9/2 – Apriti…

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Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità;
balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità;
diffondesti la tua fragranza,
respirai ed ora anelo verso di te.

Sant’Agostino

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.

E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Mt 7,31-37

 

Il sordomuto è una persona che non può ascoltare la parola detta da altri e non può pronunciarla per altri. La sua condizione tocca inesorabilmente il centro del suo essere: la relazione. Parlare e ascoltare sono azioni così spontanee e abituali che tendiamo a darle per scontate. Ci permettono di entrare subito in sintonia con l’altro, di empatizzare, di accordarsi. Quando manca ascolto e parola, tutto diventa più difficile.

Il primo gesto che Gesù compie per questa persona è portarla in disparte. Per lei e solo per lei, crea un nuovo spazio di silenzio, che non ha a che fare con il solito vuoto abituale, ma sa piuttosto di un’attenzione dedicata e completa. In questo nuovo silenzio il malato si percepisce al centro di una relazione dove finalmente può sentire l’altro che si prende cura di lui. È l’inizio della guarigione: quel silenzio, che lui ha sempre avvertito come assenza terribile, ora appare come spazio possibile dove essere accolto e accogliere.

Il secondo gesto che Gesù compie ha a che fare con la fisicità che vince ogni ripugnanza: le dita nelle orecchie dell’altro e la sua saliva che tocca la lingua. Gesù entra in una relazione intima e al limite dell’imbarazzo.  Sguardi e gesti si combinano per creare fiducia e confidenza. Ogni barriera viene spazzata via, ogni canale viene riaperto. “Apriti” è l’unica parola ascoltata proprio nel momento in cui viene pronunciata.

L’ironia di Gesù ci sorprende sempre: come può un sordomuto guarito non andare in giro a raccontare quello che gli è capitato? L’ammonimento di Gesù è l’invito a considerare la paradossalità della sua richiesta. L’esperienza dell’essere liberati non può rimanere taciuta. È nella sua stessa essenza l’essere proclamata e comunicata ad altri. Non un dovere, uno sforzo, ma un moto inarrestabile del cuore. Questa è la testimonianza della buona notizia!

 

  • A volte basta un gesto per creare relazione. Ti è mai capitato?
  • Quando il silenzio è spazio di incontro e quando invece crea imbarazzo?
  • L’entusiasmo del cuore. Quando l’hai sperimentato come gioia incontenibile?

 

p. Flavio E. Bottaro SJ

15/1 – Mi inviti a nozze!

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Qualcosa dentro di te sta cambiando
e ancora non lo sai. Stanotte non piangere,
c’è un paradiso su di te.

Don’t you cry, Guns’n’Roses

 

In quel tempo, i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».

Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare.

Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno.

Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore.

E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi».

Mc 2, 18 – 22  

 

Proviamo a immaginare l’imbarazzo di uno sposo nel vedere gli invitati a nozze che digiunano. È un po’ l’imbarazzo, il dispiacere del Signore Gesù quando vede che la nostra fede in lui è tutta lacrime, dolore e sospiri… Guai ad essere lieti!

Giungeranno quei momenti – lo sappiamo tutti dalla nostra esperienza di vita – in cui ci verrà chiesto di condividere il dolore di chi soffre, di stare sotto la croce con la Madre addolorata; anche lì ci verrà chiesto di credere, di affidarci ad un Dio che non ci risparmia lo scandalo della morte (del Figlio suo, di coloro che amiamo e nostra). Giungeranno, sì.

Ma ora è tempo di festa, di saper vivere il nostro rapporto con Gesù nella gioia, con la consapevolezza che solo una fede in lui che esprime speranza, felicità dell’incontro, gioia del banchetto, può e sa dare senso al nostro vivere quotidiano. È il vino nuovo che va versato in otri nuovi. Altrimenti non funziona più. Altrimenti diventa una fede che allontana, e si perde anche il buono di una sapienza che sa affrontare i tempi in cui lo sposo ci viene tolto.

