#misericordia #ACCOGLIERE la #DEBOLEZZA

a cura del MEG (Movimento Eucaristico Giovanile) http://www.meg-italia.it

 

Naaman il comandante

guarito quando accoglie la sua debolezza (2Re 5,1-15)

 

 

Ogni esistenza è caratterizzata da tensioni, contraddizioni, debolezze. Ci si può incaponire nel non vederle, attraversando la vita facendo finta di essere perfetti, oppure umilmente si può riconoscere ciò che siamo, nella nostra completezza, per camminare lentamente verso una unificazione progressiva.

In questo secondo numero dell’anno in cui siamo invitati all’accoglienza della debolezza incontriamo un primo personaggio: Naaman il Siro. Un uomo che vive immerso nella contraddizione, in un tempo di tensioni e… incapace di accogliere realmente la propria debolezza.

Questo brano racconta il suo cammino, quello che lo porterà alla guarigione. Quel cammino interiore di accoglienza che gli permetterà di guarire esteriormente.

 

1Nàaman, capo dell’esercito del re di Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la vittoria agli Aramei. Ma questo uomo prode era lebbroso. 2Ora bande aramee in una razzia avevano rapito dal paese di Israele una giovinetta, che era finita al servizio della moglie di Nàaman. 3Essa disse alla padrona: «Se il mio signore si rivolgesse al profeta che è in Samaria, certo lo libererebbe dalla lebbra». 4Nàaman andò a riferire al suo signore: «La giovane che proviene dal paese di Israele ha detto così e così». 5Il re di Aram gli disse: «Vacci! Io invierò una lettera al re di Israele». Quegli partì, prendendo con sé dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci vestiti. 6Portò la lettera al re di Israele, nella quale si diceva: «Ebbene, insieme con questa lettera ho mandato da te Nàaman, mio ministro, perché tu lo curi dalla lebbra». 7Letta la lettera, il re di Israele si stracciò le vesti dicendo: «Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi mandi un lebbroso da guarire? Sì, ora potete constatare chiaramente che egli cerca pretesti contro di me».

8Quando Eliseo, uomo di Dio, seppe che il re si era stracciate le vesti, mandò a dire al re: «Perché ti sei stracciate le vesti? Quell’uomo venga da me e saprà che c’è un profeta in Israele». 9Nàaman arrivò con i suoi cavalli e con il suo carro e si fermò alla porta della casa di Eliseo. 10Eliseo gli mandò un messaggero per dirgli: «Và, bagnati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito». 11Nàaman si sdegnò e se ne andò protestando: «Ecco, io pensavo: Certo, verrà fuori, si fermerà, invocherà il nome del Signore suo Dio, toccando con la mano la parte malata e sparirà la lebbra. 12Forse l’Abana e il Parpar, fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque di Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per essere guarito?». Si voltò e se ne partì adirato. 13Gli si avvicinarono i suoi servi e gli dissero: «Se il profeta ti avesse ingiunto una cosa gravosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: bagnati e sarai guarito». 14Egli, allora, scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell’uomo di Dio, e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito.

15Tornò con tutto il seguito dall’uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: «Ebbene, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele».


Nàaman, capo dell’esercito del re di Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la vittoria agli Aramei. Ma questo uomo prode era lebbroso.

Il brano inizia subito con la presentazione inziale di Naaman. Di lui si dice che era 1) capo dell’esercito (un comandante) 2) autorevole 3) stimato perché vittorioso 4) coraggioso 5) strumento di Dio e… 4) lebbroso! Tutto il meglio e il peggio di cui si possa dire di una persona. Aveva un lavoro e godeva dei riconoscimenti migliori, ma qualcosa in lui sembrava annullare tutto. La sua vergogna! La lebbra era una malattia, oltre che fisica, sociale. Il lebbroso doveva essere tenuto lontano dalle relazioni umane e sociali, era un uomo che doveva rimanere solo.

Il famoso, il vittorioso, il coraggioso… quello che sarebbe dovuto essere circondato da persone che lo adoravano per i suoi meriti e con le quali avrebbe potuto vivere la sua vita, portava in sé qualcosa di profondo che annullava ogni possibilità di stare con gli altri. Potenza e impotenza in Nàaman si scontrano violentemente.

 

Ora bande aramee in una razzia avevano rapito dal paese di Israele una giovinetta, che era finita al servizio della moglie di Nàaman. Essa disse alla padrona: «Se il mio signore si rivolgesse al profeta che è in Samaria, certo lo libererebbe dalla lebbra».

Siamo in un clima di tensione. Un tempo in cui il regno di Israele e quello di Siria (Aram) cercano di prevalere l’uno sull’altro. In una razzia viene rapita una giovane che diventa serva. La più debole di tutti… eppure la più libera di tutti. La salvezza arriva, come spesso accade, da chi è piccolo e povero. Come se si dimenticasse di tutto il male che ha subito, in modo sorprendentemente gratuito, la serva si rende strumento di liberazione per Naaman. Suggerisce un rimedio: rivolgersi ad un profeta in terra straniera. Se vogliamo uscire dalla nostra fragilità e debolezza, dobbiamo sempre mettere in conto di dovere intraprendere un cammino di incertezza e di tensione. Per affrontare la propria imperfezione è necessario uscire da sé per entrare in un luogo più esposto, meno protetto ma, alla fine, benedetto.

