22/03 #compiutezza

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COMPIUTEZZA: La Legge non mi fa cadere, Lui mi fa costruire


“La preghiera è come la vita. E la vita infatti non si definisce, si vive.” [p. Tomas Spidlik sj]

 
Mt 5, 17-19
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».
 
Gesù non è LA fine, ma IL fine di ogni indicazione, di ogni consiglio …
Se le nostre leggi, anche quelli interiori ci dicono cosa non fare , Lui ci propone cosa fare: amare fino in fondo.
La legge m’impedisce di cadere, l’amore mi consente di costruire , realizzare i miei desideri.
La misericordia non trascura nessun dettaglio, e non il dettaglio per il dettaglio, il dettaglio per amare anche lì, nella piccolezza.
La Sua grandezza sta nella piccolezza! Protegge e vivifica con cura  anche le piccole cose, relazioni, sorrisi, gesti, parole verso noi e gli altri … per chi riceve e condivide tutto questo l’incontro con Dio si realizza anche semplicemente e dolcemente nella quotidianità, oggi.

21/03 #perdono

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PERDONO: oggi decido che il futuro con te vale più del passato senza te

“Il perdono non nega la realtà del male. Lo suppone; ma proprio in esso si celebra il trionfo dell’amore gratuito e incondizionato. Un amore che non perdona, non è amore.” [p. Silvano Fausti sj]

 
Mt 18, 21-35
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».  Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?
Il fondamento del mio rapporto con l’altro è l’imitazione del rapporto che l’Altro ha con me: quanto il Signore ha fatto con me è principio di quanto io faccio col fratello
La giustizia di Dio consiste non in chi sbaglia paga, bensì a chi sbaglia viene ripagato. La giustizia secondo Dio: misericordia e perdono.
Ecco allora che il perdono è il cuore della vita cristiana: mi rende figlio del Padre e fratello dei miei simili, in comunione con Dio e con gli uomini. .
Dunque si può vivere insieme non perché non si sbaglia o non ci si offende, ma perché si è perdonati e si perdona. La comunità fraterna, l’essere cristiano non consiste nel non sbagliare mai, ma nell’essere consapevole di sbagliare e di poter attingere ad un amore più grande che ci riabilita nuovamente, ci dà la capacità di fare altrettanto.
Il perdono è decidere oggi che il futuro insieme con te, con voi, vale molto di più del passato senza di te, senza di voi.

20/03 #sangiuseppe

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PATERNITA’: capaci di custodire, proteggere, sostenere

“Riuscire a trovare la gioia nella gioia altrui: questo è il segreto della felicità!” [Georges Bernanos]

 

Mt 1,16.18-21.24a
Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore. 

 
Tutti siamo chiamati alla paternità … tutti invitati ad un cammino di 10 tappe …

1°. Il primo impegno di un padre verso i suoi figli è amare la madre.
2°. Il padre deve soprattutto esserci. Una presenza che significa “voi siete il primo interesse della mia vita”.
3°. Un padre è un modello:  esempio di comportamenti, di amore .
4°. Un padre dà sicurezza. Il papà è il custode. 

5°. Un padre incoraggia e dà forza. Il papà dimostra il suo amore con la stima, il rispetto, l’ascolto, l’accettazione.
6°. Un padre ricorda e racconta. luogo di condivisione della giornata.
7°. Un padre insegna a risolvere i problemi, insieme cerca le possibili soluzioni. 
8°. Un padre perdona. Il perdono del papà è la qualità più grande, più attesa, più sentita da un figlio. 
9°. Il padre è sempre il padre. Anche se vive lontano.
10°. Un padre è immagine di Dio. Essere padre è una vocazione, non solo una scelta personale.

Ma non senza un dramma personale e molto doloroso, quello di Giuseppe. 
Dio lo invita ad allargare il cuore per poterlo riempire del suo dono , troppo grande per il nostro cuore ristretto. E così diviene il padre di Gesù e continua a vivere con Maria, strumento di Dio per tutto il mondo.
 
Buona paternità …

Se un giorno perdessi la brocca, non aiutatemi a cercarla!

rigantur mentes

Meditazione sul Vangelo

della III domenica di Quaresima anno A

19 marzo 2017

Gv 4,5-42

 

Quante volte ho sperato che scivolassi dalle mie spalle e ti spaccassi!

Almeno avrei avuto la coscienza a posto e la schiena alleggerita.

Giravo per casa e ti ritrovavo sempre tra i piedi, come se godessi a ricordarmi il peso del passato.

Ti guardavo, mentre giacevi lì muta, in attesa di essere riempita, proprio come me.

Somigli tanto al mio cuore, vuoto e pesante.