 

 

  • In che occasione mi sono chiesto che tipo di credente sono?
  • Quando mi è capitato di non “partecipare alla festa”?
  • In che luogo vorrei che Dio portasse novità?

 

p. Lino Dan SJ

 

 

22/12 – Esultare a denti stretti

scrivi la tua gioia

La vostra gioia è il vostro dolore senza la maschera. E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso fu spesso pieno delle vostre lacrime.

Kahlil Gibran, Il profeta

 

In quel tempo, Maria disse:

«L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

Lc 1,46-55

 

Sebbene posto all’inizio del vangelo di Luca, in attesa di un Gesù che non è ancora nato, il magnificat di Maria racchiude tutta la sua esperienza di madre del Salvatore.

Spesso lo immaginiamo come un  canto di esultanza, leggero e appena sussurrato dalla voce flebile di Maria. Eppure racchiude già tutto il dolore che partorirà il Salvatore del mondo. Dolore che ritornerà più vivo che mai ai piedi della croce.

Forse, più realisticamente, sono parole pronunciate a denti stretti, malamente gridate, intrise del dolore del parto, che preannuncia una gioia imminente che però ancora deve venire.

Un dolore vivo, lacerante eppure incapace di portare rancore. Un dolore che sa piuttosto di purificazione interiore che arriva a toccare l’umiltà più profonda. Ogni desiderio di prevaricazione, di violenza, di potere viene sradicato e ogni slancio di generosità, uscita da se stessi e giustizia viene valorizzato.

È così che Maria si scopre la beata fra le donne: consapevole del suo limite eppure voluta madre di Dio, che in lei ha compiuto cose grandi.  

 

  • Attraverso quali esperienze il Signore ha purificato il tuo cuore?
  • Quali momenti della vita ti sono sembrati dei parti dolorosi che hanno aperto a una gioia duratura?
  • Come ti sei scoperto/a amato da Dio?

 

p. Flavio E. Bottaro SJ

21/12 – Che sia benedetta!

promessa mantenuta

E  poi ci sei tu
che mi bussi da dentro
e sei il solletico nel cuore
più bello al mondo!

V. Aiello

 

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Lc 1,39-45

 

La Parola di oggi risuona come un inno alla gioia. Siamo invitati a gioire per quella vita che, donataci, siamo chiamati a riconoscere, accogliere e custodire; ad esultare perché le promesse del Signore si sono fatte concrete: Gesù sta per venire alla luce!

Come Elisabetta, lasciamoci colmare dallo Spirito e dalla sua gioia contagiosa e come il bambino nel suo grembo esultiamo per la Sua presenza e vicinanza. A questo, infatti, siamo chiamati: ad essere madri nel sentire la concretezza della presenza di Gesù in noi; ad essere figli che fanno esperienza della fedeltà del Signore che rende vere le sue promesse; a lasciarci riempire della gioia luminosa che la sua nascita imminente porta con sé.

Sussultiamo di gioia, dunque, per quel Gesù che per ciascuno di noi – e in ciascuno di noi – sta per nascere e gioiamo di quella gioia piena e incontenibile che riempie gli occhi di Elisabetta e Maria, madri in attesa di dare alla luce la vita che hanno in custodia.

 

  • Dove vorrei che il Signore realizzasse la sua promessa di compimento?
  • Come reagisco all’adempimento delle promesse da parte del Signore?
  • Cosa, in concreto, mi rivela l’imminente incontro con Gesù?

 

Rete Loyola

15/12 – Voglio vederti danzare

invito

Puoi ballare con chiunque ti strizzi l’occhio,
ma non dimenticarti di chi ti riaccompagna a casa: 

serba per me l’ultimo ballo.

The Drifters

 

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «A chi paragonerò io questa generazione? Essa è simile a quei fanciulli seduti sulle piazze che si rivolgono agli altri compagni e dicono:

Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.

