20/2 – Vita fatta preghiera, preghiera fatta vita

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Preghiera come valore che fonda la mia stessa umanità; preghiera quale perla fra tutte le parole.

David Maria Turoldo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
Mt 6,7-15

 

In queste parole la benedizione e la lode, l’invocazione e la richiesta, si fanno vita. Per questo il movimento del cuore che sale al Padre non può che concludersi che con l’invito al perdono e alla riconciliazione del fratello.

La preghiera di Gesù è una preghiera che unisce, che scava nelle relazioni: è relazione! Abbatte i muri e i confini. Non chiede certificati di nascita o permessi di soggiorno. E il Dio che ci rivela è il padre di tutti, che ha cura di ogni suo figlio. Una preghiera in qualche modo rivoluzionaria, soprattutto in tempi in cui si alzano mura e steccati tra popoli, tra famiglie, tra persone e gruppi sociali.

Dio non si auto-comprende solo come Padre, ma come “Padre nostro”: fin dall’inizio si mostra come un Dio che si fa prossimo. Un Dio-comunità che fa comunità. Gesù così mostra che la preghiera autentica, il vero cammino spirituale è quello che parte dal Padre e si conclude nei fratelli. Per tornare al Padre.

Fare propria questa preghiera diventa allora compromettente: dire “Padre nostro” significa riconoscere non solo la paternità di Dio, ma anche la relazione profonda e originaria con ogni uomo e ogni donna. È una preghiera e un impegno. Allora la vita diventa preghiera.

 

 

  • Qual è il mio pane quotidiano?

 

  • Quando mi sono sentito davvero figlio di Dio?

 

  • Cosa mi impedisce di tendere le mani al Signore, come un figlio al Padre?

 

 

p. Michele Papaluca SJ

17/2 – Con le monete sul tavolo

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Se non conoscete nel profondo del cuore che Gesù ha sete di voi, non potete cominciare a conoscere ciò che egli vuole essere per voi, e ciò che egli vuole voi siate per lui.

Madre Teresa di Calcutta

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».

Lc 5,27-32

 

Il Signore Gesù ha chiamato altri, oggi chiama te. Entra all’improvviso, mentre sei lì sulla scrivania, tra le tue cose, indaffarato a scrivere e a cercare. Il suo sguardo, il gesto della mano, la parola, tendono tutti ad una direzione sola: te. Tu che non hai ancora chiaro che cosa farai da grande. Tu che avresti tanti conti da far quadrare. Tu che non sei pronto. Eppure Gesù non è entrato in casa della tua amica devota e raccolta che, secondo te, ha la vocazione. Neppure ha aspettato che tu concludessi diversi lavori per poter essere più libero e, insieme, preparato. È arrivato oggi. Vuoi lasciarlo ad aspettare? Allora, alzati e cammina. Sarai così felice da voler invitare tutti i tuoi amici.

 

 

  • Che cosa significa per me essere peccatore?

 

  • Quando mi riconosco perdonato?

 

  • Perché il Signore dovrebbe chiamare proprio me?

 

 

p. Stefano Corticelli SJ

16/2 – Pane, amore e …

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Digiunare da tutto, ma mai dall’Amore.

Don Dino Pirri

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

Mt 9,14-15

 

Il vero senso del mangiare è una festa di nozze: se c’è lo sposo, se cioè ci sono nella mia vita relazioni sane, di scambio d’amore, di responsabilità allora il mio mangiare non corre il rischio di diventare un riempitivo, una dipendenza, un idolo. Se lo sposo mi viene tolto, cioè se vivo male le relazioni fondamentali della mia vita, se ho bisogno di “riempirmi” di tante cose, anche di tante relazioni ed esperienze, per stordirmi e per sentirmi “sazio” allora c’è qualcosa che non va.

Il digiuno è un potente promotore di senso: praticandolo consapevolmente e adeguatamente ci mettiamo alla ricerca del nostro posto tra le cose (l’aspetto materiale del cibo) e tra le relazioni (l’aspetto simbolico del mangiare).

Il Signore mi chiede di confrontarmi col digiuno, per poter discernere, per mettere in ordine, per imparare a dire al mio Creatore: “non voglio sostituirti con niente e nessuno”.

Digiuno per imparare a mangiare meglio! Digiuno per far diventare la mia vita una festa di nozze.

 

 

  • Che rapporto ho con il digiuno, con il cibo e con il mangiare? Sono grato al Creatore che alimenta la mia vita?

 

  • Sento che lo sposo è con me, con noi? Sento dentro di me che la realtà che vivo mi chiama all’amore sponsale (di unione, di relazione matura e feconda)?

 

  • A volte lo sposo ci viene tolto: come vivo le situazioni di solitudine (magari forzata), di frustrazione, di carenza di relazioni significative?

 

 

p. Andrea Piccolo SJ

 

15/2 – Prendi, Signore, e ricevi…

 

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Cosa sei disposto a perdere?

