Come noi li rimettiamo ai nostri debitori!

With a little courage, in time,

you might forgive me..

Juliana Hatfield

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!

Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai».

Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

Lc 17,1-6

La capacità/fatica di perdonare il fratello rivela lo stato di salute della nostra relazione con Dio. Per questo gli apostoli chiedono di accrescere la loro fede quando Gesù parla di perdono. Il nostro cuore riesce a perdonare con più facilità se ha fatto lui stesso esperienza di essere perdonato, di essere ri-accolto e ri-voluto bene.

La fede aiuta a fare memoria che anche noi possiamo sbagliare e che quell’errore commesso non è l’ultima parola su di noi. A volte a noi risulta difficile entrare in questa logica. Per questo occorre fare continuamente esperienza di sentirci perdonati. A volte, ci sembra che sia più facile che un gelso vada a piantarsi nel mare, piuttosto che lasciarsi convincere che Dio perdona realmente e inizia una nuova alleanza con noi. Ed ecco, il nostro cuore si indurisce e perdiamo la disponibilità a perdonare anche l’altro.

  • Mi viene facile perdonare?
  • Che cosa non sono capace di perdonare a me stesso?
  • Il perdono ha a che fare con la mia immagine ideale che si infrange o con la relazione viva con Dio?

Rete Loyola SJ

12/11 – Se all’ultimo momento devi scendere in cantina a controllare.

Quando non ti ricordi più dove hai messo il cuore

Meditazione sul Vangelo

della XXXII domenica del T.O. anno A

12 novembre 2017

Mt 25,1-13

 

«Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata».

E. Wiesel

 

Chi ha vissuto l’esperienza di vegliare un ammalato, soprattutto nel caso in cui si tratti di una persona cara, sa cosa voglia dire lottare con il sonno: fai di tutto per rimanere sveglio, raccogli tutte le tue energie, fai appello a tutte le tue risorse, ma capita comunque che ti addormenti, magari per brevi tratti, brevi istanti che sfuggono al controllo. Così accade anche nella vita: per quanto possiamo impegnarci a rimanere svegli, capita comunque di addormentarsi.

veglia ammalato

Ci addormentiamo per stanchezza o per sfiducia, ci addormentiamo perché siamo delusi o perché non vogliamo vedere come stanno veramente le cose, ci addormentiamo perché siamo superficiali o perché abbiamo perso il coraggio di aspettare ancora.

Questo brano del Vangelo descrive proprio il sonno che si diffonde nella comunità stanca di aspettare il suo sposo. Dovrebbe essere una notte di festa, una notte di gioia perché finalmente ritorna colui che aspettiamo, lo sposo, colui che dà pienezza alla vita. E invece quella notte si trasforma in un tempo di delusione: le cose non vanno come ci saremmo aspettati. Dio non rispetta i tempi che avevamo previsto, lo sposo non arriva secondo i nostri calcoli.

paesaggio notturno

Stando al racconto della parabola, si addormentano tutti, sia le fanciulle sagge che quelle stolte, come a dire che addormentarsi è inevitabile, è una dimensione che attraversa la nostra vita. Non dobbiamo cercare lì, nel sonno, la differenza tra le vergini sagge e quelle stolte.

Al centro della parabola c’è infatti un’altra immagine, quella della lampada e dell’olio. Sono due simboli molto presenti nel linguaggio biblico: la lampada ci ricorda l’invito di Gesù a essere luce del mondo; ci ricorda la lampada che non può essere messa sotto il moggio, ci ricorda che non si può sprecare la vita, non ci si può nascondere sotto un secchio per evitare di vivere; ci ricorda ancora la città sul monte che fa luce al viandante per indicargli la meta, come la nostra vita dovrebbe aiutare gli altri a ritrovare la direzione.

Le dieci fanciulle che portano le lampade richiama soprattutto l’immagine della comunità invitata a danzare nella gioia per fare festa allo sposo che viene. È l’immagine della Chiesa chiamata ad attendere con gioia il ritorno di Cristo. È un’immagine che forse rimanda all’interpretazione rabbinica del coro delle fanciulle nel Cantico dei Cantici, l’immagine cioè dei discepoli che portano la luce della Legge (Thorà) e vegliano nell’attesa del Messia.

mario sironi - la lampada - 1919

La lampada però ha bisogno dell’olio per continuare a splendere: è l’olio dell’accoglienza, usato appunto per accendere le torce in attesa dello sposo; ma l’olio è anche quello che viene messo sulle ferite di chi è stato bastonato dalla vita, come nella parabola del Samaritano; è soprattutto l’olio con cui è unto e consacrato il Messia, colui che il nostro cuore continuamente aspetta.

il-buon-samaritano

L’olio è quindi il simbolo di gesti molto personali e profondi e forse per questo la parabola esclude che lo si possa trovare al mercato, magari a buon prezzo. Ci sono gesti nella nostra vita che possiamo fare solo noi, gesti che non possono essere rimandati. Ci sono situazioni che ci chiedono di essere pronti, perché non ci sarà un’altra occasione.

