12/2 – Nel segno del suo amore

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Dammi solo il tuo amore e la tua grazia, questo mi basta.

Ignazio di Loyola


In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli sospirò profondamente e disse: “Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno”. Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.

Mc 8,11-13

Non serve che il Signore ci dia altri segni, perché abbiamo ricevuto il massimo dei segni, Gesù: un Dio che cammina sulle nostre strade, che prova le nostre emozioni, che soffre con i nostri dolori. Facciamo tesoro di questo dono.
Dopo il dono di Gesù, Dio non ha più nulla da dire e da dare: nel suo pane ci ha dato se stesso, ci ha dato tutto, solo questo basta. Questo è il suo ultimo gesto, che ci schiude tutto il suo mistero d’amore. Qualunque altro segno significava questo, e ha in esso il suo significato pieno. Non può darcene altri, perché nel significato cessa ogni segno.

 

 

  • Quando ho riconosciuto in piena autenticità Gesù come segno di Dio?

 

  • Quando è stata l’ultima volta che ho sentito Gesù camminare sulle mie strade?

 

  • In che ambito mi capita di lasciare che le mie richieste soffochino l’unico vero dono di Dio?

 

p. Loris Piorar SJ

3/1 – voce del Verbo di Dio

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La facoltà di creare è un principio che conduce all’abisso.

Giuseppe Verdi

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

Egli era in principio presso Dio:

tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.

In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;

la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.

Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni.

Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.

Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.

Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe.

Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.

A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me».

Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia.

Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.

Gv 1,1-18

 

Le intenzioni di Dio arrivano sino ai confini dell’anima e trapassano la vita, attraversano ogni abisso e sono esse stesse espressione abissale di grazia e verità. Accogliere questa luce e sottomettere ad essa ogni cosa che accade dentro e fuori certamente non può essere che un dono.

Non è sufficiente la legge, non bastano delle istruzioni per divenire voce del verbo di Dio, bisogna chiedere con fiducia all’unico che può dare grazia e verità.

Ogni verbo è retto ed esprime un’intenzione, una precisa volontà, un’elezione, una scelta; ogni scelta porta in sé una luce creatrice e al contempo si muove e prende forma tra tutte le non-scelte.

Accogliere la luce può significare davvero lasciarsi attraversare dalla consapevolezza di non essere qui ed ora per caso, accettare finalmente di essere amati per elezione, per scelta specifica.

Il verbo all’infinito si coniuga poi secondo un modo e un tempo sempre diversi, sino a diventare un nome: in quel momento si comprende l’intenzione.

Il figlio unigenito è l’amato e l’amante, solo accogliendolo senza paura possiamo scoprire il verbo del nostro qui e ora ed esserne testimoni vivi dell’infinito.

 

 

  • Quando mi sono sentito scelto dall’amore del Signore?
  • Cosa mi impedisce di accogliere la luce nella libertà?
  • Qual è il verbo del mio qui ed ora?

 

Rete Loyola

 

 

 

1/1 – Vera donna, vero uomo

meditazione del cuore

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Dante, Paradiso XXXIII

 

In quel tempo, i pastori andarono senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia.  E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.

Lc 2,16-21

 

Oggi iniziamo il 2018 accompagnati da Maria. Lei, Madre di Dio, capace di generare Gesù perché caratterizzata da una vita di pieno amore! Solo lei poteva generare Gesù, solo lei poteva essere scelta da Dio Padre. Ragazza semplice, nella sua genuinità ha accolto la vita e l’ha trasmessa a noi. “Vera” donna al servizio degli altri genera il “vero uomo”, Gesù.

Poter diventare come lei, come lui: “vere” donne e “veri” uomini, gustando e condividendo la gioia di essere costruttori di nuove relazioni all’insegna dell’amore che rende ciascuno sé stesso, unico e tutti fratelli uniti nell’armonia delle differenze.

