23/2 – Ogni mia parola!

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Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Io lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è VERO? Il secondo setaccio, è quello della bontà. Quello che vuoi dirmi, è qualcosa di BUONO? Rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. È UTILE che io sappia?

Dan Millman

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.  Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo! »

                                                                      Mt 5,20-26

 

Quante volte diciamo: “be’, io che male ho fatto? In fondo non ho mai ucciso nessuno”. Ma è vero? Sono proprio sicuro che le mie parole non siano state una coltellata al cuore di qualcuno o forse alle spalle di qualcuno? Le parole sono importanti: ogni parola che esce dalla nostra bocca non torna più indietro e produce una serie di effetti che sfuggono al nostro controllo.Spesso sentiamo ripetere che il tempo della quaresima è un tempo propizio. Ma propizio per cosa? Per la nostra conversione, per sperimentare la salvezza. Ma cosa vuol dire convertirmi? Come faccio? La conversione così come è proposta è un pieno cambio di mentalità. Un permettere al Signore che possa cambiarmi il cuore (dal cuore di pietra al cuore di carne) e la testa (da una testa dura e chiusa sulle proprie convinzioni ad un’apertura e accoglienza della diversità).Questo tempo può essere propizio per chiedere che il Signore cambi il mio cuore e la mia testa e mi renda consapevole delle mie parole. Renda le mie parole come le sue capaci di mettere ordine senza distruggere. Dio all’inizio della Scrittura si prende cura con la sua parola del caos primordiale, non lo spazza via, mette ordine. Possiamo chiedere che le nostre parole escano per mettere ordine, per fare chiarezza, verità, giustizia e non per giudicare e condannare, chiedere che le nostre parole aprano strade di speranza.

 

 

  • Le mie parole sono parole che mettono ordine o creano più caos?

 

  • Parlo giudicando o promuovendo l’altro?

 

  • Guardo la realtà come la guarda Dio?

 

 

p. Claudio Rajola SJ

 

22/2 – Chi sei?

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Dio è presente nel cuore di tutti, se non come presenza, almeno come nostalgia.

Antonio Bello

In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?».  Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Mt 16,13-19

 

“Ma voi, chi dite che io sia?” Come un lama gelida di vento invernale quelle parole hanno sferzato i discepoli. Non si tratta più di riportare quello che altri pensano o dicono sul conto Gesù. È finito il tempo di mascherarsi dietro opinioni orecchiate ai margini delle strade e delle piazze di Galilea al passaggio del Nazareno. È il momento di uscire dall’impersonalità del “si dice”, “si pensa”. È l’ora di sbilanciarsi, di dire “io”, di rendere la propria faccia soggetto dei propri pensieri. Non un’accurata riflessione, ma solo uno slancio ardito di passione poteva riempire quel silenzio. “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Frase che, prima di essere teologia, rispecchia i sentimenti e le attese di un pescatore palestinese del I secolo. Tu sei il “Cristo”, il liberatore del mio popolo, l’inviato da Dio, l’annunciato dai profeti. E poi il “Figlio”, colui che con le sue opere e i suoi insegnamenti mi sta mostrando il volto del Padre celeste. Ma soprattutto, il “vivente”: questo Dio lo sento vicino, è Qualcuno di cui mi stai facendo fare esperienza, Gesù, e la cui presenza si riflette nelle mie giornate e le rende come una pesca inspiegabilmente abbondante. “Ma tu, chi dici che io sia?” Ecco la domanda a cui siamo ricondotti oggi, domanda che è ancora pendente, che è ancora mancante di quella sola risposta che in fondo è realmente importante. Non quella degli altri, ma la tua, unica e personale, che oggi puoi dare.

 

 

 

  • E io, chi dico che lui sia?

 

  • In cosa vedo il volto del Padre celeste?

 

  • Quand’è stata l’ultima volta che sono riuscito a sbilanciarmi, lasciandomi coinvolgere in prima persona?

