#misericordia #ACCOGLIERE la #DEBOLEZZA

a cura del MEG (Movimento Eucaristico Giovanile) http://www.meg-italia.it

 

Naaman il comandante

guarito quando accoglie la sua debolezza (2Re 5,1-15)

 

 

Ogni esistenza è caratterizzata da tensioni, contraddizioni, debolezze. Ci si può incaponire nel non vederle, attraversando la vita facendo finta di essere perfetti, oppure umilmente si può riconoscere ciò che siamo, nella nostra completezza, per camminare lentamente verso una unificazione progressiva.

In questo secondo numero dell’anno in cui siamo invitati all’accoglienza della debolezza incontriamo un primo personaggio: Naaman il Siro. Un uomo che vive immerso nella contraddizione, in un tempo di tensioni e… incapace di accogliere realmente la propria debolezza.

Questo brano racconta il suo cammino, quello che lo porterà alla guarigione. Quel cammino interiore di accoglienza che gli permetterà di guarire esteriormente.

 

1Nàaman, capo dell’esercito del re di Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la vittoria agli Aramei. Ma questo uomo prode era lebbroso. 2Ora bande aramee in una razzia avevano rapito dal paese di Israele una giovinetta, che era finita al servizio della moglie di Nàaman. 3Essa disse alla padrona: «Se il mio signore si rivolgesse al profeta che è in Samaria, certo lo libererebbe dalla lebbra». 4Nàaman andò a riferire al suo signore: «La giovane che proviene dal paese di Israele ha detto così e così». 5Il re di Aram gli disse: «Vacci! Io invierò una lettera al re di Israele». Quegli partì, prendendo con sé dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci vestiti. 6Portò la lettera al re di Israele, nella quale si diceva: «Ebbene, insieme con questa lettera ho mandato da te Nàaman, mio ministro, perché tu lo curi dalla lebbra». 7Letta la lettera, il re di Israele si stracciò le vesti dicendo: «Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi mandi un lebbroso da guarire? Sì, ora potete constatare chiaramente che egli cerca pretesti contro di me».

8Quando Eliseo, uomo di Dio, seppe che il re si era stracciate le vesti, mandò a dire al re: «Perché ti sei stracciate le vesti? Quell’uomo venga da me e saprà che c’è un profeta in Israele». 9Nàaman arrivò con i suoi cavalli e con il suo carro e si fermò alla porta della casa di Eliseo. 10Eliseo gli mandò un messaggero per dirgli: «Và, bagnati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito». 11Nàaman si sdegnò e se ne andò protestando: «Ecco, io pensavo: Certo, verrà fuori, si fermerà, invocherà il nome del Signore suo Dio, toccando con la mano la parte malata e sparirà la lebbra. 12Forse l’Abana e il Parpar, fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque di Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per essere guarito?». Si voltò e se ne partì adirato. 13Gli si avvicinarono i suoi servi e gli dissero: «Se il profeta ti avesse ingiunto una cosa gravosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: bagnati e sarai guarito». 14Egli, allora, scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell’uomo di Dio, e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito.

15Tornò con tutto il seguito dall’uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: «Ebbene, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele».


Nàaman, capo dell’esercito del re di Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la vittoria agli Aramei. Ma questo uomo prode era lebbroso.

Il brano inizia subito con la presentazione inziale di Naaman. Di lui si dice che era 1) capo dell’esercito (un comandante) 2) autorevole 3) stimato perché vittorioso 4) coraggioso 5) strumento di Dio e… 4) lebbroso! Tutto il meglio e il peggio di cui si possa dire di una persona. Aveva un lavoro e godeva dei riconoscimenti migliori, ma qualcosa in lui sembrava annullare tutto. La sua vergogna! La lebbra era una malattia, oltre che fisica, sociale. Il lebbroso doveva essere tenuto lontano dalle relazioni umane e sociali, era un uomo che doveva rimanere solo.

Il famoso, il vittorioso, il coraggioso… quello che sarebbe dovuto essere circondato da persone che lo adoravano per i suoi meriti e con le quali avrebbe potuto vivere la sua vita, portava in sé qualcosa di profondo che annullava ogni possibilità di stare con gli altri. Potenza e impotenza in Nàaman si scontrano violentemente.

 

Ora bande aramee in una razzia avevano rapito dal paese di Israele una giovinetta, che era finita al servizio della moglie di Nàaman. Essa disse alla padrona: «Se il mio signore si rivolgesse al profeta che è in Samaria, certo lo libererebbe dalla lebbra».

Siamo in un clima di tensione. Un tempo in cui il regno di Israele e quello di Siria (Aram) cercano di prevalere l’uno sull’altro. In una razzia viene rapita una giovane che diventa serva. La più debole di tutti… eppure la più libera di tutti. La salvezza arriva, come spesso accade, da chi è piccolo e povero. Come se si dimenticasse di tutto il male che ha subito, in modo sorprendentemente gratuito, la serva si rende strumento di liberazione per Naaman. Suggerisce un rimedio: rivolgersi ad un profeta in terra straniera. Se vogliamo uscire dalla nostra fragilità e debolezza, dobbiamo sempre mettere in conto di dovere intraprendere un cammino di incertezza e di tensione. Per affrontare la propria imperfezione è necessario uscire da sé per entrare in un luogo più esposto, meno protetto ma, alla fine, benedetto.