Jovanotti

Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno».

Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà. Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?»

Lc 9, 22 – 25

 

Giocarsi la vita. Anzi, perderla. Per lui. Gesù non è molto “in linea” con le richieste del mondo, qui, come in altri casi. Quanto più ti arrabatti a salvarti, ad emergere, a metterti al centro della tua vita, e della vita altrui, tanto più andrai a fondo – dice il Signore. Perché non sei tu che puoi salvare te stesso, non sei tu che riesci a “darti la vita”. Un Altro lo ha fatto e continua a farlo per te.

A te è chiesto di accogliere quel dono, di accettare che il Signore stesso ha scelto di essere riprovato, rigettato, messo a morte e poi di risorgere per te. Allora capisci che non serve a nulla conquistarti, a spese degli altri, il “posto al sole”. Il vero sole che viene a visitarci dall’alto è un sole che si abbassa, perché tu con lui possa veramente ritrovare la tua vita, il vero te stesso, il senso più profondo e più autentico di una vita che – colmo dei paradossi – solo se lasciata, solo se “perduta” per Lui, fiorisce, diventa vita vera, fraterna.

Ci viene dunque chiesto di prendere con noi proprio quel nostro bagaglio di aspettative, desideri, speranze infrante, che costituiscono la nostra croce, e che vorremmo non veder più, per camminare dietro a lui e scoprire così che nella sua croce portata per noi c’è il rinnovarsi della speranza, dell’attesa, del desiderio. Ma dietro a lui, non altrove.

 

  • Cosa fai fatica ad offrire al Signore?
  • In cosa vorresti seguire più da vicino Gesù?
  • Per cosa hai speso la tua vita, fino ad ora?

 

p. Lino Dan SJ

14/2 – In punta di piedi

14-12

Una rosa non ha bisogno di predicare. Si limita a diffondere il proprio profumo.

Mahatma Gandhi

 

Gesù disse ai suoi discepoli: 
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. 
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Mt 6,1-6.16-18

 

La voce del Signore mi parla nell’intimo, abitando il silenzio del mio cuore. Non è necessario urlare per raccontare la mia esperienza del Signore né espormi – né, tanto meno, impormi. Non ho bisogno di alzare la voce: basta amare nel quotidiano, per testimoniare.

Cerco non il plauso del pubblico, ma l’accoglienza autentica dei cuori: parlare di Dio è raccontarlo con la vita, prima di tutto. Senza lezioni tenute come in cattedra: nel piccolo, di gesto in gesto, è nell’umiltà quotidiana di creatura che mi scopro testimone.

Il mio passo sia leggero, le mie azioni gioiose, il mio volto grato: camminare sulle vie del Signore è un privilegio la cui fatica scompare di passo in passo.

 

 

  • In che luogo della mia vita vorrei che ci fosse silenzio, perché il Signore possa parlarmi?

 

  • Mi è capitato di far fatica nel trovare il modo giusto di testimoniare la mia esperienza di Dio?

 

  • Quand’è stata l’ultima volta che ho sentito la necessità di condividere gioia e gratitudine per un dono del Signore?

 

Rete Loyola

12/2 – Nel segno del suo amore

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Dammi solo il tuo amore e la tua grazia, questo mi basta.

Ignazio di Loyola


In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli sospirò profondamente e disse: “Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno”. Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.

Mc 8,11-13

Non serve che il Signore ci dia altri segni, perché abbiamo ricevuto il massimo dei segni, Gesù: un Dio che cammina sulle nostre strade, che prova le nostre emozioni, che soffre con i nostri dolori. Facciamo tesoro di questo dono.
Dopo il dono di Gesù, Dio non ha più nulla da dire e da dare: nel suo pane ci ha dato se stesso, ci ha dato tutto, solo questo basta. Questo è il suo ultimo gesto, che ci schiude tutto il suo mistero d’amore. Qualunque altro segno significava questo, e ha in esso il suo significato pieno. Non può darcene altri, perché nel significato cessa ogni segno.

 

 

  • Quando ho riconosciuto in piena autenticità Gesù come segno di Dio?

 

  • Quando è stata l’ultima volta che ho sentito Gesù camminare sulle mie strade?

 

  • In che ambito mi capita di lasciare che le mie richieste soffochino l’unico vero dono di Dio?

 

p. Loris Piorar SJ

11/2 – Tolgo il disturbo!

Come vincere la paura di sentirsi inadeguati
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«Mise la testa sotto le ali, quasi vergognoso di tanti complimenti e tanta fortuna: lui che era stato per tanto tempo un brutto anatroccolo era finalmente felice e ammirato».