Dove sta dunque la differenza tra le fanciulle sagge e quelle stolte? Non certo nell’addormentarsi, ma nell’aver preparato la propria lampada. A volte infatti la lampada si può spegnere, ma se nella vita ci saremo esercitati ad accenderla, ad usarla, allora nei momenti di buio sapremo dove mettere le mani.

dieci_vergini_13

Il problema delle fanciulle stolte non è il sonno, il loro problema è più antico, non si sono mai prese cura della lampada che è stata loro affidata. Lo sposo infatti dice loro di non conoscerle affatto. Nella loro vita non si sono mai preoccupate di conoscere lo sposo, per questo adesso sono trovate impreparate.

Nel pieno della notte, anche nel buio più profondo, un grido di gioia ci sveglierà. La notte non può durare per sempre, lo sposo ritornerà. Non riponiamo allora la nostra lampada in cantina, ma proviamo a tenerla accesa, anche se al mondo sembrerà inutile e incomprensibile.

 

Leggersi dentro

–          Cosa fai per tenere accesa la tua lampada?

–          Come vivi i momenti di buio della tua vita?

11/11 – Chi c’è nel tuo cuore?

scelta

Credere in qualcosa e non viverla, è disonestà.

Mahatma Gandhi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Procuratevi amici con la iniqua ricchezza, perché quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto.
Se dunque non siete stati fedeli nella iniqua ricchezza, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona”.
I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui. Egli disse: “Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio”.

Lc 16,9-15

 

Il cuore dell’uomo spesso è un cuore diviso, Gesù lo sa bene, e la divisione del cuore rende difficile fare delle scelte durature. Essere fedele o essere disonesto, innanzitutto ha a che fare con il rapporto con noi stessi. 

Oggi Gesù ci invita a guardarci dentro, senza paura, per esplorare ciò che ci abita, senza censurare, con onestà. 

Ogni volta che rinviamo questo esercizio non siamo onesti con noi stessi:  rischiamo di servire mammona piuttosto che Dio, perché non possiamo servire entrambi. È quello che fanno i farisei che si prendono beffa di Gesù, essendo attaccati al denaro.

Non conviene guardarsi dentro, perché altrimenti occorre riconoscere la nostra incoerenza e questo ci costa.

Essere discepoli del Signore è anche questo: tenere ordinata la nostra dimensione interiore per riconoscere quando stiamo servendo mammona piuttosto che lui.

 

  • Quali sono le divisioni del mio cuore?
  • Quando servo mammona piuttosto che Dio?
  • Quanto mi prendo cura della mia interiorità?
 Francesca F.
CVX D(e)barim 

10/11 – Speriamo non se ne accorga…

speriamo scaltrezza

Dobbiamo imparare a considerare le persone meno alla luce di ciò che fanno o dimenticano di fare, e più alla luce di ciò che soffrono.

Dietrich Bonhoeffer

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:

«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.

L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.

Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.

Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».  

 Lc 16,1-8

L’amministratore è accusato di sperperare gli averi di un uomo ricco. E la sua reazione non fa altro che realizzare l’accusa: continua a sperperare per salvarsi la pelle. Quante volte anche noi ci comportiamo così, nel tentativo di salvare il salvabile. L’amministratore diventa compassionevole, ma per proprio interesse personale. Non è mosso dalla compassione per l’altro, ma dalla preoccupazione di sopravvivere.

Il nostro Dio non è l’uomo ricco della parabola che finisce con il legittimare una falsa compassione. Il nostro Dio è colui che quando ci chiama a rapporto, non lo fa per controllare la nostra buona o cattiva gestione. Quando chiama è perché ha già preparato il perdono. Il suo figlio ha già pagato per noi in abbondanza. Non c’è bisogno di preoccuparsi ulteriormente per la propria inadeguatezza o per la propria colpevolezza. Non c’è più bisogno di tramare per sopravvivere. Si può iniziare a vivere. E allora lo scontare il debito dell’altro diventa un modo per collaborare a pieno titolo con il padrone della vigna.

 

  • In quali occasioni sperimento il senso di colpa?
  • Dove sento che il Signore mi ha perdonato?
  • Come cambia la mia relazione con l’altro nel momento in cui mi sento perdonato?
p. Flavio E. Bottaro SJ

9/11 – Zelo ne avete?

zelo

Amor, che ‘ncende il cor d’ardente zelo

Francesco Petrarca

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi,  e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato».  I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora.  Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?».  Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».  Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?».  Ma egli parlava del tempio del suo corpo.  Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Gv 2, 13-22

 

Noi siamo tempio. Come a Gerusalemme, così in noi Gesù entra e, munito di zelo ardente e sferza, pone fine a tutte quelle dinamiche, a quelle paure, che abitandoci ci rendono piazza di mercato. Gesù entra nel nostro cuore e mette a soqquadro tutto: rovescia i tavoli, ribalta il mercato e la sua logica per ricordarci che tutto ruota intorno al donare e non al vendere. Ecco quello che siamo: luogo sacro. Siamo chiamati ad essere custodi e casa di carità e misericordia.

