01/03 #luce

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LUCE: a tavola col Signore della Gloria

“La Quaresima è un banchetto di luce” [O. Clément]


Mt 6,1-6.16-18
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

“Cospargersi il capo di ceneri”: è un’espressione entrata nel gergo comune per indicare un’enfatica richiesta di scuse. In realtà, se vissuto secondo il suo senso proprio, il gesto liturgico che oggi sarà compiuto sul nostro capo ci accompagna ad un’umile presa di consapevolezza della nostra finitudine (“polvere sei e polvere tornerai”). Attraverso quel gesto, esprimiamo la volontà di rinunciare alla pretesa di essere Dio (o Moloch?) per chi ci sta intorno. Mi riconosco piccolo non per dar prova, sotto false sembianze d’umiliazione, di una forma più perversa di affermazione di me (“guarda quanto riesco a rinunciare a me stesso!”), ma per riscoprire, seduto al cuore della mia esistenza, il Signore della Gloria (“sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”, Ap 3,20).

p. Marco Colò sj della comunità dei gesuiti di Scampia (NA)

28/02 #ricompensa

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RICOMPENSA: ma che cosa si ottine dall sequela di Gesù?

“La ricompensa di un comandamento è un altro comandamento” (detto della tradizione rabbinica)


Mc 10,28-31

In quel tempo, Pietro prese a dire a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».
Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».

 

Nel brano del vangelo di ieri, si parlava del pericolo delle ricchezze e che queste diventino lo scopo principale della vita di un uomo, in fondo lo scopo assoluto della propria esistenza, in fondo il suo dio. Pietro allora ricorda a Gesù che loro hanno messo in gioco, seguendolo, quello che avevano: che cosa ne avranno?
La risposta di Gesù indica come essere coinvolti nella sua sequela significa sperimentare già adesso, qualcosa dell’opera di Dio padre che ci fa uscire dalla nostra solitudine e dall’individualismo e crea fraternità.  I suoi discepoli possono allora ricevere “il centuplo”, nell’amore di altri discepoli, fratelli, sorelle, condivisione di beni che diventare familiari di Gesù fa incontrare. Insieme naturalmente a fatiche, incomprensioni, e a volte persecuzioni, in questo mondo che Dio ama e sta tirando fuori dai vari “Egitti” del cuore. Qualcosa già si vive pur nell’incompiutezza,  nella attesa di quella pienezza che nel ritorno del Signore risorto possiamo sperare.

p. Franco Annicchiarico sj, superiore della comunità dei Gesuiti di Bari

 

27/02 #ricchezze

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RICCHEZZE: un uomo religioso troppo sicuro di sé che scopre di essere prigioniero di quello che possiede.

“E’ bello essere bambini anche perché, quando qualcuno ti dice che i soldi non sono tutto, tu ci credi veramente.”  [M. Badiale]


Mc 10,17-27

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Ai discepoli, probabilmente, questo tale che si presenta in maniera così teatrale davanti a Gesù gettandosi in ginocchio, deve aver dato anche un po’ di fastidio: troppo sicuro di sé, troppo bravo. Ha osservato tutti i comandamenti che poi gli ricorderà Gesù! Saranno rimasti sorpresi da Gesù  che non risponde alla sua domanda iniziale ma gli parla di Dio, che è il solo buono. Nella domanda del giovane c’è in fondo la tentazione, che il maestro intuisce subito, di voler chiudere il Signore in un rapporto duale: io sono bravo, ho riconosciuto che tu sei un maestro buono, e a te e solo a te, io chiedo che devo fare per vivere (sai tra bravi ci si intende!). Gesù gli ricorda subito che ogni vera relazione si apre al terzo, agli altri e che ci coinvolge con tutto noi stessi e con i nostri beni. Per cui, gli dice, se vuoi aprirti alla vita entra in relazione con me seguendomi, e metti in relazione ciò che hai, per me, con i tuoi fratelli: da tutto ai poveri! Il finale è un po’ triste per questo giovane: scopre infatti, di essere prigioniero di sé e dei suoi beni. Ciò che possiede, lo possiede e gli impedisce di seguire il suo desiderio

p. Franco Annicchiarico sj, superiore della comunità dei Gesuiti di Bari

La vita non ti regala niente! Quanto ci preoccupa lo spread dell’amore?

rigantur mentes

Meditazione sul Vangelo

dell’VIII domenica del T.O. anno A

26 febbraio 2017

Mt 6,24-34

Datemi una maschera e vi dirò la verità.

Oscar Wilde

Fin dall’antichità, l’uomo ha avuto la sensazione di essere incompleto, diviso, immerso in una perenne ricerca di qualcosa che potesse soddisfare il suo desiderio.

Platone, per esempio, ne aveva parlato nel Simposio, dove immaginava che Zeus, geloso della perfezione degli uomini, li avesse divisi in due, condannandoli a un’infinita ricerca di se stessi.

simposio

Sappiamo bene, per esperienza, che il conflitto per lo più ce lo portiamo dentro. Ci sentiamo divisi, come una corda che rischia di spezzarsi, perché tirata in direzioni opposte.