Non ci accompagna solo Maria, ci accompagnano in questo inizio d’anno anche i pastori: gli impuri, coloro che non hanno tempo di recarsi al tempio, perché il lavoro e la custodia delle pecore li tiene lontani, isolati. Qui, oggi, ogni distanza viene accorciata, ogni lontananza diventa l’orizzonte della vicinanza. Vengono avvolti dall’Amore, come a dire che l’amore non è un premio, è un regalo.

Come gli angeli anche loro possono ora lodare e glorificare Dio, è il destino di tutti … il bel destino!

Buon anno, buon destino a tutti!

 

 

  • Desideri riacquistare quella genuinità che pensi aver smarrito? Hai una nuova possibilità.
  • Riconosci la tua distanza … è la strada che Lui compie per avvicinarsi ed incontrarti.
  • Siamo destinati, collocati per vivere nell’amore. Quali ostacoli si frappongono nel tuo itinerario di pienezza?
p. Loris Piorar SJ

 

28/12 – Se dovrai attraversare il deserto, non temere: io sarò con te!

cammino

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via

La cura – Franco Battiato

 

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.
Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa:
«Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più».

Mt 2,13-18

 

La storia di salvezza che Dio compie in ogni vita attraversa tutti i luoghi e i tempi. Tutti noi siamo Giuseppe quando, mantenendo il cuore aperto, comprendiamo che il tempo che viviamo richiede cura da parte nostra e al contempo affidamento a quella parola che ci invita a rischiare tutto, ad alzarci e a andare, anche in luoghi di sottomissione, anche in terre straniere.

C’è scritto che c’è un tempo per ogni cosa. Così nella notte dell’anima si palesa la necessità di cura e il bisogno di affidarsi, rischiare e non dormire. C’è un’urgenza che richiede attenzione, richiede di esser adempiuta: urge vivere a pieno, consapevoli dei limiti e pericoli, ma liberi.

Dio opera nel silenzio di questo tempo, nella concretezza del cammino; l’Uomo Gesù, nel tempo del rischio e nel luogo straniero, viene formato da esperienze e ricordi, qui e ora impara a camminare e a parlare. In questo modo l’umanità che è in ognuno di noi torna alla terra promessa, a quella vita autentica che è inscritta nel cuore di ognuno dalla nascita.

Siamo chiamati ad amare noi stessi e gli altri come Dio ci ama, quindi a vivere senza paura.

 

  • Quando ho compreso che non potevo adagiarmi su quello che ero e avevo?
  • In che modo ho cura di me stesso e di ciò che mi è stato affidato?
  • Dove mi sento chiamato ad andare per far crescere con amore ciò che è vivo nel mio cuore?

 

Rete Loyola

23/12 – Sii te stesso!

sii te stesso

Il messaggio di Cristo all’uomo era semplicemente: «Sii te stesso». Ecco il segreto di Cristo.

Oscar Wilde

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei. All’ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: «Che sarà mai questo bambino?» si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui.

Lc 1,57-66

 

Quante volte le aspettative ci condizionano fino a renderci non liberi di realizzare noi stessi e ciò che portiamo nel cuore, quante volte abbiamo sentito dire “si è sempre fatto così” o “Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome”… I condizionamenti sono forti e la paura della diversità può condizionare al tal punto da far passare un messaggio che dice “non devi essere quello che sei, ma quello che pensavamo tu dovessi essere”.

Invece, Elisabetta prima e Zaccaria dopo, capiscono che bisogna mettersi in ascolto di Dio, che viene a liberarci da queste false aspettative e desidera farci esprimere il meglio di noi stessi.

Dio non si lascia rinchiudere nelle nostre piccole definizioni, nei nostri schemi logici, nelle nostre conclusioni: desidera che noi possiamo esprimerci e realizzare ciò che di più bello abbiamo nel cuore, che noi possiamo seguire il nostro cuore ascoltando la sua voce, focalizzandoci su ciò che lui ha messo nel nostro cuore, nei nostri sogni, permettendoci di essere ciò che realmente siamo.

