13/12 – Attirami dietro a te, corriamo!

possibilità

Paradossale è la condizione umana.

Esistere significa «poter scegliere»; anzi, essere possibilità.

Søren Kierkegaard

 

In quel tempo, Gesù disse: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Mt 11,28-30

 

Sono tante le cose che ci possono rendere affaticati ed oppressi: un particolare modo di vivere le relazioni, il lavoro, lo studio, la religione, la vita stessa e le sue preoccupazioni.

La parola di oggi è una promessa: il ristoro da tutte queste fatiche! Gesù le conosce ed è disposto a portarle con noi. Solo il suo amore è in grado di trasformare carichi insostenibili in pesi leggeri, la croce in salvezza.

La parola di oggi è anche un invito: «venite a me». Non c’è promessa infatti senza una chiamata intima e personale. Abbandonare ogni volontarismo o legalismo e ascoltare la voce di Cristo:

questa la scelta che possiamo fare oggi e ogni giorno per una vita piena.

 

  • Cosa mi affatica e mi opprime, oggi?
  • Quale chiamata mi rivolge oggi il signore?
  • Quando ho sperimentato la consolazione del peso leggero?

 

Anna Laura e Filippo

 

 

10/12 – Punto e a capo. Iniziare un nuovo periodo (della vita)

Meditazione

per la II Domenica di Avvento anno B

10 dicembre 2017

«Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce».

E. Hemingway, Il vecchi e il mare, incipit

 

Ogni cammino ha bisogno di un inizio. La nave, per partire, deve sciogliere gli ormeggi; il pellegrino, per iniziare il suo viaggio, deve decidere la meta. Ma a volte nella vita ci sentiamo fermi e incapaci di fare il prossimo passo. Ci sentiamo smarriti, senza sapere bene dove andare. La montagna ci sembra insormontabile e la fine della strada troppo lontana. Alla fine restiamo fermi, ma il cuore è insoddisfatto.

montagna

Chi apre il Vangelo di Marco, si sente attraversato da una parola di consolazione: «Inizio della buona notizia…». La buona notizia è già in quella prima parola: un nuovo inizio per te è possibile! Ecco una strada da percorre, un cammino che può iniziare. Se pensi che per te i giochi siano ormai fatti, allora puoi chiudere questo libro, non avrà nulla da dirti.

libro van gogh

All’inizio non tutto è chiaro, come quando leggi un racconto. Occorre andare un po’ avanti, fare la fatica di stare dietro alle parole, per arrivare a capire dove porta la storia. Ma il Vangelo di Marco ti dice subito dove porta la strada: ti porta verso Cristo. Non è un cammino alla cieca, non è una tombola, non è una questione di fortuna: Cristo ti aspetta, cammina verso lui! Questa è la buona notizia. Non sei più costretto a vagare su strade che non conosci e che ti spaventano.

viandanti

Gesù Cristo può essere il nuovo inizio per te: Marco usa qui una parola greca molto familiare ai filosofi del tempo, è la parola arché, che non vuol dire solo inizio, ma anche ‘causa’, ‘motivo’, ‘ragione per cui…’. A volte infatti restiamo fermi perché non troviamo una ragione per cui muoverci, siamo spenti perché non troviamo un desiderio da realizzare, il nostro cielo è così buio da non lasciar intravvedere nessuna stella da seguire.

cielo stellato

Per questo la prima parola del Vangelo è una parola che consola: la buona notizia è che si può ricominciare, sempre, come un libro che può essere riletto in modo nuovo, ripartendo ancora una volta dall’inizio. È  la storia che possiamo continuare a scrivere: ma per iniziare un nuovo periodo, occorre andare punto e a capo. Non possiamo pretendere di cominciare un nuovo periodo (della vita) continuando a scrivere sulla stessa riga!

A volte possiamo sentirci smarriti e senza fiducia e per questo incapaci di rimetterci a camminare, come le persone a cui si rivolge il profeta Isaia, ovvero l’autore di questa seconda parte del libro, che cerca di incoraggiare coloro che erano in esilio a ritornare in patria. Chi torna dall’esilio, chi è stato lontano dalla propria vita, chi non ha vissuto, ha paura di ritornare a prendere in mano la propria storia perché teme di trovarvi solo macerie. Il profeta pronuncia una parola di consolazione, una parola che la gente, lungo il cammino si ripeteva di fila in fila, e così, quella parola ripetuta diventava la spinta per andare avanti e ritornare nella propria terra.