 

Nàaman andò a riferire al suo signore: «La giovane che proviene dal paese di Israele ha detto così e così». Il re di Aram gli disse: «Vacci! Io invierò una lettera al re di Israele».

Nàaman è disposto ad ascoltare la serva, ma va anche ad ascoltare il potente! Da una parte presta attenzione ad una via di “esposizione” dall’altra ascolta una via di “protezione”. Dalla parte della serva gli viene detto: “Ci pensa il Profeta” o, in altre parole, “A te ci pensa il Signore!”: dall’altra parte tende l’orecchio a un “ci penso io, il tuo re!”. È il combattimento perenne del cuore: mi affido al Signore, ma ricerco tutte le protezioni umane che mi servono!

 

Quegli partì, prendendo con sé dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci vestiti. Portò la lettera al re di Israele, nella quale si diceva: «Ebbene, insieme con questa lettera ho mandato da te Nàaman, mio ministro, perché tu lo curi dalla lebbra». Letta la lettera, il re di Israele si stracciò le vesti dicendo: «Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi mandi un lebbroso da guarire? Sì, ora potete constatare chiaramente che egli cerca pretesti contro di me».

Nàaman decide di ascoltare entrambi. Forse non ha scelta. Il risultato è catastrofico. La comunicazione viene fraintesa, come sempre avviene quando due parti sono in tensione. In realtà la lettera era ambigua: la serva suggeriva di rivolgersi per la guarigione al profeta Eliseo, povero e uomo di Dio; mentre il re domandava la guarigione al potente di turno, il re di Israele. Quest’ultimo, avendo la consapevolezza di non potere guarire Nàaman,  percepisce la richiesta come un pretesto per alimentare la tensione.

La lettera mette in evidenza una debolezza invalicabile iscritta nella natura dell’uomo: solo Dio può dare la vita o la morte! È un’altra fragilità da accogliere. Nàaman desiderava affrontare in modo sicuro la sua fragilità e scopre che tutto si complica… ora viene riconosciuto solo come “un lebbroso”.


Quando Eliseo, uomo di Dio, seppe che il re si era stracciate le vesti, mandò a dire al re: «Perché ti sei stracciate le vesti? Quell’uomo venga da me e saprà che c’è un profeta in Israele».

Eliseo prende l’iniziativa. È un uomo di Dio e secondo Dio si comporta… compie il primo passo.

 

Nàaman arrivò con i suoi cavalli e con il suo carro e si fermò alla porta della casa di Eliseo. Eliseo gli mandò un messaggero per dirgli: «Và, bagnati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito».

Naaman non si muove portando con sé solo la lettera, ma anche con una carovana di beni. Vuole ancora ottenere la libertà a partire da ciò che merita. La logica che lo guida è: “Sono ricco e potente… posso pagare la mia vita!”. Si presenta da Eliseo come si fa come quando si va al supermercato per comprare qualcosa, ma l’uomo di Dio lo sollecita invece a percorrere una strada, a fare dei passi interiori ben precisi. L’invito è al cambiamento del cuore.

 

Nàaman si sdegnò e se ne andò protestando: «Ecco, io pensavo: Certo, verrà fuori, si fermerà, invocherà il nome del Signore suo Dio, toccando con la mano la parte malata e sparirà la lebbra. Forse l’Abana e il Parpar, fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque di Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per essere guarito?». Si voltò e se ne partì adirato.

Nàaman non ci sta! Avrebbe preferito una guarigione flash! Pretende un servizio dal professionista e non è disposto a mettersi in gioco. Ma in fondo cosa chiede Eliseo? Una cosa difficilissima! Forse la più difficile di tutte: gli chiede di spogliarsi! Lui che è arrivato da lui ricco, esibendo i suoi regali e il suo potere per essere guarito, facendo affidamento sulla sua forza e i suoi meriti per ottenere la guarigione, riceve l’indicazione di “mettersi a nudo” e “farsi avvolgere” dalle acque.

Cerchiamo continuamente di conquistare l’amore aumentando i nostri meriti, fino al punto di credere di non essere degni di amore perché mai abbastanza meritevoli. La via indicata dal profeta, invece, è quella di mostrarsi per ciò che si è e farsi “avvolgere” dalla grazia gratuitamente, così come avviene nell’immersione nell’acqua. Ecco un altro invito a lasciare le proprie protezioni e sicurezze per accogliere la fragilità ed essere guariti nell’amore gratuito!

 

Gli si avvicinarono i suoi servi e gli dissero: «Se il profeta ti avesse ingiunto una cosa gravosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: bagnati e sarai guarito». Egli, allora, scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell’uomo di Dio, e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito.

Alla fine Nàaman si fa vincere, diventa debole, accoglie la sua debolezza. Chi lo convince? Chi viene in suo aiuto? Ancora i più deboli… i suoi servi. Saremmo disposti a compiere le imprese più grandi per meritare qualcosa… Invece dobbiamo solo accettare di non avere nessun merito per l’amore che ci viene donato e accoglierlo in tutta la nostra debolezza. Questo è un cammino! Questo guarisce nel profondo!  

 

Tornò con tutto il seguito dall’uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: «Ebbene, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele».

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