11/2 – Tolgo il disturbo!

Come vincere la paura di sentirsi inadeguati
rutto-anatroccolo

«Mise la testa sotto le ali, quasi vergognoso di tanti complimenti e tanta fortuna: lui che era stato per tanto tempo un brutto anatroccolo era finalmente felice e ammirato».

Meditazione sul Vangelo
della VI domenica del T.O. anno B
11 febbraio 2018
Mc 1,40-45

Da H.C. Andersen, Il brutto anatroccolo
Quand’ero bambino amavo rifugiarmi in qualche angolo nascosto della casa per leggere le mie storie preferite. Forse era solo un modo per sfuggire a un mondo che a volte mi sembrava pesante, difficile, un mondo dal quale non mi sentivo compreso. Mi ritrovavo, un po’ come il brutto anatroccolo, alla ricerca di un po’ di spazio per me. A volte infatti ci capita nella vita di sentirci esclusi e inadeguati.

Il brutto anatroccolo non riesce a sostenere lo sguardo di chi lo considera inadeguato e diverso. In quei casi, sembra che non ci sia nient’altro da fare che allontanarsi, nascondersi, non farsi più vedere. Fino a quando non incontri lo sguardo di qualcuno che ti riconosce e ti aiuta a scoprire la bellezza che ti portavi dentro. Tutti gli avevano fatto credere che era un anatroccolo brutto e invece dentro di lui si nascondeva un cigno bellissimo.

Ci sono momenti della vita, a volte lunghi, in cui ci sentiamo attraversati da sentimenti di esclusione, tempi in cui non ci sentiamo capiti, e per questo decidiamo di andarcene. A volte sono gli altri che ci costringono ad allontanarci perché si sentono infastiditi dalla nostra presenza, quasi messi in pericolo.

È un po’ anche la storia del lebbroso di questo passo del Vangelo. Gli altri gli hanno rimandato l’immagine di un uomo malato, incapace di stare con gli altri. Lo costringono ad allontanarsi per non essere contaminati dalla sua malattia. Quest’uomo è brutto e deturpa la bellezza del loro orizzonte. La sofferenza infastidisce perché getta un’ombra sul mito del nostro benessere senza fine, ci infastidisce perché ci ricorda che anche noi siamo malati e prima o poi siamo chiamati a riconsegnare la vita. Non è sempre chiaro se siamo stati esclusi o se abbiamo deciso noi di andarcene. In questa dinamica di rifiuto e di isolamento rimane sempre uno sfondo di ambiguità.

Quando cominciamo a scappare, abbiamo quasi l’impressione che tutta la vita stia andando in pezzi, proprio come il corpo di un lebbroso. Ci sentiamo morire lentamente, senza la speranza di tornare a vivere. Il lebbroso si sentiva proprio così. È un uomo senza speranza, perché si porta la morte addosso. Nella mentalità ebraica, ogni contatto con la morte impediva di celebrare il culto perché rendeva impuri. Bisognava purificarsi per ritornare nella comunità. Per il lebbroso questo non è mai possibile, non si libera mai dal contatto con la morte e per questo è condannato a restare permanentemente escluso.

Quando ti senti morire, quando ti senti abbandonato e rifiutato, non ti fidi più di nessuno. Ti convinci, alla fine, di non essere amabile. Pensi che sia colpa tua e che nessuno si prenderà cura di te. Anche il lebbroso di questo passo del Vangelo è un uomo che non si sente amabile: dubita che Gesù possa prestare attenzione proprio a lui, non vuole disturbare, se vuoi…puoi guarirmi.

La guarigione di un lebbroso può essere operata solo da Dio, perché significa ridare vita a una persona che sta morendo. Quest’uomo non crede più che Dio possa rendersi presente nella sua vita. Solo nello sguardo di una persona che ci ama, possiamo ritornare a vivere. Solo negli occhi di chi ci riconosce, possiamo rivedere la nostra bellezza. Gesù si ferma ed esprime il suo desiderio di bene per quest’uomo: lo voglio, sii guarito!

Quando entriamo nella sofferenza e nella morte, non possiamo pretendere di uscirne illesi. I lebbrosi si incontrano nei loghi isolati del loro nascondimento. Devi andarci di proposito.

L’uomo di oggi si mantiene lontano dai luoghi della malattia e del dolore che possono mettere in questione le sue illusioni di eternità, si tiene lontano dai luoghi che potrebbero ravvivare i fantasmi della decadenza e della fragilità. Gesù invece si inoltra nei luoghi della malattia, dove l’uomo sta morendo, dove l’uomo si nasconde per paura o per vergogna. Gesù non ha paura di contaminarsi: tocca la malattia, non prova ribrezzo, non si spaventa, non si tiene a distanza. Si avvicina così tanto alla nostra lebbra da essere considerato anche lui un lebbroso.

Quando la gente viene a sapere che Gesù ha guarito un lebbroso, che si è avvicinato a loro, gli chiede di non entrare in città. Anche Gesù diventa un brutto anatroccolo da allontanare, uno che mette in questione. Anche Gesù è considerato un contaminato, un lebbroso. Ma proprio perché Gesù non può rientrare in città, è costretto ad abitare i luoghi dei malati e degli esclusi. In questo modo tutti coloro che fino ad allora erano stati allontanati e isolati si ritrovano accanto a lui e possono essere guariti.

Leggersi dentro
–          Come reagisci quando non ti senti accolto?

–          Sei capace di stare accanto a chi soffre o si sente escluso?

p. Gaetano Piccolo SJ

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