 

Nàaman andò a riferire al suo signore: «La giovane che proviene dal paese di Israele ha detto così e così». Il re di Aram gli disse: «Vacci! Io invierò una lettera al re di Israele».

Nàaman è disposto ad ascoltare la serva, ma va anche ad ascoltare il potente! Da una parte presta attenzione ad una via di “esposizione” dall’altra ascolta una via di “protezione”. Dalla parte della serva gli viene detto: “Ci pensa il Profeta” o, in altre parole, “A te ci pensa il Signore!”: dall’altra parte tende l’orecchio a un “ci penso io, il tuo re!”. È il combattimento perenne del cuore: mi affido al Signore, ma ricerco tutte le protezioni umane che mi servono!

 

Quegli partì, prendendo con sé dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci vestiti. Portò la lettera al re di Israele, nella quale si diceva: «Ebbene, insieme con questa lettera ho mandato da te Nàaman, mio ministro, perché tu lo curi dalla lebbra». Letta la lettera, il re di Israele si stracciò le vesti dicendo: «Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi mandi un lebbroso da guarire? Sì, ora potete constatare chiaramente che egli cerca pretesti contro di me».

Nàaman decide di ascoltare entrambi. Forse non ha scelta. Il risultato è catastrofico. La comunicazione viene fraintesa, come sempre avviene quando due parti sono in tensione. In realtà la lettera era ambigua: la serva suggeriva di rivolgersi per la guarigione al profeta Eliseo, povero e uomo di Dio; mentre il re domandava la guarigione al potente di turno, il re di Israele. Quest’ultimo, avendo la consapevolezza di non potere guarire Nàaman,  percepisce la richiesta come un pretesto per alimentare la tensione.

La lettera mette in evidenza una debolezza invalicabile iscritta nella natura dell’uomo: solo Dio può dare la vita o la morte! È un’altra fragilità da accogliere. Nàaman desiderava affrontare in modo sicuro la sua fragilità e scopre che tutto si complica… ora viene riconosciuto solo come “un lebbroso”.


Quando Eliseo, uomo di Dio, seppe che il re si era stracciate le vesti, mandò a dire al re: «Perché ti sei stracciate le vesti? Quell’uomo venga da me e saprà che c’è un profeta in Israele».

Eliseo prende l’iniziativa. È un uomo di Dio e secondo Dio si comporta… compie il primo passo.

 

Nàaman arrivò con i suoi cavalli e con il suo carro e si fermò alla porta della casa di Eliseo. Eliseo gli mandò un messaggero per dirgli: «Và, bagnati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito».

Naaman non si muove portando con sé solo la lettera, ma anche con una carovana di beni. Vuole ancora ottenere la libertà a partire da ciò che merita. La logica che lo guida è: “Sono ricco e potente… posso pagare la mia vita!”. Si presenta da Eliseo come si fa come quando si va al supermercato per comprare qualcosa, ma l’uomo di Dio lo sollecita invece a percorrere una strada, a fare dei passi interiori ben precisi. L’invito è al cambiamento del cuore.

 

Nàaman si sdegnò e se ne andò protestando: «Ecco, io pensavo: Certo, verrà fuori, si fermerà, invocherà il nome del Signore suo Dio, toccando con la mano la parte malata e sparirà la lebbra. Forse l’Abana e il Parpar, fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque di Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per essere guarito?». Si voltò e se ne partì adirato.

Nàaman non ci sta! Avrebbe preferito una guarigione flash! Pretende un servizio dal professionista e non è disposto a mettersi in gioco. Ma in fondo cosa chiede Eliseo? Una cosa difficilissima! Forse la più difficile di tutte: gli chiede di spogliarsi! Lui che è arrivato da lui ricco, esibendo i suoi regali e il suo potere per essere guarito, facendo affidamento sulla sua forza e i suoi meriti per ottenere la guarigione, riceve l’indicazione di “mettersi a nudo” e “farsi avvolgere” dalle acque.

Cerchiamo continuamente di conquistare l’amore aumentando i nostri meriti, fino al punto di credere di non essere degni di amore perché mai abbastanza meritevoli. La via indicata dal profeta, invece, è quella di mostrarsi per ciò che si è e farsi “avvolgere” dalla grazia gratuitamente, così come avviene nell’immersione nell’acqua. Ecco un altro invito a lasciare le proprie protezioni e sicurezze per accogliere la fragilità ed essere guariti nell’amore gratuito!

 

Gli si avvicinarono i suoi servi e gli dissero: «Se il profeta ti avesse ingiunto una cosa gravosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: bagnati e sarai guarito». Egli, allora, scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell’uomo di Dio, e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito.

Alla fine Nàaman si fa vincere, diventa debole, accoglie la sua debolezza. Chi lo convince? Chi viene in suo aiuto? Ancora i più deboli… i suoi servi. Saremmo disposti a compiere le imprese più grandi per meritare qualcosa… Invece dobbiamo solo accettare di non avere nessun merito per l’amore che ci viene donato e accoglierlo in tutta la nostra debolezza. Questo è un cammino! Questo guarisce nel profondo!  

 

Tornò con tutto il seguito dall’uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: «Ebbene, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele».

