31/12 – Non ti riconosco più!

Genitori tra ricatti e desideri

Meditazione

per la festa della Sacra famiglia

(anno B)

31 dicembre 2017

By: piccologaetano

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La Lumachella de la Vanagloria,
ch’era strisciata sopra un obbelisco,
guardò la bava e disse: – Già capisco
che lascerò un’impronta ne la Storia.
Trilussa

Ciascuno di noi avverte l’esigenza più o meno forte di lasciare un segno nella storia. Vorremmo che la nostra vita non finisse, abbiamo paura di cadere nell’oblio, di essere dimenticati. Spesso riversiamo questa paura sui figli, consegniamo loro il nostro nome come se ci affidassimo a loro per essere proiettati nel futuro.
Anche per questo facciamo fatica quando i figli non riproducono esattamente i nostri desideri. Restiamo inevitabilmente delusi, perché comunque un figlio rappresenta l’impossibilità di controllare la vita.

Chi vive l’esperienza del genitore conosce bene questa dinamica: pian piano appare sempre più chiaro che i figli non ci appartengono. Anzi, la negazione di questa separazione naturale crea problematici rapporti di simbiosi che non fanno bene a nessuno.
Nelle famiglie moderne questo rapporto simbiotico è sempre più frequente: i figli si ritrovano ostaggio dei genitori, ma entrano volentieri in questo gioco. Le differenze si annullano. E il genitore ha ancor di più l’illusione di poter continuare a vivere nel figlio.

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Le letture di questa festa ci aiutano invece a riflettere sul momento in cui si diventa autenticamente genitori, quando cioè si è capaci di incontrare il figlio nei luoghi che non sono stati pensati per lui.
La paura di Abramo è quella di andarsene senza discendenza, ovvero di concludere la vita senza averle dato un senso. È la paura di scomparire. La parola di Dio lo riconduce verso la vera fonte della generazione: Dio invita Abramo a guardare le stelle (sidera), ovvero a volgere lo sguardo verso i suoi desideri, verso quello che veramente desidera. A volte la vita resta sterile perché non siamo abitati da alcun desiderio. Nonostante tutta la sua ambiguità, un figlio è l’espressione del proprio desiderio, ma proprio per questo il figlio, come il desiderio, sfugge al nostro controllo. Come un desiderio, così dobbiamo essere disposti a seguire un figlio laddove vuole condurci.
Il figlio è dunque l’immagine più eloquente della vita come dono, della vita incontrollabile e sfuggente, la vita che non ci appartiene.
Maria e Giuseppe riconoscono, come ogni pio israelita, che la vita appartiene solo a Dio e per questo si recano al tempio per restituire la vita alla fonte. Questo è infatti l’amore vero: riconoscere il dono e restituirlo, senza impossessarsene. Maria e Giuseppe riconoscono che nulla ci appartiene. Dicono la verità sulla loro storia e sulla storia del figlio.
Più volte il testo si riferisce alla legge per sottolineare la sottomissione di Maria e Giuseppe ad essa. Non alla legge in sé, ma a colui che ha dato la legge, che è lo stesso che ha dato loro il figlio. Maria e Giuseppe mostrano così la loro obbedienza alla vita e non se ne riconoscono padroni o proprietari.

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Maria è invitata dal profeta Simeone a meditare ancora su questa libertà: la spada che inevitabilmente attraverserà il suo cuore è la spada della separazione, quella che inevitabilmente attraversa il cuore di ogni madre, che anche fisicamente, fin dall’inizio, è costretta a sentire nella carne questa separazione inevitabile.
Maria diventerà madre nel momento in cui comprenderà la necessità di questa separazione: è chiamata madre solo dopo aver perso e ritrovato il figlio nel Tempio mentre si occupa delle cose del Padre. È l’inizio e il presagio di quella separazione progressiva che si compie sotto la croce.
L’esperienza di Abramo prima e di Maria dopo ci insegnano dunque che si arriva a generare solo se si è disposti a non possedere. Non si può generare senza libertà, possiamo lasciare un segno solo se siamo disposti a scomparire.

 

Leggersi dentro

  1. Come vivi la paura di scomparire?
  2. Quale segno pensi che stai lasciando in questo mondo?

 

30/12 – Lasciati fare!

lasciati fare

Non sai come è bello stringerti, ritrovarsi qui a difenderti,
e vestirti e pettinarti e sussurrarti non arrenderti.

Renato Zero

 

In quel tempo, c’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.

Lc 2,36-40

 

Nascere significa iniziare a lasciarsi fare dagli altri, dalla vita e dalla sapienza inscritta in essa: il bambino Gesù – come accade per tutti i bambini – è prima di tutto colui che si lascia fare, plasmare dalla vita. In questo modo Gesù entra in quel dinamismo che è la vita umana in cui crescere è prima di tutto qualcosa di ricevuto e richiede di lasciarsi avvolgere da ciò che non ci appartiene.

