Via da… I movimenti del cuore nel tempo della delusione

rigantur mentes

Meditazione sul Vangelo

della III domenica di Pasqua anno A

30 aprile 2017

Lc 24,13-35

Ci hai creati per te e il nostro cuore è inquieto, finché in te non riposa.

Agostino

Quando siamo delusi, la prima cosa che ci viene in mente è quella di scappare. Vogliamo andarcene via da una situazione, da una relazione, da un impegno. La delusione spesso è accompagnata dalla rabbia. Ma la rabbia acceca. Per questo, mentre scappiamo via per la delusione, spesso non sappiamo neppure dove stiamo andando esattamente. Per ora l’importante è andare via, anche se non sappiamo ancora verso dove.

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Anche in questo passo del Vangelo succede così. Due discepoli, ormai delusi e stanchi, decidono di tornare indietro. Si allontanano dai luoghi in cui hanno vissuto una storia d’amore, quasi a cancellare tutto quello che è successo.

Quando siamo delusi e arrabbiati ci arrovelliamo nei nostri pensieri, cercando…

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29/04 #sapienza

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Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli

“All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona”. [Benedetto XVI]

Mt 11,25-30
In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».


Vuoi veramente conoscere Dio? C’è una sola condizione da adempiere: frequentare Gesù. Solo Lui manifesta, concretizza nel suo agire, nelle sue parole, in tutta la sua vita, quel Dio-Amore che è venuto a rivelarci.
Perché Dio si manifesta in una storia – la nostra storia – che viene a vivere con noi. Gesù è la manifestazione piena di Dio. Per questo il Signore ancora una volta ci chiama a se e ci sollecita ad un incontro personale con lui.
Questa è la strada per conoscerlo e amarlo: “nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”. Gesù con il suo farsi compagno di viaggio di ogni uomo ci dice che conosce profondamente la nostra situazione, le nostre preoccupazioni, le nostre pene e i nostri fardelli. E di tutto ciò vuole darci ristoro. Non abolendo tutto, come per effetto di una bacchetta magica, ma facendosi totalmente solidale con la nostra condizione umana. Per aiutaci a capire cosa ciò significa utilizza l’immagine del “giogo”. Non si tratta di essere rassegnati, sottomessi, ma solidali. Un giogo serve a legare due animali perché possano tirare insieme, nella stessa direzione. Gesù, solidale con la nostra condizione umana, si impegna a tirare nella stessa direzione per far ripartire la nostra umanista impantanata. Il peso di Gesù è leggero perché è donato all’uomo, al suo desiderio, alla sua volontà di vivere, alla sua felicità. Egli è il nostro riposo.

p. Enzo Greco sj della comunità dei gesuiti di Catania

28/04 #sazietà

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Cosa mai si riuscirà a fare con così poco?

Gv 6, 1-15

Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

I discepoli di fronte alla mancanza di pane per sfamare la folla rivolgono lo sguardo su se stessi, sulle loro risorse, fanno calcoli e sono tentati di arrendersi alla logica del mondo. Ma Gesù piuttosto che seguire la razionale analisi degli apostoli sceglie di accogliere l’offerta un po’ folle di un ragazzo. L’evangelista Giovanni è l’unico a evidenziare questo particolare, a raccontarci che i pochi pani e pesci che sfameranno la folla provengono da un giovane che diventa il modello dell’agire pastorale, della nostra fede.
Anche noi, spesso posto dinanzi all’immensità della fame con cui siamo confrontati, fame di pace, di giustizia, di dialogo, di verità, sentiamo venir meno le nostre forze e vorremmo che fosse il Signore ad occuparsene. Ma il Vangelo ci dice invece che sta a noi: anche se la sproporzione è immensa, sta a noi dare del nostro, affinché il Signore possa salvare l’umanità. Piuttosto che sprecare il tempo a sottolineare le tante cose che non vanno in noi, nelle nostre comunità ecclesiali, e nella Chiesa in generale, siamo invitati a condividere quel poco che abbiamo: basta condividerlo per sfamare una folla immensa. Invece di lamentarmi al cospetto di Dio, Egli mi invita a mettermi in gioco, ad osare, a scommettere la mia vita.

p. Enzo Greco sj della comunità dei gesuiti di Catania

27/04 #credere

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IL TUO VOLTO SIGNORE IO CERCO

“Più alto vola il gabbiano, e più vede lontano.” [Richard Bach]


Gv 3, 31-36
Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza; chi però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero. Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio incombe su di lui».


