraggio di farlo, lo incontreremo lì ad aspettarci, proprio dove non avremmo mai sospettato di trovarlo, pronto a risollevarci e a condividere fino in fondo il nostro dolore.

Di questa dinamica meravigliosa – punto di forza di tutti i Vangeli e, quindi, di tutto il messaggio cristiano – è un testimone potente San Paolo quando, nella seconda Lettera ai Corinzi, ci racconta di quanto intimo e profondo sia per Lui l’incontro con il Signore che gli rivela come la Sua potenza si esprima pienamente nella debolezza. È grazie a questa “scoperta” che Paolo può dire: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie  infermità … quando sono debole, è allora che sono forte»  (2 Cor 12, 9-10).

La sicurezza di Paolo – e di tutti i santi che hanno fatto la medesima esperienza – si basa proprio sul fatto che non cerca appoggio in se stesso. Gli basta l’amore di Dio. Non ha altra certezza che la Sua grazia.

In questa prospettiva possiamo capire meglio in concreto come ogni nuova difficoltà nella vita di fede sia una nuova possibilità di amore. Perché smonta i nostri piani e le nostre forze che non sono altro che case costruite sulla sabbia. L’unica «roccia» è Cristo …

 

La croce ci dice chi è Dio

Scoprire che Dio ci ama così come siamo, nel punto più basso in cui ci troviamo è la chiave di lettura che ci svela il segreto delle beatitudini che fra le righe proclamano: solo Dio basta per essere felici.

Fino a quando ci opponiamo in mille modi alla nostra debolezza, la forza di Dio non può agire in noi. E le nostre azioni, le nostre relazioni, per quanto buone e generose, non avranno mai la potenza salvifica, la carica di amore disinteressato, che solo Lui può dare.

D’altra parte che cos’altro è la Croce, se non l’emblema di questa nota distintiva di Dio? Quel Dio che per soccorrere l’uomo nella sua fatica, nel suo peccato, nel suo dolore si abbassa, si fa piccolo, si incarna nel Figlio e ne condivide tutte le difficoltà, gli ostacoli, le miserie?

Gesù a questa croce non si è sottratto mai, neppure di fronte all’umiliazione, neppure quando ha capito che lo avrebbero ucciso. Eppure, Lui che era Dio, avrebbe “facilmente” potuto. Ma, come si dice in gergo, “non ce la poteva fare” a lasciarci soli con le nostre inquietudini, i nostri guai, le nostre miserie. Il bene che ci vuole è troppo grande, l’amore che lo spinge, assoluto.

Questo “stile” di Gesù è evidentissimo anche nelle sue relazioni. Quando va in cerca dei primi discepoli, schiva i ragazzi perbene, quelli che non hanno bisogno di nulla, coloro che non sentono nessun vuoto interiore, nessuna mancanza… Sceglie invece gli amici proprio per le loro debolezze, i loro errori, le loro piccinerie, le loro ferite interiori che hanno bisogno del suo amore per essere risanate.

 

Amare con il Suo stesso amore

Come i discepoli, anche noi, se facciamo davvero esperienza di questo amore infinito e senza riserve, ne restiamo a nostra volta travolti, ne rimaniamo rapiti. E ci viene fatto il dono di capire che, proprio attraverso la nostra debolezza, Dio può operare meraviglie nel mondo che abitiamo, tra le persone che frequentiamo tutti i giorni, perché quel nostro stesso limite diventa possibilità di vicinanza di condivisione, di prossimità con l’altro. E le nostre ferite del cuore, la nostra debolezza invece di diventare un ostacolo, un impedimento, una “vergogna” per le nostre relazioni, grazie al nostro abbandono al Signore e alla sua grazia, si trasformano in altrettante “feritoie” attraverso le quali ciascuno può guardare e vedere la nostra autenticità, specchiarsi e incontrare la propria debolezza con meno timore e meno paura, intravedere una luce di salvezza, che è la luce dell’amore di Dio che abita in noi.

Il debole in natura è colui che non ce la fa, non si salva, muore . Il debole, nella vita in Cristo è colui che ce l’ha fatta a incontrare il Signore, che da Lui riceve la salvezza e impara a dare la propria vita per gli altri e con Lui risorge a una vita nuova che è per sempre.

 

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