Lasciamo che il Signore metta mano nel nostro tempio e, armato di amore e determinazione, metta tutto a soqquadro, spezzi tutto ciò che non è buono e bello ai suoi occhi; lasciamo che a colpi di sferza demolisca quelle abitudini, quelle paure, quelle dinamiche che non ci rendono suo tempio. Lasciamolo entrare in punta di piedi in noi e mettere fine a colpi decisi al nostro venderci, per rifarci casa, per ricrearci tempio del suo amore zelante.

 

– Quale dinamica fuori dalla logica del dono vorrei affidare al Signore?

– Quale banco che occupa il mio tempio vorrei che il Signore ribaltasse con zelo ardente?

– Di quale aspetto della mia vita oggi desidero prendermi cura, con lo stesso zelo di Gesù al  tempio?

Rete Loyola Bologna

8/11 – Vuoti a vincere

VuotiAvincere

Non mi difendo, scelgo il mio re!

“Senza paura”, inno del pellegrinaggio giovanile ignaziano 2012

 


In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse:
«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?
Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo:
Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?
Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.
Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Lc 14,25-33

È possibile essere discepolo di Gesù?
Non ce la faccio, è qualcosa troppo grande per me. Questa è la mia reazione emotiva davanti a questo brano. La croce da portare è troppo pesante e ci sono rinunce da fare che costano troppo.
Se mi siedo e con calma inizio a fare il conteggio delle qualità del buon discepolo, la situazione non migliora. Fiducia incondizionata, amore per i nemici, capacità di perdonare, purezza di cuore… tutte virtù che possiedo solo in desiderio. Insomma, quella per essere discepolo è una torre che non sono in grado di costruire, una battaglia che non sono in grado di combattere.

È possibile quindi essere discepolo?
No. Almeno fintanto che questo progetto rimane un mio ideale di auto-perfezione.
Infatti è proprio perdendo “la faccia” nel crollo delle mie torri, nella perdita delle mie battaglie, che accade qualcosa di nuovo: mi scopro povero. La croce da portare diventa così non più qualcosa da cercare fuori di me, ma una mancanza che scopro mi costituisce. Non mi scopro povero perché c’è qualcosa che non ho e magari invidio agli altri, ma mi scopro povertà radicale, in quanto desiderio mai sazio.
E proprio questo vuoto può diventare la dimora di Gesù in me.

Il cammino per essere discepolo diventa possibile quando accetto di essere povero e lascio che sia Gesù a riempire quel vuoto che mi costituisce.


– Cosa significa per me essere discepolo?
– Quali torri sono crollate? Quali battaglie ho perso?
– Desidero lasciare abitare da Gesù il vuoto che scopro dentro di me?

M. Manuzzi SJ

 

 

7/11 – È qui la festa?!

Tu siederai, disse Amore, per gustare della mia carne.
Così io sedetti e mangiai.

G. Herbert

In quel tempo, uno dei commensali disse a Gesù: «Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio!». 
Gesù rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto. Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al padrone. Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi. Il servo disse: Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto. Il padrone allora disse al servo: Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa si riempia. Perché vi dico: Nessuno di quegli uomini che erano stati invitati assaggerà la mia cena»

Lc 14,15-24

Cominciamo a scusarci tutti, all’unanimità: perché siamo inadeguati, imperfetti, insufficienti; perché le nostre forze non bastano sia a lavorare che a festeggiare ed essendo piccoli e deboli dobbiamo scegliere qualcosa di circoscritto cui dedicare le nostre attenzioni.
Ma da figli amati non siamo chiamati soltanto a lavorare: siamo chiamati a condividere anche la gioia del padre, oltre che la fatica. Non andare al banchetto viola il progetto di Dio per noi esattamente quanto non lavorare per lui. Non siamo stati scelti solo per servire, altrimenti più che figli saremmo lavoratori mercenari.

 

Quanto è difficile talvolta accettare di fare festa! Decliniamo l’invito perché sembra troppo e non lo meritiamo. Eppure il Signore ci invita perché ha piacere stare con noi. E’ lui che ci abilita a far festa, è lui che dà dignità lì dove sentiamo che non ce l’abbiamo. Non è questione di merito, non per bravura, o perché migliori di altri: semplicemente per amore.

 

  • In quali situazione penso di non meritare l’invito al banchetto?
  • Quando invece mi metto in moto come se dovessi meritare l’invito?
  • Cosa mi impedisce di lasciarmi amare?

 

Rete Loyola Bologna