#MISERICORDIA: #ACCOGLIERE la #DEBOLEZZA

a cura del MEG (Movimento Eucaristico Giovanile) http://www.meg-italia.it

Qualcuno ricorda di che cosa si parla in Mt 5,1-12? È il brano conosciuto da tutti come il discorso della montagna, quello dove Gesù proclama le Beatitudini. Probabilmente, siamo abituati ad ascoltare questa pagina evangelica, ma se facciamo un po’ più di attenzione, non potremo non cogliere l’assoluta straordinarietà di quelle parole… Si tratta di un vero e proprio “elogio” della fragilità! Poveri, miti, perseguitati, affamati… sono proclamati felici! Abituati come siamo a pensare che dobbiamo essere forti, fieri, vincitori, potenti, primi… per conquistarci la stima e la fiducia di chi ci vive intorno, questa affermazioni possono apparirci per lo meno illogiche e paradossali. Se sei debole, sei debole. E nessuno desidera davvero essere debole. Il debole in natura è colui che non ce la fa, non si salva, muore…

 

Un Dio fuori dagli schemi

Ma il Signore è fatto proprio in maniera diversa da noi e chi lo ha incontrato, chi lo ha conosciuto bene, ci conferma che se c’è un luogo certo dove lo possiamo trovare, è proprio nella piccolezza, nella precarietà dell’uomo, nella povertà, … È un Dio fuori dagli schemi, il nostro. Proviamo a chiederci il perché.

Quando una persona è “forte”, in un certo senso si sente anche autosufficiente, non dipendente dagli altri, fiero della sua autonomia. E anche gli altri, vedendolo così, finiscono per accorgersi solo della sua potenza e si dimenticano di chi è veramente la persona che hanno di fronte. La sua potenza diventa l’attributo fondamentale con cui il forte viene identificato. Così, l’essere “forti”, spesso, ci tiene un po’ lontano dagli altri e, più spesso, ci tiene lontani da Dio, del quale possiamo pensare di non avere nessun bisogno.

E quando la forza se ne va? Siamo creature intrinsecamente limitate e deboli. Arriva sempre e per tutti il momento in cui fare i conti con questa fondamentale nota della nostra identità: una malattia, una separazione, una perdita, un tradimento… Sono infinite le esperienze di fragilità che ci mettono di fronte alla nostra vulnerabilità.

 

Debolezza come opportunità

In queste occasioni – che alla luce di quanto stiamo per dire, rappresentano per il cristiano delle vere e proprie opportunità – abbiamo due strade da percorrere: o continuare a fingere di essere granitici e intoccabili e macerarci nel silenzio e nella solitudine del nostro dolore, continuando ad illuderci di essere intoccabili e potenti, oppure, aprire lo sguardo su noi stessi e sulla ferita che ci abita e consegnarci, come fa un bambino quando cade e si fa male con la mamma, all’abbraccio misericordioso di Dio affinché ci consoli e ci curi.

Se troviamo il coraggio di farlo, lo incontreremo lì ad aspettarci, proprio dove non avremmo mai sospettato di trovarlo, pronto a risollevarci e a condividere fino in fondo il nostro dolore.

Di questa dinamica meravigliosa – punto di forza di tutti i Vangeli e, quindi, di tutto il messaggio cristiano – è un testimone potente San Paolo quando, nella seconda Lettera ai Corinzi, ci racconta di quanto intimo e profondo sia per Lui l’incontro con il Signore che gli rivela come la Sua potenza si esprima pienamente nella debolezza. È grazie a questa “scoperta” che Paolo può dire: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie  infermità … quando sono debole, è allora che sono forte»  (2 Cor 12, 9-10).

La sicurezza di Paolo – e di tutti i santi che hanno fatto la medesima esperienza – si basa proprio sul fatto che non cerca appoggio in se stesso. Gli basta l’amore di Dio. Non ha altra certezza che la Sua grazia.

In questa prospettiva possiamo capire meglio in concreto come ogni nuova difficoltà nella vita di fede sia una nuova possibilità di amore. Perché smonta i nostri piani e le nostre forze che non sono altro che case costruite sulla sabbia. L’unica «roccia» è Cristo …

 

La croce ci dice chi è Dio

Scoprire che Dio ci ama così come siamo, nel punto più basso in cui ci troviamo è la chiave di lettura che ci svela il segreto delle beatitudini che fra le righe proclamano: solo Dio basta per essere felici.

Fino a quando ci opponiamo in mille modi alla nostra debolezza, la forza di Dio non può agire in noi. E le nostre azioni, le nostre relazioni, per quanto buone e generose, non avranno mai la potenza salvifica, la carica di amore disinteressato, che solo Lui può dare.

D’altra parte che cos’altro è la Croce, se non l’emblema di questa nota distintiva di Dio? Quel Dio che per soccorrere l’uomo nella sua fatica, nel suo peccato, nel suo dolore si abbassa, si fa piccolo, si incarna nel Figlio e ne condivide tutte le difficoltà, gli ostacoli, le miserie?

Gesù a questa croce non si è sottratto mai, neppure di fronte all’umiliazione, neppure quando ha capito che lo avrebbero ucciso. Eppure, Lui che era Dio, avrebbe “facilmente” potuto. Ma, come si dice in gergo, “non ce la poteva fare” a lasciarci soli con le nostre inquietudini, i nostri guai, le nostre miserie. Il bene che ci vuole è troppo grande, l’amore che lo spinge, assoluto.