Sei come la mia storia: piena di crepe che non so più riparare.

Sei passata di mano in mano, come me. Usata da tutti senza mai appartenere a qualcuno.

 Klee dona con brocca in blu

Il sole oggi sembra lento e la mia sete aumenta.

Vorrei bere, ma non è mai il mio turno.

Anche oggi devo aspettare.

Devo rimanere al buio, chiusa dentro le mura che mi hanno costruito intorno.

Ho paura del mondo.

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18/03 #gioia

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Gioia: bisogna far festa

“Vi diranno che non siete abbastanza. Non fatevi ingannare, siete molto meglio di quello che vi vogliono far credere.” [Giovanni Paolo II]

Lc 15,1-3.11-32.
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Allora egli disse loro questa parabola:
«Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze.Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni.
Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: E’ tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

La risposta del padre misericordioso al figlio maggiore, che non voleva accettare di far festa al suo fratello dopo aver sperperato i soldi con le prostitute, è di dover far festa per il suo ritrovamento. Non servono rimproveri o punizioni. Quello che serve veramente ad una persona allontanatosi da una vita autentica è di sperimentare la gioia del ritrovarsi. Essere sedotti da gioie effimeri di un momento non realizza la nostra vita. Abbiamo bisogno di qualcosa che dà sostanza alle nostre giornate. La festa organizzata per il figlio più giovane non rappresenterebbe un evento del momento e poi via a lavorare, bensì costituirebbe lo spirito con il quale vivere la nostra vita ogni giorno. Gioisci e ringrazia Dio per ogni attimo, ogni battito del cuore! Non dimenticare tutti i benefici che ricevi! Dio è più grande di ogni secondo della tua vita!

p. Walter Bottaccio sj della comunità dei gesuiti di Scampia (NA)

17/03 #giustizia

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Rispondere alla giustizia violata con amore

“Siate custodi dei doni di Dio. Quando non ci prendiamo cura del creato e dei nostri fratelli, allora, trova spazio la distruzione, e il cuore inaridisce.” [papa Francesco]


Mt 21,33-43.45-46

In quel tempo, Gesù disse ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: C’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò.
Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono. Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero.
Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli? ».
Gli rispondono: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri? Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.»
Udite queste parabole, i sommi sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro e cercavano di catturarlo. Ma avevano paura della folla che lo considerava un profeta.

Ognuno è artefice del proprio destino. Gesù, nel raccontare la parabola dei vignaioli malvagi ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, fa emergere una triste verità dei loro cuori. Purtroppo la solidarietà al male ha accecato i loro occhi. Non si sono resi conto che ciò che loro detestato sia anche ciò che faranno successivamente. Non solo, ma la reazione violenta e brutale che loro auspicano (“farà morire miseramente quei malvagi”) riguardo alle ingiustizie presentate, è la violenza cieca, fonte di ingiustizie, che hanno nel loro cuore. Anche noi dobbiamo stare attenti a ponderare i nostri pensieri e le nostre parole quando guardiamo i mali del mondo. In nome della giustizia violata, si commettono gli abbomini peggiori. La quaresima diventa un momento privilegiato per vagliare ciò che si sente nel proprio cuore, per capire come rispondere al meglio alle ingiustizie che si vedono, senza astio, rabbia e spirito di vendetta!

p. Walter Bottaccio sj della comunità dei gesuiti di Scampia (NA)

16/03 #povero

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Il povero vale più di qualsiasi ricchezza


“In ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle uscite di sicurezza. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio.” [Cardinale Carlo Maria Martini]


Lc 16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: « C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi.E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi».

L’idolatria del denaro e del potere hanno a che fare con ciò che ci fa più paura: l’angoscia della morte. La spasmodica ricerca dei soldi vorrebbe riempire la voragine della paura di non essere più, coprendola con l’illusione di una ricchezza rassicurante. Con i soldi posso! Quel “io posso” che mi fa credere di essere. Quel “io posso” che mi fa dimenticare che prima o poi devo morire. La ricchezza e il potere sono due facce della stessa medaglia: la risposta davanti la potenza terribile della morte!
Il povero è invece segno di speranza, che la vita infernale, dato dall’inganno della ricchezza, mi liberi da una vita vuota. Il povero è colui che mi spalanca le porte del Paradiso, nella misura in cui mi accorgo del suo volto sofferente e bisognoso. Ascoltarlo e fare qualcosa per lui diventa come accostarsi ad un canale spirituale per ricevere benefici celesti. Emergono nell’ambiente circostante dei colori, quando prima sembravano più sfumati; si respira la gioia di vivere, quando prima il mondo ci sembrava crollare addosso.

p. Walter Bottaccio della comunità dei gesuiti di Scampia (NA)