 

Manuel Manuzzi SJ

 

21/2 – Solo Dios basta

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La croce deve apparirci in tutta la sua verità. Essa congiunge la terra al cielo, tende le braccia in tutte le direzioni, è il segno misterioso dell’umanità universale, il telaio sul quale viene tessuta la nostra vita.

Romano Battaglia

 

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:

«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione. Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.  Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

Lc 11,29-32

 

Nell’amore abbiamo Dio sotto i nostri occhi ogni giorno della nostra vita. Come possiamo non vederlo? Questo Gesù che cammina sulle nostre strade conduca al Signore i nostri passi. Camminando sempre col vangelo non dimentichiamo mai che la mano tesa del nostro fratello è la mano di Gesù stesso, che dona e riceve, vero uomo com’è. Nella sua parola c’è l’amore che salva.

Senza cercare rivelazioni straordinarie, guardiamo alla nostra quotidianità con gli occhi misericordiosi di un Dio che per amore sceglie di morire in croce per noi, finalmente vedremo “a faccia a faccia” la verità dell’amore che ci libera da ogni male.

Nessun segno che non sia questa croce d’amore che tutto abbraccia e tutto salva.

 

 

  • Quand’è stata l’ultima volta che, nella piccolezza di un evento quotidiano, ho visto la mano del Signore?

 

  • Cosa mi impedisce di abbandonarmi all’amore di Dio?

 

  • Che spazio ha la Parola nelle mie giornate?

 

 

Rete Loyola

20/2 – Vita fatta preghiera, preghiera fatta vita

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Preghiera come valore che fonda la mia stessa umanità; preghiera quale perla fra tutte le parole.

David Maria Turoldo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
Mt 6,7-15

 

In queste parole la benedizione e la lode, l’invocazione e la richiesta, si fanno vita. Per questo il movimento del cuore che sale al Padre non può che concludersi che con l’invito al perdono e alla riconciliazione del fratello.

La preghiera di Gesù è una preghiera che unisce, che scava nelle relazioni: è relazione! Abbatte i muri e i confini. Non chiede certificati di nascita o permessi di soggiorno. E il Dio che ci rivela è il padre di tutti, che ha cura di ogni suo figlio. Una preghiera in qualche modo rivoluzionaria, soprattutto in tempi in cui si alzano mura e steccati tra popoli, tra famiglie, tra persone e gruppi sociali.

Dio non si auto-comprende solo come Padre, ma come “Padre nostro”: fin dall’inizio si mostra come un Dio che si fa prossimo. Un Dio-comunità che fa comunità. Gesù così mostra che la preghiera autentica, il vero cammino spirituale è quello che parte dal Padre e si conclude nei fratelli. Per tornare al Padre.

Fare propria questa preghiera diventa allora compromettente: dire “Padre nostro” significa riconoscere non solo la paternità di Dio, ma anche la relazione profonda e originaria con ogni uomo e ogni donna. È una preghiera e un impegno. Allora la vita diventa preghiera.

 

 

  • Qual è il mio pane quotidiano?

 

  • Quando mi sono sentito davvero figlio di Dio?

 

  • Cosa mi impedisce di tendere le mani al Signore, come un figlio al Padre?

 

 

p. Michele Papaluca SJ

19/2 – Tacete, o sirene!

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Venne la luce a illuminazione di coloro che stanno seduti all’ombra dei sepolcri, e illuminazione voleva dire: riconoscere il dono della luce e mutare anche se stessi in luce che si dona. Ciò sarebbe stata la morte dell’istinto e la sua resurrezione nell’amore.

H.U. von Balthasar, Il cuore del mondo

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria.E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».  

Mt 25,31-46

 

“Saranno riunite davanti a lui tutte le genti”, quest’uomo in cui si concentra tutta la presenza del divino, piccolo punto, e davanti l’intera estensione dei popoli, varietà di razze e religioni, disseminate nel tempo e nello spazio. Un punto diventa misura del tutto. Un punto illumina definitivamente il senso di ciò che è stato vissuto, fatto, detto. La luce, come in una radiografia, non incontra più ostacoli. Eroicità così come piccinerie quotidiane vengono allo scoperto.