Questo “stile” di Gesù è evidentissimo anche nelle sue relazioni. Quando va in cerca dei primi discepoli, schiva i ragazzi perbene, quelli che non hanno bisogno di nulla, coloro che non sentono nessun vuoto interiore, nessuna mancanza… Sceglie invece gli amici proprio per le loro debolezze, i loro errori, le loro piccinerie, le loro ferite interiori che hanno bisogno del suo amore per essere risanate.

 

Amare con il Suo stesso amore

Come i discepoli, anche noi, se facciamo davvero esperienza di questo amore infinito e senza riserve, ne restiamo a nostra volta travolti, ne rimaniamo rapiti. E ci viene fatto il dono di capire che, proprio attraverso la nostra debolezza, Dio può operare meraviglie nel mondo che abitiamo, tra le persone che frequentiamo tutti i giorni, perché quel nostro stesso limite diventa possibilità di vicinanza di condivisione, di prossimità con l’altro. E le nostre ferite del cuore, la nostra debolezza invece di diventare un ostacolo, un impedimento, una “vergogna” per le nostre relazioni, grazie al nostro abbandono al Signore e alla sua grazia, si trasformano in altrettante “feritoie” attraverso le quali ciascuno può guardare e vedere la nostra autenticità, specchiarsi e incontrare la propria debolezza con meno timore e meno paura, intravedere una luce di salvezza, che è la luce dell’amore di Dio che abita in noi.

Il debole in natura è colui che non ce la fa, non si salva, muore . Il debole, nella vita in Cristo è colui che ce l’ha fatta a incontrare il Signore, che da Lui riceve la salvezza e impara a dare la propria vita per gli altri e con Lui risorge a una vita nuova che è per sempre.

 

#MISERICORDIA: il buon samaritano

a cura del MEG (Movimento Eucaristico Giovanile)

per approfondimenti http://www.meg-italia.it

da MEGresponsabili n.1 2015/16

“Prossimo”, allora, si diventa quando mi faccio “vicino” all’altro! “Prossimo” non è solo l’altro!!! “Prossimo” è colui che sa farsi prossimo! Benedetto XVI

IL BUON SAMARITANO (Lc 10,25-37)

 [25]Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». [26]Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». [27]Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». [28]E Gesù: «Hai risposto bene; fà questo e vivrai».

[29]Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». [30]Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. [31]Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. [32]Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. [33]Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. [34]Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. [35]Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. [36]Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». [37]Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Và e anche tu fa’ lo stesso».

Luca inquadra il brano nel viaggio di Gesù verso Gerusalemme.

«Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”». Quante volte pensiamo che bisogna acquisire dei meriti per ottenere lo sguardo misericordioso del Signore, che è quello che ci salva e che ci libera? Invece la misericordia e la compassione di Dio sono gratuiti, perché sono la conseguenza dell’infinito amore che Egli ha per noi.

«Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”». Gesù non offre mai risposte precostituite. Chiede all’uomo di fare un percorso di conoscenza e di apertura del cuore. Chiede all’uomo di mettersi in relazione con Lui.

«Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”». L’uomo di legge, che è molto preparato, cita Dt 6,5 e Lv 19,18. Dalla Legge emerge il primato dell’amore verso Dio e, quindi, verso il prossimo.

E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Sembra che l’uomo abbia dato proprio la risposta giusta…

«Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”». Il concetto di “prossimo”, ai tempi di Gesù, era un po’ ambiguo. Significava in primo luogo “connazionale”. “Il popolo costituiva una comunità solidale, in cui ognuno aveva delle responsabilità verso l’altro, in cui ogni individuo era sostenuto dall’insieme e quindi doveva considerare l’altro, “come se stesso”, parte di quell’insieme che gli assegnava il suo spazio vitale. Gli stranieri allora, le persone appartenenti a un altro popolo, non erano “prossimi”? Ciò, però, andava contro la Scrittura, che esortava ad amare proprio anche gli stranieri ricordando che in Egitto Israele stesso aveva vissuto un’esistenza da forestiero. Tuttavia, dove porre i confini restava argomento di discussione”»[1].

E ora la parabola. Nella storia che racconta Gesù, tutti i personaggi hanno un ruolo sociale ma, rispondendo alla domanda, Gesù parla semplicemente di “un uomo”.

I briganti: rappresentano l’atteggiamento di coloro che esercitano la violenza contro l’uomo, qualsiasi tipo di violenza.

Sacerdoti e leviti: Sappiamo che sono ministri del culto. Sono espressione dell’indifferenza verso chi è incappato nei briganti. Essi procedono per la loro strada senza considerare la condizione disperata dell’uomo, passano oltre. La parabola non li scusa, né li condanna…. Quante volte capita a noi di fare lo stesso?.

Il Samaritano: non è un ebreo, anzi, appartiene a un’etnia che con gli ebrei ha relazioni molto difficili. «Bisogna qui ricordare che, nel capitolo precedente, l’evangelista ha raccontato che Gesù, in cammino verso Gerusalemme, aveva mandato avanti dei messaggeri che erano giunti in un villaggio di samaritani e volevano preparare per Lui un alloggio: “Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme” (9,52s). Infuriati, i figli del tuono — Giacomo e Giovanni — dissero allora a Gesù: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Il Signore li rimproverò. Si trovò poi alloggio in un altro villaggio»[2].

