3/12 – Quel participio passato a cui è appeso il senso della vita

Meditazione

per la Prima Domenica di Avvento

(anno B)

3 dicembre 2017

Mc 13,33-37

«L’uomo è un cavo teso tra la bestia e l’oltreuomo»,

Nietzsche

 

Qual è la differenza tra un santo e un peccatore? – chiedeva talvolta Anthony De Mello. E, sorridendo, rispondeva: nessuna! Sono peccatori entrambi, solo che il santo lo sa.

Passiamo gran parte della nostra vita addormentati, senza alcuna consapevolezza di quello che sta avvenendo intorno a noi e persino dentro di noi. Viviamo distratti, incapaci di dare un senso a quello che ci capita, un po’ per pigrizia, un po’ per paura di aprire gli occhi e restare delusi.

500px Photo ID: 89209135 - 1/3 photos for the 4th week of self-portraits -  This week's theme is "Reserved." This has been quite a journey of self discovery, for Reserved I wanted to express a faceless man, the lack of identity and the camouflage with the

Come dice il profeta Isaia, in questa prima domenica di Avvento, abbiamo l’impressione di vagare senza una meta, ci sentiamo abbandonati, come se Dio non fosse più il pastore che accompagna il gregge anche nei giorni nuvolosi e di caligine. E così la nostra vita diventa attesa, attesa che qualcosa cambi, attesa che qualcosa ci sorprenda. Attendiamo di trovare finalmente qualcosa. E intanto la vita passa senza mai trovare una risposta al nostro desiderio imprecisato. Aspettiamo, come nella commedia di Samuel Beckett, senza sapere bene chi.

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Per uscire dal sonno, la prima cosa da fare è accorgersi di dove siamo. A volte, in quella fase che separa il sonno dalla veglia, abbiamo bisogno di ritrovarci, di capire dove abbiamo dormito. A volte, come dice Isaia, ci sentiamo forse come cosa impura, come panno immondo, come foglie secche sospinte inutilmente dal vento, incapaci di risvegliarci per stringerci a Dio (Is 64,2-7). Il profeta però ci ricorda anche che non smettiamo mai di essere anche come argilla che Dio continua a plasmare. Svegliarsi è accorgersi della forma che abbiamo assunto, per chiedere a Dio di essere ri-formati.

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Mentre si avvicina il tempo della passione, Gesù invita i suoi discepoli, in maniera sempre più pressante, a vigilare, ad aprire gli occhi. Vigilare vuol dire custodire quello che il padrone ci ha affidato. Custodire il tesoro, che è la vita, ci permette di restare nella relazione con il padrone che ci ha donato quella ricchezza. Aprire gli occhi sulla nostra vita è restare nella relazione con chi ce l’ha donata. Nell’orto degli Ulivi, infatti, i discepoli si addormenteranno, si dimenticheranno del padrone, la tentazione giungerà e, trovandoli addormentati, li vincerà.

Vegliare vuol dire dunque tenere vivo il compito che la vita mi sta affidando. Vegliare significa tenere vivo il senso che la realtà, continuamente, mi dona. Qual è il mio compito, cosa mi sta chiedendo oggi la vita? Ci addormentiamo quando ci sembra di non trovare più un senso nella vita, quando ci sembra che la vita non sia più degna di essere vissuta.

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Non siamo noi a inventarci o a costruirci affannosamente un senso per la nostra vita, ma lo accogliamo. Dio è generoso con tutti, non lascia mai una vita senza senso. Per questo noi siamo attesa! Attendiamo il senso che la vita generosamente ci offre. Attendiamo Dio che continuamente viene nella nostra vita. Dio è ad-ventum, colui che è venuto verso di noi e continuamente ci riempie della sua presenza.

attesa

Ad-ventum è participio passato: Dio non è colui che verrà, ma colui che è già venuto. È un participio passato, è una promessa già realizzata. Per questo siamo certi che da allora in poi Dio non ha mai smesso di arricchire la nostra vita con una sua Parola. Noi attendiamo colui che continuamente viene verso di noi.

Cos’è dunque l’uomo? Un essere vivente teso tra la certezza e il desiderio! Tra la certezza che Dio ha già visitato la mia vita e il desiderio che torni ancora ad abitarla.

 

 

Leggersi dentro

–          Come descriveresti questo momento presente della tua vita?

–          Qual è il compito che oggi la realtà ti sta affidando?

20/10 #ATTESA

ATTESA: la gioia di un incontro desiderato ed aspettato,

mai preteso

Vigilare è aderire al presente, di leggerlo per quello che è, senza mentire mai, né applicandovi categorie improprie né occultandone i fatti che mettono in crisi la propria visione del mondo. Vito Mancuso
 
Lc 12, 35-38
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».
 
L’orizzonte della nostra vita è diventare discepoli. Discepoli dell’Amore, che non pretendono, ma sanno attendere,
Il cuore del discepolo sa aspettare i tempi di Dio anche nella notte, cioè nelle situazioni buie e faticose della vita, quando ci si sente in pericolo.
Vigilare nella notte vuol dire fare attenzione a quello che si muove nel cuore.
Il cuore del discepolo sa aspettare di essere sfamato da Dio: “li farà mettere a tavola e passerà a servirli”.
Lasciarsi sfamare da Dio: solo chi sa attendere fedelmente, fa l’esperienza di essere servito da Dio.