“Perché io c’ero. Anonimo nel fratello sofferente, io c’ero, ero lì che ti tendevo la mano. E tu dov’eri? Hai udito la mia voce? Hai udito il grido di colui che una volta per tutte mise la sua vita ripiena di vita divina ai tuoi piedi, come insorpassabile gesto d’amore? Ti ho chiamato urlando, quante vite ho abitato… E tu mi hai udito?”

Tacete, o voci suadenti! Tacete, sirene che ci promettete un paradiso fatto di piacerini a poco prezzo, di amore a buon mercato. Benedetti voi che avete compreso che la sola sostanza è questa: accogliere e sostenere la vita, nella sua fragilità.

 

 

  • Sosta e osserva la scena: l’universo davanti a un uomo, davanti all’uomo nella sua pienezza, che è anche il Dio che si è chinato ai nostri piedi. Che cosa ti suggerisce la scena?
  • Guarda al numero immenso dei sofferenti. Sai dire il nome di qualcuno di essi?
  • Chi e dove non hai saputo ascoltare o vedere?

 

 

 

p. Marco Colò SJ

Sono sempre fuori di me!

La paura di scoprire quello che c’è dentro di noi

deserto

Anch’io, per quanto mi avvilisca al tuo cospetto, stimandomi terra e cenere, so qualcosa di te, che di me ignoro.

Agostino, Confessioni

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». (Mc 1,12-15)

Qualche giorno fa sono stato con alcuni cari amici a Subiaco. Nell’ingresso al sacro speco, in alto a sinistra, troneggia l’immagine di san Girolamo con accanto un leone, dal volto mansueto, che sembra intento ad ascoltarlo. È l’immagine di un uomo che ha fatto pace con se stesso, ha incontrato la sua aggressività e non si è lasciato divorare. È forse però anche un’allusione alla diuturna frequentazione della Parola di Dio che ha caratterizzato la vita di san Girolamo, il quale ha letto e tradotto tutta la Sacra Scrittura. Nell’incontro con la Parola di Dio è riuscito a entrare in se stesso senza spaventarsi.

A volte pensiamo che le cose che ci danno fastidio siano fuori di noi, facciamo fatica a guardarci dentro e a scoprire la vera radice di quello che ci disturba, come.. quel giovane che diventò monaco in un antico monastero dove c’era un abate molto esperto. Il giovane era pieno di entusiasmo, ma dopo qualche giorno cominciò a scontrarsi con i suoi confratelli. Tutto in loro gli dava fastidio. Allora pensò di non essere fatto per la vita comunitaria e chiese all’abate di lasciare il monastero per andare a vivere da solo. Senza nessuno tra i piedi, sicuramente avrebbe potuto trovare Dio. L’abate gli diede il permesso.

Il monaco felice di essere ormai solo, già pregustava il tempo di pace che avrebbe condiviso con Dio.

Il mattino dopo si alzò di buon mattino, prese la brocca e si avviò verso il fiume. Mentre tornava, la brocca gli cadde di mano e si rovesciò tutta.

«Pazienza», disse il monaco, «tornerò di nuovo al fiume».

La seconda volta, mentre tornava, inciampò e versò tutta l’acqua.

Cominciava a perdere la pazienza, ma volle tornare di nuovo al fiume.

Quando per la terza volta, la brocca gli scivolò di mano, si infuriò e cominciò a prendere a calci la brocca. Ma mentre se la prendeva con la brocca, si rese conto di dove era il problema.

Allora tornò dall’abate e gli disse: «padre, ho capito, la rabbia era dentro di me».