Il brano descrive le azioni del Samaritano, condensando il tutto nella “compassione”, intesa non come pietà, sentimentalismo, emozione… «Egli non chiede fin dove arrivino i suoi doveri di solidarietà e nemmeno quali siano i meriti necessari per la vita eterna. Accade qualcos’altro: gli si spezza il cuore; il Vangelo usa la parola che in ebraico indicava in origine il grembo materno e la dedizione materna. Vedere l’uomo in quelle condizioni lo prende “nelle viscere”, nel profondo dell’anima. “Ne ebbe compassione”, traduciamo oggi indebolendo l’originaria vivacità del testo. In virtù del lampo di misericordia che colpisce»[3].

La domanda posta a Gesù dal dottore della legge «Chi è il mio prossimo?», si trasforma, dunque, in una domanda diversa: come si diventa “prossimo” degli altri? «In virtù del lampo di misericordia che colpisce la sua anima [il Samaritano] diviene lui stesso il prossimo, andando oltre ogni interrogativo e ogni pericolo. Pertanto qui la domanda è mutata: non si tratta più di stabilire chi tra gli altri sia il mio prossimo o chi non lo sia. Si tratta di me stesso. Io devo diventare il prossimo, così l’altro conta per me come “me stesso”. Se la domanda fosse stata: “È anche il samaritano mio prossimo?”, allora nella situazione data la risposta sarebbe stata un “no” piuttosto netto. Ma ecco, Gesù capovolge la questione: il samaritano, il forestiero, si fa egli stesso prossimo e mi mostra che io, a partire dal mio intimo, devo imparare l’essere-prossimo e che porto già dentro di me la risposta. Devo diventare una persona che ama, una persona il cui cuore è aperto per lasciarsi turbare di fronte al bisogno dell’altro. Allora trovo il mio prossimo, o meglio: è lui a trovarmi»[4].

“Prossimo”, allora, si diventa quando mi faccio “vicino” all’altro! “Prossimo” non è solo l’altro!!! “Prossimo” è colui che sa farsi prossimo! Gesù ci insegna, in questo modo, a superare la visione dell’amore/compassione come riconoscenza, come risposta, come “dovere”…

Gesù ha raccontato questa parabola perché la misericordia/compassione è il cuore del suo messaggio. La misericordia è Lui!!! In questa parabola Gesù presenta sé stesso: è Lui il buon Samaritano! «La strada da Gerusalemme a Gerico appare quindi come l’immagine della storia universale; l’uomo mezzo morto sul suo ciglio è immagine dell’umanità. Il sacerdote e il levita passano oltre — da ciò che è proprio della storia, dalle sole sue culture e religioni, non giunge alcuna salvezza. Se la vittima dell’imboscata è per antonomasia l’immagine dell’umanità, allora il samaritano può solo essere l’immagine di Gesù Cristo. Dio stesso, che per noi è lo straniero e il lontano, si è incamminato per venire a prendersi cura della sua creatura ferita. Dio, il lontano, in Gesù Cristo si è fatto prossimo. Versa olio e vino sulle nostre ferite — un gesto in cui si è vista un’immagine del dono salvifico dei sacramenti — e ci conduce nella locanda, la Chiesa, in cui ci fa curare e dona anche l’anticipo per il costo dell’assistenza. […] La grande visione dell’uomo che giace alienato e inerme ai bordi della strada della storia e di Dio stesso, che in Gesù Cristo è diventato il suo prossimo, la possiamo tranquillamente fissare nella memoria come una dimensione profonda della parabola che riguarda noi stessi. Il possente imperativo contenuto nella parabola non ne viene infatti indebolito, ma è anzi condotto alla sua intera grandezza. Il grande tema dell’amore, che è l’autentico punto culminante del testo, raggiunge così tutta la sua ampiezza. Ora, infatti, ci rendiamo conto che noi tutti siamo “alienati” e bisognosi di redenzione. Ora ci rendiamo conto che noi tutti abbiamo bisogno del dono dell’amore salvifico di Dio stesso, per poter diventare anche noi persone che amano. Abbiamo sempre bisogno di Dio che si fa nostro prossimo, per poter diventare a nostra volta prossimi»[5].

[1] J. Ratzinger. Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, pag. 232.

[2] ibidem, pag. 233.

[3] ibidem, pag. 234.

[4] ibidem, pag. 234.

[5] ibidem, pagg. 237-238

#EUCARISTIA E #MISERICORDIA

a cura del MEG (Movimento Eucaristico Giovanile)

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da MEGresponsabili n.1 2015/16

 

LA COMPASSIONE DI GESÙ

 

P. Ottavio De Bertolis, gesuita

vicedirettore Apostolato della Preghiera http://www.adp.it

Durante il Convegno Responsabili del MEG di maggio scorso, nell’ambito dei lavori per la preparazione del cammino di quest’anno, abbiamo avuto la presenza di P. Ottavio de Bertolis s.j. che ha offerto una riflessione sul tema della Misericordia.  Di seguito una elaborazione basata sugli appunti presi durate il suo intervento.

 

Parlare della compassione di Gesù, ovvero della sua misericordia, può sembrare un’ovvietà: tutte le pagine del Vangelo ne sono una narrazione vivente, Paolo la elabora teologicamente, Giovanni la contempla e la offre al nostro stupore, e perfino le pagine dell’Antico Testamento in essa si compiono. Di conseguenza, un pericolo è di dire ovvietà o frasi fatte, il rischio è di scivolare nel sentimento o di fare confluire tutto nell’esperienza personale e in un certo senso incomunicabile della vita interiore; un altro pericolo è quello di comprendere la misericordia o compassione nel puro ambito del sentire umano, di ridurla nel semplice impegno sociale o politico.

