Come fa la pasta la mia mamma…

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Nessuno può toccare la grandezza di cui pur è capace, se prima non ha la forza di vedere la sua piccolezza

Bertrand Russell

In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». (Lc 13,18-21) 

Straordinaria la filosofia di Gesù: per descrivere il regno, che non è di questo mondo, usa le immagini che sin da piccolo sono state impresse nella sua memoria. Quando guardava con curiosità quell’uomo che teneva in mano dei semi piccolissimi che una volta piantati diedero vita a una pianta maestosa, oppure quando osservava la mamma che impastava energicamente lievito e farina per fare il pane. Come cresceva quella pasta!

Il regno dei cieli è simile ai ricordi di ciò che gli occhi di bambino hanno contemplato con  stupore e meraviglia e che ora ritornano intrisi di quell’affetto che sa custodire il mistero. Sono i ricordi di chi ha intravisto, anche solo per breve momento, l’immensa cura che si cela dietro la banalità della vita che scorre: cose semplici, situazioni ordinarie che diventano porte verso lo straordinario.

A volte basta poco, e il regno dei cieli irrompe nella nostra vita, come se non aspettasse altro che un timido accenno per squarciare la realtà e trasfigurarla. Basta un piccolo segno, un sorriso, un cenno, un gesto gratuito e il nostro cuore si scioglie di tenerezza, le resistenze si disinnescano e il mondo ci appare più bello e luminoso.

  • Ti è mai capitato di provare stupore o meraviglia?
  • Quali sono i ricordi affettivi a cui sei più legato?
  • Hai mai incontrato qualcuno che senza motivo ti ha regalato un sorriso o un gesto gentile? 

p. Flavio E. Bottaro SJ

30/10 – Lasciati toccare!

Guarire è toccare con amore ciò che abbiamo precedentemente toccato con paura.

(Stephen Levine)

In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga il giorno di sabato. C’era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei libera dalla tua infermità», e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato». Il Signore replicò: «Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott’anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?». Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Lc 13, 10-17

Gesù è pronto a curare i nostri mali, in ogni luogo e in ogni tempo.

Possiamo anche aver aspettato diciotto anni, ma nel momento esatto in cui ci rivolgiamo a lui comincia il processo di guarigione. I primi effetti si palesano subito, ma è quando ricominciamo a glorificare Dio che, tornati alla ragione della nostra esistenza, possiamo affermare di aver cominciato a guarire.

Benché in quel momento stesse insegnando, Gesù si interrompe e tocca la donna per liberarla: viene in nostro soccorso rispondendo al nostro specifico bisogno, guarendo il nostro specifico male. Il nostro salvatore non è un medico superficiale e distratto che somministra rimedi generici: egli si avvicina ad ogni singola ferita, non all’idea astratta e lontana di un male imprecisato.

Il maestro della sinagoga si piega a toccare il corpo ammalato, se e quando è necessario per la liberazione.

Per Dio non c’è nulla di più importante del nostro ritorno a lui!

Il tocco di Cristo è il mezzo di ogni guarigione: le sue mani imposte sul nostro corpo curvo ci restituiscono la postura della dignità e così, liberati dalle nostre malattie, finalmente riusciamo a drizzarci, possiamo tenere alta la testa e cambiare prospettiva.

 

  • Sono ricurvo su me stesso?
  • Voglio essere guarito?
  • Dove ho bisogno che Gesù mi tocchi, per guarire?

 

Rete Loyola Bologna

Nelle reti della mia solitudine. Quando realizzi che hai sbagliato ad amare

Meditazione sul Vangelo

della XXX domenica del T.O. anno A

29 ottobre 2017

Mt 22,34-40

L’amore è inclinazione.

H. Arendt

Tempo fa ho sentito la storia di una rosa che si era accorta della sua particolare bellezza. Inebriata dal suo splendore, decise che voleva essere accarezzata solo dal leggero tocco delle farfalle, pertanto non apprezzava i moscerini e gli altri piccoli insetti che le volavano intorno. Un giorno, vedendo passare un ragno, gli chiese di tessere intorno a lei una delle sue tele, in modo che i moscerini non riuscissero ad avvicinarla. Il ragno non si fece pregare e si mise subito al lavoro. La rosa fu ampiamente soddisfatta, soprattutto quando cominciò a vedere che i piccoli insetti rimanevano crudelmente impigliati nella rete. Avvenne però che le farfalle, avvicinandosi alla rosa, vedevano quel triste spettacolo e, addolorate e spaventate, si allontanavano rapidamente. La rosa finì così con il passare in solitudine la sua breve vita.

