Non ti voglio più vedere! L’illusione di lasciare la realtà fuori dalla porta

rigantur mentes

Meditazione sul Vangelo

della IV domenica di Quaresima anno A

26 marzo 2017

Gv 9,1-41

Praetende mihi lumen tuum, revoca me ab erroribus.

Sant’Agostino

Non sempre abbiamo voglia di vedere come stanno le cose. Molte volte preferiamo essere ciechi perché ci fa comodo: non vogliamo vedere la realtà di un amore finito, di una situazione che ci dà torto, non vogliamo vedere i nostri errori.

A volte giriamo la faccia per non vedere, in modo da evitare di prenderci le nostre responsabilità. A volte chiudiamo gli occhi per non sentire il dolore, ma il dolore arriva lo stesso. Chiudiamo gli occhi anche per continuare a vivere nelle nostre fantasie e per continuare a credere che il mondo sia proprio come noi lo immaginiamo, fino a quando la realtà bussa alla nostra porta. Ci rendiamo ciechi, come Edipo nella tragedia di Sofocle, perché non ci sentiamo in grado di sostenere…

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25/03 # annunciazione

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ANNUNCIAZIONE: qualcuno che sa ascoltare e lasciare spazio

Lc 1,26-38
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

In quella quotidianità così banale, così piena di vita, come in un vicolo di Napoli, c’è una donna che sa ascoltare. È certamente una donna che sa amare.
Maria è vergine perché sa fare spazio dentro di sé. Maria è vergine perché sa accogliere, perché non si mette al centro, sa farsi da parte.
Maria è vergine perché lascia che Dio sia il protagonista della sua vita.
Maria è la madre di quelle donne e di quegli uomini che sanno dire no alla sete di potere, al culto dell’immagine, alla seduzione del guadagno facile.
Maria è vergine perché per amore è disposta a mettersi in gioco, anzi a giocarsi la vita.
La verginità è lasciare spazio a Dio perché generi in me qualcosa di nuovo: «era il sesto mese per lei». Luca gioca sul senso di questo numero che rievoca il sesto giorno della creazione, quello in cui viene creato l’uomo. La Parola di Dio ci ri-genera, ci ri-crea.

«E l’angelo partì da lei», ma la Parola no, non partì da lei, la parola si fermò in lei, prese dimora, lì, in quella casa, tra la stufa per cucinare e il secchio per lavare i pavimenti.

p. Gaetano Piccolo sj