Le domande fondamentali che dobbiamo porci per intendere correttamente cosa significano “misericordia” e “compassione” sono: che cos’è la misericordia o compassione dell’uomo? Come ci si mostra la compassione di Dio nel Cuore stesso di Gesù? Come quella misericordia si comunica a noi, di modo che diveniamo così, per grazia, capaci di oltrepassare la misura umana dell’amore e di dilatare il nostro cuore a una dimensione più grande?

La dimensione umana della compassione e della misericordia

Evidentemente l’uomo è capace di compassione, che si definisce precisamente come la capacità di uscire da se stesso e di incontrare l’altro; si potrebbe dire, con Aristotele, che realizziamo noi stessi nell’incontro con gli altri. Di fronte alla possibilità di «vivere di meno», cioè «accartocciati» su noi stessi, si apre la strada di un «vivere di più»: io «sono» più me stesso quando incontro l’altro accanto a me, e questo incontro, per così dire, tira fuori da me il meglio che posso dare. Il vivere in un mondo chiuso, ripiegato sui propri interessi e sui propri cari, inclina, e di fatto conduce spesso, a vivere in un gioco di specchi, in un film mentale, nel quale la realtà non entra, ci passa accanto senza scalfirci.

Rimane la domanda, che già troviamo nella Scrittura: ma chi è il mio prossimo? E qui il discorso inizia a farsi interessante, perché si cominciano a delineare i limiti che noi poniamo, per libera scelta, alla volontà di compassione. Questi limiti possono essere più o meno estesi: così il prossimo possono essere i familiari. Ed è vero che i miei cari sono il mio prossimo, che chi mi ama è il mio prossimo, e che quindi è vera compassione quella che ci spinge a stare accanto ai nostri genitori malati o a vegliare sui nostri figli. Anche i pagani fanno così, certamente, non è niente di straordinario, ma tuttavia rimane un’esperienza vera.

Gli amici possono essere il nostro prossimo. Di nuovo, è chiaro che è vera compassione quella che ci spinge ad avere cura degli amici: come è chiaro che gli amici possono essere abbandonati, o traditi, o venduti al miglior offerente. Gli amici sono coloro che si scelgono: questo è il motivo per cui si differenziano dai familiari, che non scegli perché trovi, e per questo può essere molto più facile avere misericordia degli amici che non dei fratelli. Si è amici per un’affinità: di carattere, di studi o formazione mentale, di condizione sociale, di vedute, di ideali, di fede o di modo di viverla, perfino di umorismo o di sport. L’affinità crea un legame che include me e l’altro in una sfera comune, e spinge avanti, per così dire, i paletti o il confine con un mondo esterno, quello a me e all’amico estraneo.

Il prossimo può essere tale anche per una scelta esplicita, e il legame con lui essere dato da un motivo meno immediato, e in questo senso più spirituale. Così ci sono persone che si fanno carico di altre, includendole nella loro vita, per motivi che qualifichiamo più nobili: un medico sa che la sua professione non è solo una prestazione di servizi, e per questo fa cose che un semplice prestatore d’opera non compie; e un ragazzo si dedica al volontariato con i senza dimora, senza che tra lui e loro ci sia in effetti un’affinità materiale. Qui la libera volontà crea legami che non esistono nei fatti, e questo dilata lo spazio esistenziale della persona. Il suo «io» diventa più grande, «vive di più» rispetto ad altri, la compassione o misericordia che esercita tira fuori da lui potenzialità umane che altrimenti sarebbero rimaste inespresse. In altri termini: impara ad amare.

Tutto questo è potenzialità dell’uomo in quanto tale, non del credente; della natura, non della grazia. La compassione o misericordia qui mi sembrano essere come dei cerchi che vanno sempre più estendendosi a partire dal soggetto, appunto dilatandolo. Un «io» fiorisce e si allarga sempre di più e, insieme a lui, molti altri, in un meraviglioso scambio di dare e avere, in un’interazione che permette a ognuno di crescere, e a tutti di concrescere insieme.

Il minimo comune denominatore di tutte queste esperienze è che c’è un perché ragionevole, una motivazione che mi spinge ad allargare il mio sguardo su queste persone Ma una motivazione, inevitabilmente, include alcuni ed esclude altri. Così l’amicizia o la familiarità non è solo inclusiva, ma anche esclusiva, ed è giusto che sia così, proprio perché altrimenti non sarebbe più tale. È in nome della verità che posso amare, ma è anche in nome della verità che posso odiare. Per questo la compassione o misericordia umana non potrà mai giungere all’amare il nemico: perché inevitabilmente, escludendo alcuni, in un certo senso, lo crea.

In altri termini, l’esperienza umana della compassione è ambivalente: inclusiva, è capace di accogliere ma anche di escludere, e per gli stessi motivi. In tal senso l’«altro» rimane sempre «altro», non usciamo dalla logica dell’amico-nemico, cioè del confine, che può essere spostato avanti, ma mai rimosso in quanto tale. E il confine è sempre dettato da una regola, o legge. E le regole per definizione sono ragionevoli, sì che andare contro il confine significa al tempo stesso andare fuori ragione, o contro ragione, e fuori legge, o contro la legge. E ora, finalmente, possiamo capire la novità di Gesù Cristo.