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Assistiamo ormai sempre più spesso a questa tendenza all’isolamento, mascherata da una falsa rivendicazione dei propri diritti. Vogliamo essere al centro e pretendiamo di selezionare la qualità delle nostre relazioni. Le dogane che abbiamo soppresso alle frontiere, le abbiamo ricostituite sui margini delle nostre esistenze. Sta diventando ormai un modo di pensare che attraversa non solo le scelte politiche, ma anche il modo di vivere delle comunità e delle persone. Pian piano abbiamo sostituito alla bellezza della relazione, l’ossessione per il nostro io. L’altro non è più il forestiero che attraversa la nostra terra, ma il nemico da escludere.

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Sembra strano che un dottore della legge chieda a Gesù quale sia il comandamento più importante, ma come avviene anche nella nostra vita, possiamo essere persone corrette, ma non arrivare mai ad amare. Quel dottore della legge sa qual è il primo comandamento, ma probabilmente non lo ha mai vissuto. La Chiesa è piena di gente che conosce i precetti, ma non ha mai cominciato a metterli in pratica.

E Gesù individua dove sta il problema: amare è una questione di cuore! Ma il cuore, nel linguaggio biblico è la persona, è l’unità e la totalità della persona. Non si può amare a rate o a intervalli. Se uno ama, lo fa sempre con tutto se stesso. Il cuore, dice Gesù, è là dove l’anima e i pensieri trovano la loro sintesi, dove cioè quello che penso esprime veramente quello che sento. Noi invece siamo spesso persone scisse, frammentate, incoerenti.

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Amare Dio non è solo il precetto numero uno da assolvere per passare al livello successivo. Amare Dio è il fondamento della possibilità di amare l’altro, semplicemente perché solo nella relazione con Dio mi sento fondamentalmente amato. Solo nella relazione con Dio posso sentirmi perdonato nonostante la mia fragilità. Solo se mi sento riconosciuto in questa relazione originaria, che scava nei luoghi più profondi del mio cuore, allora posso generare amore. Molta gente non riesce ad amare perché non è disponibile a fare questa esperienza profonda di riconoscersi peccatori, ma immeritatamente amati. Non siamo disposti a fare l’esperienza di una gratuità inspiegabile che ci sorprende.

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Proprio per questo motivo l’amore di cui ci parla Gesù non è un amore meramente umano, non è filantropia, non è un amore che si risolve nell’impegno sociale. L’amore di cui parla Gesù è un amore fondato. Un amore che trova le sue risorse in una relazione più profonda e originaria a cui ogni uomo è chiamato.

Solo se siamo ancorati in questa relazione primaria con Dio possiamo vivere l’amore per l’altro in maniera sana, senza fusioni e senza opposizione: amare l’altro come se stessi non vuol dire fondersi o annullarsi con l’altro.

Amare l’altro come se stessi vuol dire invece permettere all’altro di sperimentare quello che noi abbiamo vissuto nella nostra relazione fondamentale con Dio.

Amare l’altro vuol dire vedere il suo reale bisogno, non proiettare su di lui il mio bisogno insoddisfatto.

Amare l’altro vuol dire accoglierlo se è forestiero, dargli il mantello se è nudo, dargli un padre se è orfano.

Se al centro ci sono io con il mio bisogno, non arriverò mai ad amare veramente. L’altro sarà l’ostacolo alla mia libertà, il limite alla mia espansione. È l’illusione della rosa che si condanna a vivere la vita in solitudine.

Leggersi dentro

–          Dove sperimenti l’amore di Dio per te?

–          Come dimostri l’amore per gli altri?

28/10 – Amare al plurale

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“Se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme.”  

(Proverbio Africano)

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti. 

Lc 6,12-19

Ci sono svariati modi di concepire il nostro ruolo nel mondo.

Possiamo guardare alla vita come ad una corsa ad ostacoli e passare il nostro tempo a controllare la nostra posizione rispetto agli altri atleti. Possiamo vivere con lo sguardo rivolto esclusivamente al nostro giardino e, finché questo produce i suoi frutti, non preoccuparci dei deserti che lo circondano.  Oppure possiamo sentirci parte di una famiglia i cui beni e le cui fatiche devono essere condivise con amore.

Qui il Signore ci svela il suo stile, che parte dal silenzio e dalla relazione con un Padre che non fa mancare la Sua presenza ed accoglie tutti. Da questo abbraccio di tenerezza, scaturisce una dinamica di vita per chi lo incontra: la scelta degli apostoli, le guarigioni dalle malattie fisiche e spirituali, l’annuncio del Regno.

Ogni sua azione e parola trovano origine in un bene più grande.

Non si può donare ciò che non si è ricevuto; non si può ricevere, senza restituire.