Meditazione sul Vangelo
della VI domenica del T.O. anno B
11 febbraio 2018
Mc 1,40-45

Da H.C. Andersen, Il brutto anatroccolo
Quand’ero bambino amavo rifugiarmi in qualche angolo nascosto della casa per leggere le mie storie preferite. Forse era solo un modo per sfuggire a un mondo che a volte mi sembrava pesante, difficile, un mondo dal quale non mi sentivo compreso. Mi ritrovavo, un po’ come il brutto anatroccolo, alla ricerca di un po’ di spazio per me. A volte infatti ci capita nella vita di sentirci esclusi e inadeguati.

Il brutto anatroccolo non riesce a sostenere lo sguardo di chi lo considera inadeguato e diverso. In quei casi, sembra che non ci sia nient’altro da fare che allontanarsi, nascondersi, non farsi più vedere. Fino a quando non incontri lo sguardo di qualcuno che ti riconosce e ti aiuta a scoprire la bellezza che ti portavi dentro. Tutti gli avevano fatto credere che era un anatroccolo brutto e invece dentro di lui si nascondeva un cigno bellissimo.

Ci sono momenti della vita, a volte lunghi, in cui ci sentiamo attraversati da sentimenti di esclusione, tempi in cui non ci sentiamo capiti, e per questo decidiamo di andarcene. A volte sono gli altri che ci costringono ad allontanarci perché si sentono infastiditi dalla nostra presenza, quasi messi in pericolo.

È un po’ anche la storia del lebbroso di questo passo del Vangelo. Gli altri gli hanno rimandato l’immagine di un uomo malato, incapace di stare con gli altri. Lo costringono ad allontanarsi per non essere contaminati dalla sua malattia. Quest’uomo è brutto e deturpa la bellezza del loro orizzonte. La sofferenza infastidisce perché getta un’ombra sul mito del nostro benessere senza fine, ci infastidisce perché ci ricorda che anche noi siamo malati e prima o poi siamo chiamati a riconsegnare la vita. Non è sempre chiaro se siamo stati esclusi o se abbiamo deciso noi di andarcene. In questa dinamica di rifiuto e di isolamento rimane sempre uno sfondo di ambiguità.

Quando cominciamo a scappare, abbiamo quasi l’impressione che tutta la vita stia andando in pezzi, proprio come il corpo di un lebbroso. Ci sentiamo morire lentamente, senza la speranza di tornare a vivere. Il lebbroso si sentiva proprio così. È un uomo senza speranza, perché si porta la morte addosso. Nella mentalità ebraica, ogni contatto con la morte impediva di celebrare il culto perché rendeva impuri. Bisognava purificarsi per ritornare nella comunità. Per il lebbroso questo non è mai possibile, non si libera mai dal contatto con la morte e per questo è condannato a restare permanentemente escluso.

Quando ti senti morire, quando ti senti abbandonato e rifiutato, non ti fidi più di nessuno. Ti convinci, alla fine, di non essere amabile. Pensi che sia colpa tua e che nessuno si prenderà cura di te. Anche il lebbroso di questo passo del Vangelo è un uomo che non si sente amabile: dubita che Gesù possa prestare attenzione proprio a lui, non vuole disturbare, se vuoi…puoi guarirmi.

La guarigione di un lebbroso può essere operata solo da Dio, perché significa ridare vita a una persona che sta morendo. Quest’uomo non crede più che Dio possa rendersi presente nella sua vita. Solo nello sguardo di una persona che ci ama, possiamo ritornare a vivere. Solo negli occhi di chi ci riconosce, possiamo rivedere la nostra bellezza. Gesù si ferma ed esprime il suo desiderio di bene per quest’uomo: lo voglio, sii guarito!

Quando entriamo nella sofferenza e nella morte, non possiamo pretendere di uscirne illesi. I lebbrosi si incontrano nei loghi isolati del loro nascondimento. Devi andarci di proposito.

L’uomo di oggi si mantiene lontano dai luoghi della malattia e del dolore che possono mettere in questione le sue illusioni di eternità, si tiene lontano dai luoghi che potrebbero ravvivare i fantasmi della decadenza e della fragilità. Gesù invece si inoltra nei luoghi della malattia, dove l’uomo sta morendo, dove l’uomo si nasconde per paura o per vergogna. Gesù non ha paura di contaminarsi: tocca la malattia, non prova ribrezzo, non si spaventa, non si tiene a distanza. Si avvicina così tanto alla nostra lebbra da essere considerato anche lui un lebbroso.

Quando la gente viene a sapere che Gesù ha guarito un lebbroso, che si è avvicinato a loro, gli chiede di non entrare in città. Anche Gesù diventa un brutto anatroccolo da allontanare, uno che mette in questione. Anche Gesù è considerato un contaminato, un lebbroso. Ma proprio perché Gesù non può rientrare in città, è costretto ad abitare i luoghi dei malati e degli esclusi. In questo modo tutti coloro che fino ad allora erano stati allontanati e isolati si ritrovano accanto a lui e possono essere guariti.

Leggersi dentro
–          Come reagisci quando non ti senti accolto?

–          Sei capace di stare accanto a chi soffre o si sente escluso?

p. Gaetano Piccolo SJ