08/05 #posizionarsi

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POSIZIONARSI: Gesù è colui che per noi si pro-pone, si es-pone e si de-pone

“Davanti alla rivelazione di Gesù c’è sempre una duplice reazione: gli uni lo dichiarano pazzo delirante, gli altri lo difendono come uno che apre gli occhi ai ciechi. È la duplice reazione che avviene anche tra noi e dentro di noi che ascoltiamo.”              [p. Silvano Fausti sj]

Gv 10,11-18
Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Dopo aver detto di essere la “porta” della salvezza, Gesù si identifica con “il pastore bello”. “Bello” significa vero, autentico, buono, che sa fare il proprio lavoro; richiama però anche qualcosa di piacevole, di bello appunto. È importante vederne la bellezza e provarne piacere. Questa bellezza salverà il mondo, rendendoci spiacevole ciò che riteniamo piacevole. Solo allora cambieremo pastore, perché l’uomo agisce sempre seguendo ciò che più gli piace.
Gesù non è “un”, ma “il” pastore, il pastore modello, che si prende cura delle sue pecore. Si propone come tale perché espone (vv. 11-13), dispone (vv 14-16) e depone (vv 17-18) la propria vita in loro favore.
Gesù fa vedere il suo modo di essere pastore: espone la sua vita a favore delle pecore. Più avanti dirà anche che dispone e depone per loro la sua vita. È la bellezza dell’amore che si mostra in azione!
Qui non si vuole dire immediatamente che il pastore offre o dà la sua vita nel senso che muore. Infatti, se muore, le pecore sono rapite e disperse. Si vuol dire che la prima caratteristica del pastore è l’amore e il coraggio impavido con cui difende le pecore: egli, a differenza del mercenario, “es-pone” per loro la sua vita ad ogni pericolo.
Gv 10,11-18
Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

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