La vera guarigione passa da un cuore capace di amare perché l’amore è sempre declinato al plurale.

 

  • Qual è il tuo stile?
  • Quando ti sei sentito scelto?
  • Da dove passa la tua guarigione?

 

RETE LOYOLA BOLOGNA

27/10 – STAY TUNED –

Stay Tuned

Tune my heart to sing Thy Grace.  

(Robert Robinson)

Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada procura di accordarti con lui, perché non ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esecutore e questi ti getti in prigione. Ti assicuro, non ne uscirai finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

Lc 12,54-59

Spesso spontaneamente diamo interpretazioni più o meno affrettate di questo o di quel segno, come se i nostri occhi potessero essere quelli di Dio, le nostre vie le sue vie. Il progresso di scienza e tecnica ci ha messo nelle mani potentissimi strumenti di previsione, dandoci la possibilità di conoscere e giudicare ma certo non di possedere o controllare.

La scienza basta davvero per leggere tutto e per cogliere il senso di ogni segno? Sa dirci cosa è giusto per noi?

Nelle scelte più importanti non basta conoscere le alternative, scienza e cultura non placano ogni sete. La soluzione sta in un impegno costante: nell’accordarsi lungo la strada sintonizzando i cuori, cercando l’aderenza ad un progetto comune.

Un cuore ben sintonizzato sa ascoltare se stesso e sa entrare in armonia con gli altri – è nell’armonia che sboccia la scelta giusta, quella per il meglio.

 

  • Quanto so ascoltare il mio cuore?
  • Cosa stona oggi nella mia vita?
  • Con chi (e su cosa) è tempo di accordarmi?

 

Rete Loyola Bologna

26/10 Attento che ti scotti!!!

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La cosa più bella che possa capitare a un essere umano
è scoprire il fuoco sacro, il fuoco della sua anima.
E di fare in modo che la vita intera
sia l’espressione di questa anima.
(Annie Marquier)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». (Lc 12, 49-53)

Quanto ardore nella Parola di oggi! Gesù è mosso da un fuoco che arde dal desiderio di vederci rinnovati. Non vede l’ora che tutto sia compiuto e noi possiamo liberare l’energia benefica dell’amore.

Ma la strada è ancora lunga. Occorre prendere consapevolezza che la sua sequela è impegnativa.  Creando conflitto e contraddizione nella nostra casa, cioè nel nostro cuore. Come posso far spazio al nuovo, se prima non guardo il  vecchio che mi abita, decidendo di tenere ciò che è da conservare e lasciare ciò che non dà più vita? Distinguere vuol dire tracciare dei contorni, vedere nitidamente,  conoscerci.

Il Signore oggi ci invita al confronto serrato, gli uni con gli altri, per metterci in discussione nei confronti di ciò e di chi ci è familiare. Delle nostre abitudini, delle nostre comodità, delle nostre relazioni di sicurezza. Per diventare adulti, ci invita a creare quel contraddittorio attraverso il quale il fuoco della vita –  lo Spirito santo – può passare e innescare la miccia dell’amore da vivere e diffondere.

  • Quali cose buone sento di dover tenere della mia vita?
  • Da cosa sono chiamato a distaccarmi in questo momento per diventare adulto?
  • In quali ambiti della mia vita sento il bisogno di un confronto radicale?

25/10 – Dici a me?

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Eccolo, egli sta
dietro il nostro muro;
guarda dalla finestra,
spia attraverso le inferriate.
(Cantico dei Cantici 2, 10)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più». (Lc 12,39-48)

Gesù insiste sull’imprevedibilità dell’opera del Padre nella nostra vita e con forza ribadisce l’importanza di essere vigili e solerti, liberi dal passato e aperti allo Spirito, al nuovo e all’inaspettato. Pietro, tuttavia, va oltre la raccomandazione: vuole sapere a chi essa sia rivolta, si preoccupa cioè più del ruolo da assumere che dello scopo.

La terra e le nostre stesse vite sono dei beni che amministriamo molte volte inconsapevolmente. Gesù, da buon padrone, non solo rimane vigile e sollecito verso il prossimo, ma, libero dal peso di sé stesso e della sua storia, continua instancabilmente a parlare al cuore dell’uomo, ricordando a tutti noi la capacità di essere buoni amministratori e la dignità di essere umani.

Ci invita ancora a non vivere quello che abbiamo e siamo come un carico da sopportare, ma come qualcosa per la quale rispondere con cura e amore tutti i giorni della nostra vita.

  • Cosa o chi mi è stato affidato?
  • Quanto mi preoccupo di chi sono e di quello che ho?
  • Chi sono i padroni a cui sono sottomesso?