È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: ha un demonio!

È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori. Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere».

Mt 11, 16 – 19

 

La nostra vita si snoda tra il suono della gioia e il lamento del lutto, in entrambe le trame ed è costante la chiamata del Signore ad accogliere la sua presenza nella nostra esistenza, in tutte le sue declinazioni.

Vogliamo entrare nella danza? O riusciamo ancora ad evitare il nostro coinvolgimento vero in questa storia di salvezza, giustificandoci, perché la chiesa, i credenti… non sono come dovrebbero?

Questo sguardo cinico e disincantato rischia di funzionare sempre. Ma la sapienza, quella vera, ci spinge ad accogliere proprio quel Dio incarnato in Gesù, con tutta la sua umanità, perché in lui tutta l’umanità è redenta. Anche io, anche tu: tutti lo siamo.

Il periodo che viviamo, l’attesa del Natale, appunto, può essere allora un tempo propizio per lasciarci coinvolgere in questa storia di passione, che vede proprio noi come oggetto dell’amore di Dio e che ci chiede di farci latori di questa buona notizia.

Suono e lamento, gioia e dolore: il Dio che si incarna in Gesù vuole entrare in tutto questo, e invita anche noi ad essere parte della sua opera di salvezza.

 

  • Mi lascio invitare dal Signore?
  • Che scuse oppongo ai suoi inviti?
  • Cosa mi ricorda di cercare il Signore tanto nel dolore quanto nella gioia?

 

p. Lino Dan SJ

17/11 #STUPORE

STUPORE: la curiosità indaga difendendosi,

lo stupore accoglie aprendosi!!

Dio mi ha salvato, Dio mi ha rivelato a me stesso. Non ero quindi ciò che si diceva di me. Io sono ciò che Dio dice di me. A. Gesché

Lc 19, 1-10

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Abbiamo diverse modalità di osservare, scrutare e quindi conoscere e giudicare le persone, le situazioni.

Una conoscenza mossa dalla curiosità, la tappa iniziale del cammino di Zaccheo, mi porta ad avvicinarmi a quella realtà con diffidenza.

Davanti ad essa mi devo difendere o cerco di trarne tutto il vantaggio possibile dalla situazione in atto; è la modalità che spinge Zaccheo verso il Nazareno.

Ma proprio quando cerca di vedere da lontano, senza lasciarsi coinvolgere nella situazione, è Gesù che alzando lo sguardo lo vede: uno sguardo che non giudica, si coinvolge, innalza e sostiene!

Occhi, volto che cambia la vita di Zaccheo. Stupore, meraviglia, che diventano guida di una nuova conoscenza. 

Lo stupore dell’essere accolto spinge Zaccheo ad aprire le porte della sua casa, del suo cuoreUn Dio che non mi giudica ma mi guarda per rialzarmi …

05/11 #GIOIA di #DIO

GIOIA di DIO: vivere e condividere

la bellezza dello stare insieme

 

Dio ha posto la delizia, la gioia nello stare con noi, perché Dio ci ha creati per fare festa con lui, ci ha creati per una vita per sempre. Enzo Bianchi

Lc 15, 1-10

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Dio gioisce per ogni uomo ritrovato . Dio mi attende perché io possa tornare a casa.

Mi lascia libero di scegliere la mia strada, è felice se in questa strada incontro Lui, solo così Lui può incontrare me.

Ci lascia fuggire, partire; come padre soffre per la partenza del figlio, ma … ci lascia andare e delicatamente non ci lascia soli, ci viene a cercare attraverso le persone, le situazioni, le occasioni che viviamo quotidianamente.

La sua è per noi oggi, una presenza spesso invisibile … ma quando lo riconosciamo, scoppia la gioia, la festa, il nuovo incontro!

Ci sta cercando nella quotidianità … anche lì, proprio lì possiamo far festa con LUI e gli altri!