A Nicodemo Gesù rivela il senso più profondo della sua missione: egli si è fatto uomo per rendere testimonianza al Padre, perché lui e il Padre sono una cosa sola. E’ lui, il figlio, che ci parla del Padre, che ci svela, finalmente il vero volto di Dio.
Gesù viene a cancellare l’immagine approssimativa e erronea di Dio che l’uomo, che ciascuno di noi, si è costruita a partire dalle nostre esperienze, dal nostro carattere, dalle nostre paure o dalle nostre miserie. Noi non crediamo in Dio, crediamo nel Dio di Gesù Cristo. Leggere e meditare la Parola, scrutarne e gustarne il significato alla luce dello Spirito Santo ci permette di verificare ogni momento la verità della nostra fede. Solo così, alla scuola del Maestro, possiamo imparare che è veramente Dio. Il Dio in cui credo è il Dio di Gesù Cristo?

p. Enzo Greco sj, della comunità dei gesuiti di Catania

26/04 #consegnarsi

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CONSEGNARSI: IL RISCHIO DELL’AMORE

«Ama

senza rinnegare te stesso

Ama

come fosse l’ultimo giorno

senza conservarti,

completamente

senza limiti o barriere».

(Gabriela Mistral)

 

Gv 3, 16-21

«In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Ci sono espressioni come giudizio e condanna che, a pelle, ci infastidiscono, sembrano richiamare più il Dio dell’Antico Testamento, come se il Dio dell’Antico Testamento non fosse lo stesso Padre di Gesù. Eppure è lo stesso Cristo che le usa, e non solo in questo dialogo con Nicodemo. Parole forti, dure come quelle che hanno fatto allontanare i discepoli quando Gesù ancora una volta dichiara il suo amore che va oltre ogni confine fino a consegnare persino la sua carne. Il giudizio e la condanna ci appaiono più chiari: sono espressioni del rifiuto dell’amore. Passiamo un’intera esistenza a cercare amore, riconoscimento, comunione, una relazione che ci dia pienezza, e quando troviamo finalmente un Dio che non chiede sacrifici di tori e di montoni, un Dio che si manifesta nella logica del dono senza contraccambio, che arriva fino al punto da consegnare se stesso nella persona di Suo Figlio Gesù, lo rifiutiamo. Ecco allora che la consegna del Figlio di Dio, il suo donarsi a noi, può trasformarsi in un’autocondanna, nell’autoescludersi dalla festa della Vita. Le parole forti di Gesù sono tali: ci mettono in guardia, senza finzioni e senza buonismi politically correct, che dall’accogliere o meno il Suo Vangelo e la Sua Persona può dipendere la nostra stessa vita. La riuscita del nostro desiderio più profondo: specchiarsi nel volto dell’Altro e riconoscersi in Lui.

Padre Michele Papaluca sj della Comunità dei gesuiti di Catania

 

25.04#partire

go.jpegPARTIRE: LO SQUILIBRIO DELLA FEDE

«Quando la vita chiama, il cuore sia pronto a partire e a ricominciare, per offrirsi sereno e valoroso, ad altri nuovi vincoli e legami. Ogni inizio contiene una magia che ci protegge e a vivere ci aiuta». (Hermann Hesse)

Mc 16, 15-20

«In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano».

Gesù torna al Padre, ma prima invita i discepoli a continuare la sua opera di liberazione e di consolazione. “Allora essi partirono…”: riconoscere in Gesù il Signore della nostra vita, ci mette in movimento, ci apre all’altro per condividere il dono ricevuto. Un servizio della gioia nel quale non si è soli: Gesù cammina sulle nostre gambe, ci accompagna. Servizio della gioia da vivere e svolgere “dappertutto”, dovunque c’è un cuore spezzato o una vita ferita. La Chiesa è in uscita fin dagli inizi, ed esce incontro agli altri: non si accartoccia su se stessa, neanche sulla stessa fede. La fede è per natura sua “squilibrata”: chiede sempre un passo avanti, un passo verso l’altro. Di essere donata.

Padre Michele Papaluca sj della Comunità dei gesuiti di Catania

24.04#rinascita

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«La nascita non è mai sicura come la morte. E questa la ragione per cui nascere non basta. È per rinascere che siamo nati» (P. Neruda)

 

Vangelo: Gv 3, 1-8

«Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».

Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».

 

Commento: Nicodemo è un maestro in Israele, un sapiente che però è ancora avvolto nella notte del dubbio. Di fronte alla persona di Gesù si rende conto che c’è un di più che gli sfugge. E proprio in questa notte di conflitti interiori non si lascia bloccare. Gesù lo invita a lasciare una volta per tutte il vecchio, il già visto e sentito, gli schemi di un tempo: c’è da aprirsi allo Spirito per rinascere dall’alto proprio per rinascere di nuovo. Un cambio di mentalità, un’apertura alla novità di Dio che non si lascia incasellare dai nostri schemi miopi e rassicuranti. Affidarsi al vento dello Spirito che non si lascia contenere dai nostri ragionamenti benpensanti e apre a nuove possibilità. La vita nello Spirito, la vita nuova dall’alto, non ristagna, non sa di stantio, non rinchiude nel passato: è una ventata d’aria fresca, è una strada non ancora percorsa. Un’altra occasione.

 

Padre Michele Papaluca sj della Comunità dei gesuiti di Catania