01/02 #etichetta

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ETICHETTA:  non etichette, ma nomi e volti!

“È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.” [A. Einstein]


Mc 6, 1-6
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.

Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.


Essere incompresi in casa propria!
Se molte tra le esperienze vissute da Gesù rischiamo di sentirle lontane dalla nostra esperienza quotidiana e non immediatamente “tagliate a nostra misura”, ecco che questa volta non è affatto così! Quanto vissuto da Gesù nel suo ritorno a Nazareth – il villaggio dove è cresciuto e ha speso la maggior parte dei suoi anni – è una situazione che anche noi ben conosciamo!

Pregiudizi, etichette, “leggende” paesane o metropolitane, memorie lunghe… Troppo spesso tutto ciò è esattamente quanto non aiuta a costruire e ad alimentare delle giuste relazioni, bensì a mortificale e comprometterle! È proprio quello che noi “già sappiamo” e “ben conosciamo” a creare ostacoli e resistenze nell’incontro con la possibile novità di alcune buone notizie di cui altri sono portatori… E soprattutto con la Buona Notizia dell’amore misericordioso del Signore.

Ciò accadeva a Nazareth 2000 anni fa e ciò accade ancor’oggi… Di fronte a questo Gesù non si spaventa, ma va avanti per la sua strada; né si rassegna, ma continua a cercare nuove relazioni capaci di un’accoglienza che vada oltre i pregiudizi delle etichette. Chiediamo di essere suoi discepoli anche in questo!

p. Iuri Sandrin sj, della comunità dei Gesuiti della Chiesa Universitaria di S. Frediano in Pisa

 

 

30/01 #paure

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PAURA da AFFRONTARE: Dirigersi insieme a Gesù verso ciò che ancora ci spaventa…

“Quando la Chiesa è chiusa, si ammala. La Chiesa deve uscire verso le periferie esistenziali.” [Papa Francesco]

Mc 5, 1-20
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro.
Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre.
Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese.
C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare.
I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.
Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.

“L’altra riva” del Lago di Tiberiade, la sponda ovest in cui si trovava la zona della Decàpoli, ha rappresentato sin da subito una grossa provocazione per Gesù e i suoi discepoli. La Buona Notizia dell’amore di Dio riguarda solo il popolo di Israele a cui essi appartengono – “i vicini” – oppure include anche quelli che stanno “dall’altra parte”?
Gesù mette in gioco la sua stessa vita per spingersi oltre le frontiere più
familiari e rassicuranti. Vuole incontrare di persona il famoso “indemoniato di Gerasa”, colui di cui tutti parlano, ma a cui nessuno vuole correre il rischio di avvicinarsi. L’amore di Dio giunge così fino ali piedi dell’emarginato e dell’escluso più pericoloso e inquietante: anche per lui che abita tra i morti c’è una parola di vita e di liberazione dal male!
I discepoli non hanno ancora il coraggio di accompagnare il loro Maestro in questo passo; si fermano sulla barca e lasciano che egli viva da solo quest’incontro con chi fa paura. Ma proprio grazie a questa esperienza la chiesa scopre la sua vocazione e non avere paura di chi è “più lontano” – “troppo lontano” – e a spingersi sempre un po’ più in là rispetto a ciò che è più conosciuto e rassicurante.

p. Iuri Sandrin sj, della comunità dei Gesuiti della Chiesa Universitaria di S. Frediano in Pisa

 

28/07 #altrariva

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ALTRA RIVA: lasciare la “nostra” riva sicura e comoda… per incontrare lui!


“La vera pace di Dio comincia in qualunque luogo, a mille miglia dalla terra più vicina.” [Joseph Conrad]


Mc 4,35-41
In quel medesimo giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».


L’episodio di oggi si apre con una parola forte di Gesù e si chiude con una domanda dei discepoli, una domanda caratteristica del Vangelo di Marco: chi è questo Gesù che si comporta in questo modo?!

Non si può rispondere a questa domanda capitale se non si è disposti ad accogliere il comando di Gesù “passiamo all’altra riva!”, entriamo in una logica diversa
Sì, se vuoi capire chi è Gesù devi prima di tutto lasciare la “riva” sicura o comoda o già nota delle tue idee o i tuoi sentimenti per lui! Devi essere disposto a mettere in questione i dati acquisiti su di lui e … su di te.
Accettare di aver paura, senza prenderti le conseguenze della paura, come fa lui che dorme nella tempesta!
Cosa può essere più grande della paura, al punto di non agire più spinto da essa? Come mai Gesù può dormire, nonostante il frastuono del vento e delle onde? Come si può farsi obbedire del vento e dal mare?
La risposta la dà Gesù stesso, il contrario della paura non è il coraggio, ma la fiducia in Dio … se non funziona vuol dire che ancora non sei passato all’altra riva!

p. Stefano Titta sj, superiore della comunità dei Gesuiti della Chiesa Universitaria di S. Frediano in Pisa

27/01 #desiderio

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DESIDERIO di Gesù: la via del Regno che si fa strada nella nostra storia.

“Mi ricevi | come il vento la vela. | Ti ricevo | come il solco il seme. ” (Pablo Neruda)

Mc 4, 26-34
In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.


Gesù racconta ciò che desidera per noi, ciò che ha nel cuore, usando delle immagini. Racconta un sogno che è verità semplice e sempre visibile… a chi sa guardare!

Dice: “ho visto come cresce il seme … silenzioso, umile, tenace. Ho visto l’effetto meraviglioso della stelo e della spiga che pian piano giunge a maturazione, gonfia di chicchi. Ho visto gli occhi pieni di misteriosa meraviglia del contadino e la gioia nelle sue mani che raccolgo i chicchi maturi perché diventino pane per la fame dell’uomo. Ecco, così desidero la vita per voi: una vita semplice, umile che pian piano si trasforma in spiga gonfia di chicchi maturi per dare pane a chi a fame”. È il desiderio di Gesù, è la via del Regno che si fa strada nella nostra storia.

p. Stefano Titta sj,superiore della comunità dei Gesuiti della Chiesa Universitaria di S. Frediano in Pisa

 

26/01 #fruttimaturi

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FRUTTI MATURI: Tito e Timoteo, come il campo della Chiesa è giunto a noi … contadini del 21° secolo

“La maturità inizia a manifestarsi quando sentiamo che è più grande la nostra preoccupazione per gli altri che non per noi stessi.”            [Albert Einstein]

Lc 10,1-9
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Dopo la conversione di S. Paolo, la Chiesa ricorda i SS. Tito e Timoteo, che sono i primi frutti maturi dell’apostolato di Paolo! Come li ha coltivati? Con pazienza e attenzione, seguendo le istruzioni del Maestro.

  • Libero da condizionamenti e dai limiti del potere, come un agnello in mezzo a lupi.. che non ha un gran potere..
  • Leggero e accogliente, come uno che non ha niente, che non possiede, ma accoglie ciò che viene …
  • Attento a incontrare le persone là dove sono … nelle loro case …
  • Portatore di pace, di vita, per questo può bere e mangiare senza fare storie, con semplicità perché attraverso queste cose passa la vita …
  • Pronto a dare la guarigione di Gesù a chi ne ha bisogno perché la vita risorta si faccia strada nelle fatiche della città dell’uomo.

Così Tito e Timoteo sono maturati e hanno coltivato altri e così il campo della Chiesa è giunto a noi … contadini del 21° secolo!!

p. Stefano Titta sj, superiore della comunità dei Gesuiti della Chiesa Universitaria di S. Frediano in Pisa