La compassione o misericordia di Gesù Cristo

Non ripercorrerò tutte le Scritture per descriverla, ma propongo la compassione come criterio interpretativo di tutte le sue azioni e parole, come inizio e compimento, alfa e omega di Gesù. La sua compassione non abolisce o rinnega l’umana capacità di amore, ma la oltrepassa. Possiamo contemplare che come figlio ebbe compassione di sua madre, come amico pianse su Lazzaro, come uomo mosso da grandi ideali ebbe compassione delle folle: fin qui, potremmo dire che ama come noi siamo capaci di amare. Se il Vangelo narrasse solo questo, saremmo di fronte alla figura di un uomo molto buono, ovvero, in un certo senso, di un filantropo. Ma non lo ricorderemmo per questo, perché di questa compassione o misericordia è disseminata la storia.

Il «di più» mostrato da Gesù – quel «di più» nel quale noi credenti riconosciamo il Padre che lo ha inviato e del quale è immagine – è la compassione nei «luoghi» dell’esistenza nei quali e per i quali non è ragionevolmente possibile pensare la compassione. Così la compassione vera che si può avere per un malato è risanarlo: ma chi può risanare se non Dio solo? La compassione che qui si manifesta non è solo la potenza divina che si rende esplicita nella carne umana, ma il manifestare Dio, che è vita, all’interno di un’esperienza umana di morte, della quale la malattia è premonizione e anticipazione.

La malattia del corpo è poi, nei Vangeli, il segno esterno di una malattia dell’anima, e così ai malati si affiancano, pur differenziandosi, gli indemoniati. Gesù manifesta la sua compassione sugli indemoniati, e qui rivela non solo la sua signoria sul demonio, ma l’ingresso di Dio nella sfera che a lui è sottratta per definizione. Come Dio non può entrare nella malattia, perché è il Dio della vita, così non può entrare nel regno del demonio: non perché non ne sia più forte, ma perché è irragionevole pensarlo, perché il regno della morte e il regno del demonio sono al di fuori dei suoi confini. Dio se ne sta nella sua vita beata e immarcescibile, per definizione non può avere a che fare con l’angoscia e il dolore.

Sulla stessa linea, Gesù mostra ai peccatori la misericordia, rivelandosi più grande delle regole che Dio stesso ha posto nella Legge di Mosè, sorprendendo gli stessi peccatori. La compassione di Gesù per i peccatori non consiste solamente in una sorta di amnistia temporanea, un condono graziosamente concesso dal sovrano: la prostituta, il pubblicano hanno ragione di sapersi peccatori, perché lo sono. Possono solamente sorprendersi perché Gesù rende presente nelle sue parole e nelle sue azioni non l’immagine di quel Dio che, ponendo le regole, crea automaticamente e implicitamente vicini e lontani, puri e impuri, ma rivela Colui che va al di fuori delle regole che lui stesso ha posto, per cercare coloro che erano smarriti e dispersi. Gesù rivela la santità di Dio non nella perfezione o codice dell’osservanza, ma nella compassione verso il lontano da Dio. Insomma, la compassione è entrare dove non puoi e non devi.

I farisei odiavano in nome di Dio, cioè in nome della legge, proprio perché si può odiare in nome della verità, e paradossalmente solo in suo nome si può uccidere: Gesù no. Così dei peccatori non si può avere compassione, si può al massimo dare loro un’altra opportunità attraverso un temporaneo condono: ma deve strutturalmente rimanere chiaro che sono dei sudditi, che si sottometteranno volentieri a un potere così benevolo.

Nelle sue parole e nelle sue azioni il Signore svuota la legge dal di dentro: rivela a chi sta al di fuori di essa – e che pertanto deve essere ritenuto impuro, lontano, indegno – che non è straniero o ospite di Dio, ammesso graziosamente alla benevolenza divina per una sorta di «allargamento dei confini» della legge di Dio, ma figlio di Dio. Abolisce il confine stesso tra Dio e l’uomo, annientando in se stesso l’inimicizia. Quella lontananza di cui la malattia, i demoni, il peccato, la morte sono un segno è coperta da Lui, che misericordiosamente si fa compassione su di noi, chinandosi sulla nostra povertà. Così facendo la toglie definitivamente, perché ne elimina la ragione d’essere. Possiamo dire che in Lui il Padre manifesta un «sì» pieno e definitivo a ogni uomo, un «sì» senza «se» e senza «ma», e così in Lui tutte le promesse sono divenute un «sì», tutta la Scrittura si compie e si rivela, non in un altro libro, ma nella sua persona, nel suo corpo schiacciato, nel suo fianco trafitto.

Dobbiamo sottolineare che questo «sì senza se e senza ma» è, come tale, irragionevole. Siamo di fronte al nucleo centrale, a mio parere, del modo stesso con il quale Gesù mostra di comprendere la sua missione: sono persuaso che le tentazioni mostrino chiaramente che il demonio non si opponeva alla salvezza della nostra umanità, ma che suggerisse a Gesù semplicemente uno stile diverso, cioè da vincitore, rivelandosi per quel che in verità era, Figlio di Dio. Gesù respinge questo modo di salvare gli uomini perché rifiuta di essere servito: desidera solo amare ed essere riamato, non riverito o temuto, a differenza di noi. Qui il Cuore di Cristo ci si rivela per quel che è: Dio e non un uomo.

Di qui possiamo comprendere Paolo, nella sua apologia della croce: i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, potenza di Dio, miracolo di Dio, sapienza di Dio, sua vera saggezza.

