9/1 – L’autorità che rivela la persona

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Nulla rivela meglio il carattere di un uomo quanto il suo modo di comportarsi quando detiene un potere e un’autorità sugli altri: queste due prerogative smuovono ogni passione e svelano ogni vizio.

Plutarco

In quel tempo, nella città di Cafarnao Gesù , entrato proprio di sabato nella sinagoga, si mise a insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi.

Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare:

«Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio».

E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell’uomo». E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!».

La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea.

Mc 1,21b-28

 

Le parole di Gesù toccano il cuore: è curioso che non ci venga riportato cosa stesse dicendo nella sinagoga. Forse perché non è quello il punto. Quello che Gesù comunica non sono i risultati del suo studio sulla sacra scrittura. Gesù semplicemente parla di quello che ha sperimentato in prima persona. Nelle sue parole non ci sono dottrine o teorie. Racconta la sua esperienza, la sua preghiera, quello che lui ha compreso del mistero di Dio e come lo vive. È questa condivisione che arriva al cuore dei suoi ascoltatori. È questa l’autorità di cui parlano: Gesù ha il potere di arrivare al cuore.

Le sue parole non lasciano indifferenti. Vanno a scomodare le nostre dinamiche malsane: Gesù le provoca, le fa venire allo scoperto, le fa saltare. Proprio come succede all’indemoniato, che di fronte a lui non può far finta di niente.

Capita anche tra di noi. Siamo toccati o tocchiamo il cuore delle persone quando raccontiamo frammenti della nostra esperienza, non quando facciamo teoria su di essa. Non quando la astraiamo, ma quando riveliamo come l’abbiamo vissuta, magari anche in modo fallimentare. Perché quello che crea comunione non è la formulazione di un pensiero astratto, bensì la condivisione dei nostri tentativi di stare dentro la vita, con la complessità che essa mostra. È lo scambio continuo di queste buone pratiche che facilita l’ascolto reciproco e il rispetto comune. È in questo scambio che ci riconosciamo reciprocamente esseri umani. E quando questo non avviene perdiamo qualcosa della nostra umanità.

 

 

  • Quando l’autorità mette paura?
  • In quali campi eserciti un’autorità nella tua vita?
  • Quali dinamiche interiori tocca l’esercizio dell’autorità?

 

 

p. Flavio E. Bottaro SJ

8/11 – Vuoti a vincere

VuotiAvincere

Non mi difendo, scelgo il mio re!

“Senza paura”, inno del pellegrinaggio giovanile ignaziano 2012

 


In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse:
«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?
Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo:
Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?
Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.
Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Lc 14,25-33

È possibile essere discepolo di Gesù?
Non ce la faccio, è qualcosa troppo grande per me. Questa è la mia reazione emotiva davanti a questo brano. La croce da portare è troppo pesante e ci sono rinunce da fare che costano troppo.
Se mi siedo e con calma inizio a fare il conteggio delle qualità del buon discepolo, la situazione non migliora. Fiducia incondizionata, amore per i nemici, capacità di perdonare, purezza di cuore… tutte virtù che possiedo solo in desiderio. Insomma, quella per essere discepolo è una torre che non sono in grado di costruire, una battaglia che non sono in grado di combattere.

È possibile quindi essere discepolo?
No. Almeno fintanto che questo progetto rimane un mio ideale di auto-perfezione.
Infatti è proprio perdendo “la faccia” nel crollo delle mie torri, nella perdita delle mie battaglie, che accade qualcosa di nuovo: mi scopro povero. La croce da portare diventa così non più qualcosa da cercare fuori di me, ma una mancanza che scopro mi costituisce. Non mi scopro povero perché c’è qualcosa che non ho e magari invidio agli altri, ma mi scopro povertà radicale, in quanto desiderio mai sazio.
E proprio questo vuoto può diventare la dimora di Gesù in me.

Il cammino per essere discepolo diventa possibile quando accetto di essere povero e lascio che sia Gesù a riempire quel vuoto che mi costituisce.


– Cosa significa per me essere discepolo?
– Quali torri sono crollate? Quali battaglie ho perso?
– Desidero lasciare abitare da Gesù il vuoto che scopro dentro di me?

M. Manuzzi SJ

 

 

02/11 #MEMORIA

MEMORIA: il ritorno del cuore

Ricordare implica riportare in vita qualcosa che si è visto o udito prima; (…) la persona di cui ci si ricorda il volto è così viva, la scena ricordata così pregnante, come se l’uno e l’altra fossero fisicamente, concretamente presenti. Erich Fromm

Gv 6,37-40

«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Oggi abbiamo l’opportunità di fare memoria di molte persone a noi care.

Nell’esperienza umana si parla di memoria come capacità di ricordare le cose viste, udite, pensate e fatte nel passato. Ma questa facoltà non esprime solo la possibilità di riportare alla mente gli eventi così come si sono svolti, non è la banale restituzione di ricordi: la memoria umana è un atto profondamente creativo. Pensiamo, ad esempio, alla possibilità di concentrare in una sola immagine, in un flash, un’intera gamma di eventi…; oppure, come il semplice ricordo di un volto riesca magicamente a restituirci emozioni, sensazioni, suggestioni

Inoltre, sollecitare la memoria – singola o collettiva – di qualcosa che è accaduto e che ha cambiato il corso degli eventi è un modo per collocarsi nel tempo, per capire che c’è stato un prima di cui si è frutti e figli, e che ci sarà un dopo di cui si potrà essere padri.

Fare memoria ci permette di ricordare quanto siamo stati volute bene e, se non amati, quanto la vita abbia una forza che supera ogni dolore, anche la morte!