Dio ci tira da una parte, verso il bene e la vita. La ricchezza ci tira nella direzione opposta. Ma siccome Dio ci ama, tante volte lascia la presa, per evitare appunto che la nostra vita si spezzi. È un…

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25/02 #bambini

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BAMBINI: il piccolo e la sua capacità di entrare nel regno della Vita

“Imparare ad amare non è difficile se, se a insegnarlo è un bambino.” [C. Cannatella]

Mc 10,13-16
In quel tempo, presentavano a Gesù dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono.
Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso».
E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, ponendo le mani su di loro.

Probabilmente i discepoli pensavano di aiutare Gesù difendendolo dal fastidio della gente che gli stava intorno e che gli presentava i loro bambini. Rimangono sopresi e probabilmente delusi dalla reazione di Gesù: lo facevano per lui, in fondo! Il cuore di Gesù è troppo grande per i nostri cuori e facciamo fatica a stargli dietro. Lui però ci accompagna e con pazienza ci spiega che è venuto a narrarci il vero volto di Dio Padre di ogni uomo, che ama ogni piccolo, facendosi lui stesso piccolo in Gesù, perché ognuno possa avvicinarsi senza timore, senza più paura perché non c’è motivo di averne. Chi lo scopre, chi scopre che si può toccarlo, lasciarsi abbracciare intuendone e sperimentando la sua benevolenza, può affidargli, con semplicità e fiducia la sua vita. E’ nel regno! Il regno non è un luogo fisico, ma è un cuore nuovo, finalmente libero nella sua piccolezza per lasciarsi coinvolgere nell’amore.

p. Franco Annicchiarico sj, superiore della comunità dei Gesuiti di Bari

24/02 #insieme

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INSIEME: l’uomo e la donna, il mistero dell’Amore, la chiamata a essere una sola carne

“Quando due persone sanno tutto l’una dell’altra, il mistero della vita diventa fra di loro infinitamente grande. E solo in questo amore sanno tutto l’una dell’altra, si conoscono per intero. Eppure, quanto più si amano e quanto più sanno l’una dell’altra nell’amore, tanto più profondamente si rendono conto del mistero della loro vita. Che l’altro mi sia così vicino, questo è il mistero più grande.” [D. Bonhoeffer]

Mc 10,1-12
In quel tempo, Gesù, partito da Cafàrnao, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare.
Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

Al tempo di Gesù si discuteva tra i rabbini, del motivo sufficiente per un uomo di ripudiare la propria moglie. C’era chi diceva che bastava che avesse bruciato la cena, e altri che invece ci fosse bisogno di motivi più seri. Come sono difficili le relazioni di amore di coppie, quanti desideri e quante delusioni, quante gioie e quante sofferenze e violenze, e quanta solitudine! Ma, mentre gli scribi si fermano a ratificare il fallimento e la possibilità di uscirne, che era permessa solo agli uomini (le donne non potevano ripudiare il proprio marito), Gesù richiama il desiderio del Dio della vita, che cioè l’immagine di Dio creata maschio e femmina, possa nell’amore diventare una storia, un amore capace di esserci sempre, rimanendo diversi, anzi, favorendo la nascita di ciascuno alla propria verità nello sguardo dell’altro. Chiamati a essere una sola carne che vuol dire la nostra esistenza nella sua fragilità: una sola carne in cui l’uno prende cura della fragilità altrui e la custodisce. Grande è questo mistero dirà poi San Paolo!

p. Franco Annicchiarico sj, superiore della comunità dei Gesuiti di Bari

 

23/02 #piccolezza

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PICCOLEZZA: lo scandalo della piccolezza che con la forza dell’Amore sconvolge i potenti

“Non temere, io sono qui; Io sono innamorato della tua piccolezza; mi sono innamorato della tua piccolezza, del tuo niente”. Questa è la misericordia di Dio». [Papa Francesco]

Mc 9,41-50
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.
Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geenna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.
Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».

Il nostro maestro continua a farci scuola, e le frasi che ci rivolge, nello stile ebraico antico, che non va preso alla lettera, ci invitano a una sequela coraggiosa, con un maggiore coinvolgimento con lui e le persone che incontriamo. Rispondiamo alla sua chiamata che ci invita a seguirlo valutando cosa è necessario portare con sé e cosa lasciare, cosa scegliere e cosa rinunciare per essere suo discepolo e vivere. Ma innanzitutto è necessario stare attenti a non inciampare e scandalizzarsi di questo maestro che viene a narrare un Dio Amore che si fa piccolo e che ci spiazza rispetto alle nostre visioni di grandezza. Lui si fa piccolo e ci viene ad amare nelle nostre piccolezze: noi siamo un po’ tutti ciechi, zoppi, monchi, e siamo invitati a gettare le nostre piccolezze nel suo amore. Amare lui che ci ama facendosi piccolo come noi, con tutte le nostre “altezze” e tutte le nostre “bassezze”.

Franco Annicchiarico sj, superiore della comunità dei Gesuiti di Bari