È Dio che ci ha creati a sua immagine e desidera che la portiamo a compimento nella libertà e nell’amore. Attraverso quel “Giovanni è il suo nome” oggi Dio ci sta dicendo: “Puoi essere te stesso, ti accetto come sei e voglio che tu mantenga e porti a piena realizzazione le tue peculiarità e le tue caratteristiche personali”.

 

  • Quali aspettative non ti lasciano libero di essere te stesso?
  • Puoi ritagliarti uno spazio per realizzare i tuoi sogni e desideri?
  • Dio oggi ti dice: Puoi essere te stesso. Puoi vivere da questa consapevolezza?

 

p. Claudio Rajola SJ

 

22/12 – Esultare a denti stretti

scrivi la tua gioia

La vostra gioia è il vostro dolore senza la maschera. E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso fu spesso pieno delle vostre lacrime.

Kahlil Gibran, Il profeta

 

In quel tempo, Maria disse:

«L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

Lc 1,46-55

 

Sebbene posto all’inizio del vangelo di Luca, in attesa di un Gesù che non è ancora nato, il magnificat di Maria racchiude tutta la sua esperienza di madre del Salvatore.

Spesso lo immaginiamo come un  canto di esultanza, leggero e appena sussurrato dalla voce flebile di Maria. Eppure racchiude già tutto il dolore che partorirà il Salvatore del mondo. Dolore che ritornerà più vivo che mai ai piedi della croce.

Forse, più realisticamente, sono parole pronunciate a denti stretti, malamente gridate, intrise del dolore del parto, che preannuncia una gioia imminente che però ancora deve venire.

Un dolore vivo, lacerante eppure incapace di portare rancore. Un dolore che sa piuttosto di purificazione interiore che arriva a toccare l’umiltà più profonda. Ogni desiderio di prevaricazione, di violenza, di potere viene sradicato e ogni slancio di generosità, uscita da se stessi e giustizia viene valorizzato.

È così che Maria si scopre la beata fra le donne: consapevole del suo limite eppure voluta madre di Dio, che in lei ha compiuto cose grandi.  

 

  • Attraverso quali esperienze il Signore ha purificato il tuo cuore?
  • Quali momenti della vita ti sono sembrati dei parti dolorosi che hanno aperto a una gioia duratura?
  • Come ti sei scoperto/a amato da Dio?

 

p. Flavio E. Bottaro SJ

21/12 – Che sia benedetta!

promessa mantenuta

E  poi ci sei tu
che mi bussi da dentro
e sei il solletico nel cuore
più bello al mondo!

V. Aiello

 

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Lc 1,39-45

 

La Parola di oggi risuona come un inno alla gioia. Siamo invitati a gioire per quella vita che, donataci, siamo chiamati a riconoscere, accogliere e custodire; ad esultare perché le promesse del Signore si sono fatte concrete: Gesù sta per venire alla luce!

Come Elisabetta, lasciamoci colmare dallo Spirito e dalla sua gioia contagiosa e come il bambino nel suo grembo esultiamo per la Sua presenza e vicinanza. A questo, infatti, siamo chiamati: ad essere madri nel sentire la concretezza della presenza di Gesù in noi; ad essere figli che fanno esperienza della fedeltà del Signore che rende vere le sue promesse; a lasciarci riempire della gioia luminosa che la sua nascita imminente porta con sé.

Sussultiamo di gioia, dunque, per quel Gesù che per ciascuno di noi – e in ciascuno di noi – sta per nascere e gioiamo di quella gioia piena e incontenibile che riempie gli occhi di Elisabetta e Maria, madri in attesa di dare alla luce la vita che hanno in custodia.

 

  • Dove vorrei che il Signore realizzasse la sua promessa di compimento?
  • Come reagisco all’adempimento delle promesse da parte del Signore?
  • Cosa, in concreto, mi rivela l’imminente incontro con Gesù?

 

Rete Loyola