esodo

Ogni inizio ha bisogno di un segno concreto, altrimenti rischia di rimanere solo un pio desiderio, una velleità, una buon intenzione, progetti senza gambe. Ecco perché Giovanni Battista non invita solo alla conversione, cioè a cambiare modo di pensare, ma chiede che questo nuovo inizio sia accompagnato da un gesto concreto, invita la gente a scendere nell’acqua, a sperimentare la morte e a rinascere, come la prima volta, quando siamo usciti dal grembo materno. L’inizio è sempre un tempo di tensione, c’è l’entusiasmo di cominciare, ma c’è anche la paura della strada non ancora percorsa. Il battesimo tiene insieme questi due elementi: vuol dire far morire ciò che è stato e, al contempo, far nascere qualcosa di nuovo.

acqua

L’inizio è la soglia della storia, vuol dire stare nella fatica di non aver ancora salutato il passato, ma anche di non essere già entrati nella casa. Giovanni infatti battezza sulla soglia, al Giordano. È il fiume che Israele aveva varcato per entrare nella terra premessa. Giovanni indica un nuovo inizio, ma non sarà lui ad accompagnarci in questo viaggio. Giovanni ci apre la porta, ma sarà Gesù, il nuovo Giosuè, che verrà a prenderci per mano per farci entrare in quella nuova terra promessa che è la vita eterna.

Leggersi dentro

–          Quali sono le parole che oggi ti fanno andare avanti e quelle che invece ti bloccano?

–          Senti il bisogno di scrivere un nuovo periodo della tua vita?

 

Puoi trovare qui la meditazione per la Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria.

9/12 – Inviati perché amati!

amati

In concreto l’uomo è maturo quando non è più il centro di se stesso, ma comprende e vive che ha in sé qualcosa da dare e da ricevere. Non c’è nessuno così ricco che non abbia bisogno di ricevere, nessuno così povero che non abbia qualcosa da dare.

don Oreste Benzi

 

In quel tempo, Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
E li inviò ordinando loro: «Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Mt 9,35-10,8

 

Durante la predicazione Gesù non si limita a curare le ferite di quanti incrociano il suo cammino: la sua persona è toccata nel profondo dalle storie di ciascuno. Questo suo coinvolgimento ci mostra il volto di Dio: una madre che sente, nelle viscere, la gioia e la sofferenza dei suoi figli.

La sua missione non è semplice filantropia ma puro Amore. Quando amiamo siamo sempre esposti, ma proprio questa nudità ci apre all’incontro. Ecco il regno di Dio! È vicino, nel tempo e nello spazio. Si realizza ogni volta che, come fratelli, ci facciamo carico gli uni dei pesi degli altri.

Siamo inviati perché amati. Questa intima consapevolezza tocca il cuore e lo fa ardere, muovendolo all’azione: così l’amore non è più un dovere o un vuoto da riempire. Così la sua fiamma può bruciare senza consumarsi e senza consumare.

 

  • Che ferite tocca oggi l’amore del Signore?
  • Quando mi sono sentito amato nella mia nudità?
  • Quali esperienze mi restituiscono la consapevolezza di essere un figlio amato?

 

Rete Loyola

 

 

08/12 – Il tutto nel frammento

tutto in un frammento

Nel suo sviluppo l’uomo non diventa uomo; egli lo è già da sempre.

Hans Urs von Balthasar

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».

A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».

Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei. 

Lc 1,26-38

 

Il racconto dell’annunciazione riconduce alle origini di Gesù la sua singolare figliolanza divina. Quello che lui diventerà per il popolo di Israele è anticipato agli esordi della sua vicenda umana. La sua identità e la sua missione si fondono insieme sin dagli inizi, al punto che non possono essere separati: chiamato dall’eternità per volere di Dio e per desiderio dell’uomo. Il suo concepimento è quello spazio in cui Dio e l’umanità si cercano e si trovano. In quel grembo nasce il salvatore del mondo, quando l’intenzionalità di Dio e l’affettività umana diventano una sola cosa.

La domanda di Maria su come può avvenire tutto questo è in fondo la nostra domanda: “non conosco uomo” è l’affermazione radicale di chi conosce realisticamente il proprio limite e sa che su tale limite non può illudersi. E a questo punto, perché questo evento si realizzi, occorre che il divino fecondi questo limite e lo trascenda. E lì avviene l’incontro con Dio. Lì nasce una vita nuova.

D’ora in poi quel limite diventerà il segno inequivocabile della presenza di Dio nel mondo. Segno che anticipa quello che sarà il compimento della vita di Gesù: la sua morte, limite invalicabile e la sua resurrezione, superamento definitivo del limite.

 

  • Quale consapevolezza hai del tuo limite?
  • Hai mai sperimentato il limite come luogo di conoscenza di Dio?
  • Quale vita nuova ne è nata?