La prima domenica di Quaresima chiede anche a noi di intraprendere questo viaggio nella nostra interiorità. Gesù è spinto nel deserto, nel luogo della solitudine, in cui si ritrova da solo con se stesso. Nel deserto ascoltiamo il silenzio e tutto quello che c’è in noi alza la voce. Sono i tempi della vita in cui siamo ricondotti davanti a noi stessi, siamo costretti a stare con noi stessi e a guardarci dentro.

Un tempo lungo di quaranta giorni, come quarant’anni è stato il tempo in cui Israele ha camminato nel deserto. Quaranta è simbolicamente il tempo di una vita piena, perché è la vita che nella sua pienezza continuamente ci mette davanti a noi stessi. Davanti a questa spinta a prendere consapevolezza di quello che si muove dentro di noi, siamo continuamente tentati di fuggire. Intravvediamo le belve che ululano nel profondo di noi stessi. Ci allontaniamo, illudendoci di coprire la forza selvaggia delle nostre fiere interiori con la nostra superficialità. Ci lasciamo distrarre persino da ‘cose spirituali’ purché non ci permettano di vedere quello che ci portiamo dentro.

Anche Gesù deve guardare dentro di sé. Sta per iniziare il suo ministero, il suo annuncio a servizio del Regno. Nella sua umanità è chiamato a leggere le motivazioni che si porta nel cuore. Il tempo del deserto è un tempo di chiarimento e di purificazione. Le attese sulla figura del Messia erano a quel tempo molteplici. Anche Gesù deve chiedersi a quali attese sta rispondendo: a quelle degli uomini o del Padre?

Nel Vangelo di Luca, Gesù dialoga con il tentatore, in questo modo Luca porta fuori, in maniera teatrale, quella dinamica che si sviluppa dentro di noi. Marco invece descrive un dialogo interiore, Gesù è solo, la tentazione si svela nella lotta con se stesso. L’esito di questa lotta è raccontato da Marco attraverso l’immagine di una serena convivenza con le fiere che abitano ogni deserto interiore: Gesù stava con le bestie selvatiche.

Come era avvenuto per Israele, il deserto è sempre il tempo della vita in cui sperimentiamo una solitudine abitata da Dio. Il deserto è certamente il tempo in cui emergono le paure, in cui pensiamo di non farcela, è il tempo dell’infedeltà e del tradimento, ma è anche il tempo in cui ci rendiamo conto che possiamo contare solo su Dio. Solo il deserto, in cui la vita di tanto in tanto ci spinge, ci permette di incontrare Dio nella maniera più autentica. Solo allora, saremo capaci anche noi di aiutare altri a trovare la pace.

Come accogli i momenti di solitudine, in cui la vita ti spinge a guardare dentro di te?

Se ti fermassi a guardare dentro di te, cosa immagini che troveresti?

p. Gaetano Piccolo SJ

17/2 – Con le monete sul tavolo

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Se non conoscete nel profondo del cuore che Gesù ha sete di voi, non potete cominciare a conoscere ciò che egli vuole essere per voi, e ciò che egli vuole voi siate per lui.

Madre Teresa di Calcutta

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».

Lc 5,27-32

 

Il Signore Gesù ha chiamato altri, oggi chiama te. Entra all’improvviso, mentre sei lì sulla scrivania, tra le tue cose, indaffarato a scrivere e a cercare. Il suo sguardo, il gesto della mano, la parola, tendono tutti ad una direzione sola: te. Tu che non hai ancora chiaro che cosa farai da grande. Tu che avresti tanti conti da far quadrare. Tu che non sei pronto. Eppure Gesù non è entrato in casa della tua amica devota e raccolta che, secondo te, ha la vocazione. Neppure ha aspettato che tu concludessi diversi lavori per poter essere più libero e, insieme, preparato. È arrivato oggi. Vuoi lasciarlo ad aspettare? Allora, alzati e cammina. Sarai così felice da voler invitare tutti i tuoi amici.

 

 

  • Che cosa significa per me essere peccatore?

 

  • Quando mi riconosco perdonato?

 

  • Perché il Signore dovrebbe chiamare proprio me?

 

 

p. Stefano Corticelli SJ