11/03 #nemico

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Amare è credere che ogni persona ferita nella memoria, nel cuore o nel fisico possa trasformare le proprie ferite in fonte di vita. [T. Guénard, Più forte dell’odio]


Mt 5, 43-48
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 

«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Questo brano di vangelo è di per sé stesso un cammino. Di sequela. Può sorprendere trovarlo già adesso: in fondo, siamo solo al sabato della prima settimana di quaresima! Se rappresenta un obiettivo, non è certo tra i più semplici. Certamente è stato vissuto da Gesù nella sua vita, e pienamente manifestato sulla croce: Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno.
E allora? Perché proporre già ora questa cosa così grande? Rinunciare o comprendere?
Magari comprendere. E comprendere che anche il nemico ha una storia, magari di ferite profonde, che cercano un balsamo. Cercano amore. Questo non vuole essere assolutamente un modo per scagionare nessuno dalle proprie responsabilità, ma solo un invito ad aggiungere (non a sostituire) alla giustizia, l’amore.
Così comprendiamo anche perché troviamo questo brano così presto: perché le cose più difficili hanno bisogno di più tempo per essere comprese, accettate, attuate. Gesù lo sa bene e qui ce lo mostra pedagogicamente, mentre lì sulla croce ce lo mostrerà personalmente.

Angelo Stella della comunità dei gesuiti di Scampia (NA)