 

p. Flavio Emanuele Bottaro SJ

   

 

7/12 – Uno scoglio può arginare il mare

casa sulla sabbia

Se ti fermi a pensarlo, l’amore muore. L’amore va agito.

p. N. Sunda SJ

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

Mt 7,21.24-27

 

Come figli amati, siamo invitati a costruire le nostre vite su una pietra salda e ferma che ci dona quotidianamente il vigore di sostenere gli urti delle forze esterne: la certezza dell’amore del Padre per noi che è tangibile, agito e non fatto di grandi parole che si disperdono nell’aria.

Gesù ci ricorda che se faremo di quell’amore la pietra su cui fondare le nostre vite, allora saremo case, focolari dello Spirito, che non crolleranno come castelli di sabbia in balia delle onde. In ogni stagione della nostra vita, possiamo fare la volontà del Padre: essere portatori e testimoni della concretezza e solidità del suo amore amando concretamente.

 

  • Quando ho fatto esperienza dell’amore concreto del Padre?
  • Su cosa costruisco?
  • Quali parti della mia vita sono costruite sulla sabbia?

 

Rete Loyola

06/12 – Vedi, non ho nulla da donare a te…

nulla

Noi non siamo mai dei miserabili lasciati a far numero, ma dei felici eletti. Persone che ti sono un poco necessarie, persone i cui gesti ti mancherebbero, se rifiutassero di farli. 

Madeleine Delbrel


In quel tempo, Gesù venne presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. 
Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. 
E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele. 
Allora Gesù chiamò a sé i discepoli e disse: «Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada». 
E i discepoli gli dissero: «Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?». 
Ma Gesù domandò: «Quanti pani avete?». Risposero: «Sette, e pochi pesciolini». 
Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, 
Gesù prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li dava ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla. 
Tutti mangiarono e furono saziati. Dei pezzi avanzati portarono via sette sporte piene. 

Mt 15,29-37

La commozione di Gesù per questa folla che lo segue da tre giorni è passionale: non può tollerare che queste persone – i sofferenti, quegli ultimi di cui nessuno si cura ma che lui ama – continuino a camminare senza cibo, acqua, riposo, perché la loro fame è la sua fame, la loro sofferenza è la sua sofferenza. Allora chiede ai discepoli di procurare il necessario: per completare ciò che ha iniziato, portare avanti la missione affidatagli dal Padre, Gesù ha bisogno anche di noi.

Ma come possiamo saziare questa gente con soli sette pani e pochi pesci? Come possiamo aiutarlo se non abbiamo nulla? Dio conosce benissimo le nostre debolezze e la nostra pochezza, ma è proprio quel poco che desidera da noi; ci sceglie proprio nelle nostre incoerenze, nelle nostre imperfezioni, perché poi è lui a darci le idee e la forza per poter saziare i nostri fratelli in abbondanza.

Chiediamo al Signore la grazia di farci vivere nella consapevolezza che, nonostante (e attraverso) i limiti della nostra condizione umana, siamo ai suoi occhi gioielli preziosi chiamati a condividere il nostro oro con il nostro prossimo, a sfamarci reciprocamente.

 

  • Provo commozione per la sofferenza di chi mi sta accanto? Cosa faccio?
  • Sono pronto a mettermi in gioco così come sono, senza cercare da solo perfezionismi?
  • Quale limite voglio offrire al Signore, perché lo renda luogo fertile di benedizione?

 

Ilaria D. L.

5/12 – A me gli occhi!

sguuardo

La vita comincia là dove comincia lo sguardo.

Amélie Nothomb

 

In quel tempo, Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. 
Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». 
E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 
Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono». 

Lc 10,21-24

Gesù ti racconta il volto di suo padre e ti invita a guardarlo negli occhi, ad entrare in relazione con lui. Perché il tuo è lo sguardo di un privilegiato: quel volto è per te e tu sei per quel volto, come in ogni relazione d’amore.

Quello che vedi è il volto amoroso di un padre al quale tendi le braccia, come figlio piccolo e desiderato; è il volto di un padre grande nell’amore e nella fiducia, che parla proprio con te e ti svela il tuo stesso desiderio, placando la tua sete e saziando la tua curiosità spontanea.

I tuoi occhi vedono il tuo Dio e ciò ti chiama alla testimonianza di quello sguardo specifico. Racconta il tuo Dio con la tua vita: molti hanno desiderato vedere proprio quel volto che è stato rivelato a te e tu sei chiamato a testimoniarlo. Dio ti affida un compito specifico, tutto per te: la tua vita, a immagine della sua.

 

  • Ho il coraggio di guardare Dio negli occhi, entrando in una relazione autentica con lui?
  • Quando mi sono sentito degno della fiducia che Dio ripone in me?
  • La mia vita racconta il volto del Dio-per-me?

 

Rete Loyola