Colpisce come questo “lasciarsi fare” da altri non coinvolga solo i genitori, ma anche dei perfetti sconosciuti, talvolta dei personaggi poco probabili! Oggi è il turno della profetessa Anna, una sorta di “santa patrona” delle tante vecchiette di tutti i tempi che passano la loro vita tra casa e chiesa, chi di noi non ne ha mai conosciuta qualcuna? Eppure è anche così che l’amore gratuito del Padre agisce e che le Scritture entrano in dialogo con la vita.

Siamo ancora all’interno dell’Ottava di Natale: l’invito che ci viene rivolto oggi è di contemplare come Gesù-bambino salva il mondo! Non di attendere la Pasqua per celebrare quando ciò finalmente avverrà, ma di cogliere come ciò sta già accadendo nella vita del Dio-bambino che proprio “lasciandosi fare” incontra l’amore del Padre che si intreccia con la vita.

Per Gesù entrare in questo è già salvare il mondo!

 

 

  • Nella mia storia riconosco di aver scoperto qualcosa sul modo di essere e operare di Dio che opera attraverso l’incontro con personaggi strambi e poco probabili?
  • Come risuona in me, ormai non più bambino, la provocazione a “lasciarmi plasmare dalla vita”?
  • Da cosa mi salva Gesù bambino?

 

p. Iuri Sandrin SJ

 

29/12 – Mi fido di Te!

fiducia

Perché anche la fede è una forma d’abbandono.

Michela Marzano

 

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. 
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. 
Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: 
«Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; 
perché i miei occhi han visto la tua salvezza, 
preparata da te davanti a tutti i popoli, 
luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele». 
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 
Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima».

Lc 2,22-35

 

Oggi ci viene presentato il mistero della storia di ciascuno di noi che si realizza, l’incomprensibile compiutezza delle promesse di Dio per me, la mia famiglia, la tua, tutto il suo popolo. Questa promessa è custodita nel corpicino di un bimbo, figlio dell’uomo e figlio di Dio – e, a dire di Simeone, “segno di contraddizione”. Infatti Gesù è uno scandalo per la morale comune degli uomini fatta di leggi e prassi inamovibili: è pura follia pensare di trovare pienezza e giustizia nell’amare il prossimo come se stessi.

Ma come fa Simeone ad esserne così sicuro? Simeone è l’uomo giusto e affidato, è l’uomo capace di svuotarsi di se stesso per lasciare che sia Dio ad essere sue gambe e sua bussola per il cammino, nonostante questo sia buio e sconosciuto.

Allora seguiamo l’esempio di Simeone: abbiamo fede, abbiamo coraggio di camminare su sentieri sconosciuti e su gambe che non sono le nostre, affidati al Signore che c’è e farà grandi cose per noi.

 

 

  • E io come vivo l’attesa di un evento importante per la mia vita?
  • Ho il coraggio di accogliere Gesù che viene a liberarmi dai miei idoli e chiusure?
  • Come posso seguire l’esempio di Simeone, nella mia vita?

I.D.L.

 

 

28/12 – Se dovrai attraversare il deserto, non temere: io sarò con te!

cammino

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via

La cura – Franco Battiato

 

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.
Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa:
«Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più».

Mt 2,13-18

 

La storia di salvezza che Dio compie in ogni vita attraversa tutti i luoghi e i tempi. Tutti noi siamo Giuseppe quando, mantenendo il cuore aperto, comprendiamo che il tempo che viviamo richiede cura da parte nostra e al contempo affidamento a quella parola che ci invita a rischiare tutto, ad alzarci e a andare, anche in luoghi di sottomissione, anche in terre straniere.

C’è scritto che c’è un tempo per ogni cosa. Così nella notte dell’anima si palesa la necessità di cura e il bisogno di affidarsi, rischiare e non dormire. C’è un’urgenza che richiede attenzione, richiede di esser adempiuta: urge vivere a pieno, consapevoli dei limiti e pericoli, ma liberi.

Dio opera nel silenzio di questo tempo, nella concretezza del cammino; l’Uomo Gesù, nel tempo del rischio e nel luogo straniero, viene formato da esperienze e ricordi, qui e ora impara a camminare e a parlare. In questo modo l’umanità che è in ognuno di noi torna alla terra promessa, a quella vita autentica che è inscritta nel cuore di ognuno dalla nascita.

Siamo chiamati ad amare noi stessi e gli altri come Dio ci ama, quindi a vivere senza paura.

 

  • Quando ho compreso che non potevo adagiarmi su quello che ero e avevo?
  • In che modo ho cura di me stesso e di ciò che mi è stato affidato?
  • Dove mi sento chiamato ad andare per far crescere con amore ciò che è vivo nel mio cuore?

 

Rete Loyola

27/12 – Vuoto a prendere

vuoti a prendere

Non si vede bene che col cuore.

Antoine de Saint-Exupéry

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala corse e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro.

Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò.

Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.

Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

Gv 20,2-8

 

Una grande confusione, un movimento inquieto, una comune collaborazione: ognuno dice all’altro ciò di cui ha fatto esperienza, alla ricerca affannosa di un segno. Non può finire così. Ma l’annuncio di Maria smuove gli altri discepoli.

La Maddalena si incammina quando ancora è l’alba: fuori è ancora buio – e buio è nel suo cuore, ancora avvolto dalle tenebre della notte, dalla tristezza e dalla mancanza per la perdita del maestro della sua vita.

Cercare il Signore nel sepolcro, nel luogo delle nostre certezze, dove possiamo toccare con mano il nostro limite, ci invita a rileggere tutta la nostra vita come un viaggio alla ricerca del Signore nella nostra quotidianità e nei luoghi della nostra vita che sono diventati sepolcri. Ciò che è limite per l’uomo diventa momento di comunione con Dio. Si va e si entra: se non entriamo non faremo mai esperienza del Risorto.

È con gli occhi di Cristo che riusciamo a vedere la vita anche nei luoghi di morte.
È l’amore che riempie l’assenza del sepolcro e che diventa presenza piena.

 

  • Come mi pongo di fronte al sepolcro vuoto?
  • Quali luoghi della mia vita si sono trasformati in sepolcri?
  • Riconosco nelle ombre della mia vita la presenza del Signore?
S. L.

26/12 – Per amore dell’amore

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Per null’altro sia se non che per amore.
Soltanto per amore amami
– e sempre, per l’eternità.

Elizabeth Barrett Browning

 

Gesù disse ai suoi apostoli:
«Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani.
Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato».

Mt 10,17-22

 

Oggi Gesù ci rivolge uno degli ammonimenti più difficili da accettare: dobbiamo guardarci dai nostri simili, dai nostri vicini, dalle persone che amiamo. Sarà proprio chi ci cammina accanto a condannarci perché l’amore di Dio e per Dio è troppo grande per trovar spazio nella limitatezza angusta della nostra quotidianità. Troppo vasto e scandaloso per essere compreso.

Anche nei nostri affetti quotidiani dobbiamo aprirci all’amore di Dio per poterci avvicinare alla sua logica gratuita, allontanandoci dall’economia di scambio cui siamo abituati. Questa apertura, questo allontanamento mettono alla prova – ma ciò non deve spaventarci: aprirci al suo amore ci rende liberi e capaci, nello Spirito. Non per bravura, non per merito, ma per grazia.

Se con perseveranza resteremo nel suo amore, se ci lasceremo svuotare per essere da lui riempiti, saremo liberati. Salvati dalla sua grazia, saremo testimoni e mezzi del suo amore salvifico – e allora anche i nostri legami umani diventeranno finalmente relazioni liberanti, nella verità del suo Spirito.

 

 

  • Quando mi sono sentito condannato per la mia fede?
  • In che occasioni ho sentito l’amore di Dio nell’amore per chi mi era accanto?
  • In che luogo oggi vorrei rendermi puro strumento dell’amore di Dio?

 

Rete Loyola

25/12 – In carne e ossa

25-12

Egli mendica infatti la mia carne, affinché io possa arricchire la sua divinità.

Gregorio Nazianzeno

 

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

Egli era in principio presso Dio:

tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.

In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;

la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.

Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni.

Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.

Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.

Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe.

Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.

A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome,

i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me».

Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia.

Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.

Gv 1,1-18

 

La Parola, la Divinità diviene carne! Questo è il punto di arrivo della storia di Dio che si comunica all’uomo. Cambia il modo in cui Dio comunica con noi: ciò che da sempre era ed è, “divenne” uomo. Nel suo divenire, il suo dono è completo e definitivo.

La Parola non prende “apparenza” umana, non indossa la nostra carne come un vestito: “diviene carne”, uomo, corpo. Dio assume con la sua creatura una nuova relazione, che è quella di mettersi alla pari con lei per comunicare pienamente con lei. Dio è “un” uomo! Non un uomo “divino e universale”, con un corpo etereo, fatto di luce. Dio è un uomo reale e concreto: Gesù. Ogni fragilità, debolezza e limite; ogni desiderio, bellezza e creatività diviene la sua. E proprio la sua carne, e non altro, rivela la Gloria, la sua Importanza, il suo Peso (gloria in ebraico significa peso, importanza).

Facciamo fatica a pensare un Dio che vuol essere come siamo noi… Se ci fa paura un pensiero debole, un Dio debole decisamente ci scandalizza. Quale sicurezza e affidabilità può offrire a noi, sempre in cerca di una roccia stabile su cui fondare la nostra esistenza? Dio è totalmente altro, altro anche dal nostro concetto di altro: talmente altro da essere come noi, con noi, in noi, per noi!

 

  • Sei disposto a lasciare idee e concetti sul divino per accoglierlo oggi, in questa terra?
  • Dove puoi intravedere oggi Dio che diviene carne nel tuo quotidiano?
  • Quali ostacoli del cuore t’impediscono di accoglierlo così come viene oggi?

 

p. Loris Piorar SJ