Qui ritroviamo la testimonianza di Giovanni: abbiamo riconosciuto e creduto all’amore. La frase non è scontata: anche noi credenti infatti possiamo avere creduto alla legge, alla logica del potere, attribuendo a Dio moltiplicato all’infinito il potere umano, la sua sovranità. Si tratta di convertirsi, di volgere lo sguardo a Colui che è stato trafitto: credere al Vangelo, cioè a una vera «buona notizia», anzi, la migliore. Disgraziatamente ho l’impressione che non la prendiamo veramente sul serio, ma che la diluiamo, la abbassiamo: compassione sì, ma come temporanea indulgenza, come amnistia benevola concessa se compiliamo la domanda di grazia. Non so se crediamo davvero a quel «sì senza se e senza ma» che è Gesù, per tutti. Non so se davvero «abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi».

E questo spiega perché la nostra compassione diventa spesso semplicemente una benevolenza allargata, uno spostare i paletti o il confine della nostra simpatia umana, perpetuando però la logica umana della «ragionevolezza» della benevolenza. In realtà, soltanto se capisco di essere accolto e amato senza se e senza ma, così come sono e non come dovrei essere, potrò accogliere gli altri senza se e senza ma, così come essi sono e non come in teoria dovrebbero essere, a condizione che almeno lo diventino: e questa è la compassione o misericordia più che umana, alla quale solamente l’esperienza di Dio mi apre, e che supera le pure capacità umane. Dio ama la nostra povertà, non la nostra ricchezza, la nostra debolezza, non la nostra forza, il nostro peccato, non la nostra osservanza: questo è il capovolgimento che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili. È la compassione che è la nostra salvezza: Paolo la chiama «giustificazione».

Cristo comunica a noi la sua compassione

Con le parole di Sant’Ignazio vorrei osservare che Gesù scelse e desiderò per sé questo modo di procedere, questo modo di sentire, di agire, di vivere la sua missione. Lo vediamo immerso nella preghiera, quando sceglie i discepoli, dopo avere compiuto i segni per le folle, nel deserto della tentazione all’inizio della sua vita, nel deserto del Getsemani alla fine: nella preghiera, cioè nella contemplazione e nell’ascolto del Padre, di cui udì la parola prima di rivelarla a noi, nel porgere il suo orecchio nella docilità dell’obbedienza, sente che il Padre è così, che è cioè compassione e misericordia, non è ragionevolezza o regola. Lui per primo ha riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Gesù compie quel che piace a Dio, Gesù ha gli stessi gusti, lo stesso stile, lo stesso intimo sentire del Padre: lo Spirito del Padre, posatosi su di Lui, lo fa eternamente uguale al Padre.

Gesù sceglie per sé, come radice e fonte della sua compassione e misericordia, l’umiltà: e non è un caso che Paolo sintetizzi tutta la sua vita in quest’affermazione così pregnante «umiliò se stesso». «Umiliò», cioè rinunciò al suo diritto, a ciò che era suo, a ciò che ragionevolmente poteva esigere. Nell’umiltà è la sorgente della sua compassione; ed è per questo che l’uomo, pur essendo capace di spostare i paletti dei confini dei suoi interessi, allargando la sua capacità di bene, in realtà è normalmente incapace di questa vera compassione e misericordia, perché implica rinunciare del tutto, e non solo in parte, a quel che è tuo, che ragionevolmente potresti rivendicare o pretendere, fosse solo la gratitudine per quel che fai o la lode per i tuoi sforzi.

Tutto questo significa scegliere e desiderare di essere ultimo, e non primo, servo e non padrone, secondo l’insegnamento stesso del Signore. Noi usiamo molto queste espressioni, ma mi pare che le dovremmo usare con timore e tremore. Essere ultimo, infatti, significa che ti passano davanti non solo i più bravi – il che potrebbe anche andar bene – ma anche i più stupidi, i più ambiziosi, i più incapaci. E questo succede perché gli empi esistono nella vita, come i salmi abbondantemente lamenta noci insegnano. Compassione e misericordia significa accogliere tutto questo, offrire il proprio petto al colpo di lancia, il proprio volto agli insulti e agli sputi, come Gesù; e, proprio come Lui, estinguere in noi stessi l’inimicizia: e continuare a credere, sperare ed amare, con la forza che viene da Lui e non da noi. E possiamo farlo non perché siamo dei superuomini capaci di elevarsi al di sopra di tutti e dei bisogni più ovvi di amicizia e di riconoscimento, ma perché Gesù, il suo Cuore, il suo possesso nella esperienza quotidiana della Parola e del Sacramento, ci basta. Ricchi di Lui, possiamo non avere altro, o accettare che tutto ci sia tolto. E vivere così senza rancore o rabbia, fatti liberi da Lui stesso: Sant’Ignazio direbbe «indifferenti».

La compassione ci porta a oltrepassare la dimensione del «dovuto» o della legge per farci entrare in quella dell’amore, che oltrepassa la legge e la sua ragionevolezza, e così la supera e adempie. Sono persuaso che la grazia dello Spirito, dono del Cuore di Cristo, possa rendere abituale in noi e verso tutti ciò che nei nostri momenti migliori e più elevati possiamo fare per qualcuno. L’uomo, capax Dei (capace di Dio), è anche capace del suo stesso amore: è la medesima scintilla.

 (Trascrizione non rivista dall’autore)