11/2 – Tolgo il disturbo!

Come vincere la paura di sentirsi inadeguati
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«Mise la testa sotto le ali, quasi vergognoso di tanti complimenti e tanta fortuna: lui che era stato per tanto tempo un brutto anatroccolo era finalmente felice e ammirato».

Meditazione sul Vangelo
della VI domenica del T.O. anno B
11 febbraio 2018
Mc 1,40-45

Da H.C. Andersen, Il brutto anatroccolo
Quand’ero bambino amavo rifugiarmi in qualche angolo nascosto della casa per leggere le mie storie preferite. Forse era solo un modo per sfuggire a un mondo che a volte mi sembrava pesante, difficile, un mondo dal quale non mi sentivo compreso. Mi ritrovavo, un po’ come il brutto anatroccolo, alla ricerca di un po’ di spazio per me. A volte infatti ci capita nella vita di sentirci esclusi e inadeguati.

Il brutto anatroccolo non riesce a sostenere lo sguardo di chi lo considera inadeguato e diverso. In quei casi, sembra che non ci sia nient’altro da fare che allontanarsi, nascondersi, non farsi più vedere. Fino a quando non incontri lo sguardo di qualcuno che ti riconosce e ti aiuta a scoprire la bellezza che ti portavi dentro. Tutti gli avevano fatto credere che era un anatroccolo brutto e invece dentro di lui si nascondeva un cigno bellissimo.

Ci sono momenti della vita, a volte lunghi, in cui ci sentiamo attraversati da sentimenti di esclusione, tempi in cui non ci sentiamo capiti, e per questo decidiamo di andarcene. A volte sono gli altri che ci costringono ad allontanarci perché si sentono infastiditi dalla nostra presenza, quasi messi in pericolo.

È un po’ anche la storia del lebbroso di questo passo del Vangelo. Gli altri gli hanno rimandato l’immagine di un uomo malato, incapace di stare con gli altri. Lo costringono ad allontanarsi per non essere contaminati dalla sua malattia. Quest’uomo è brutto e deturpa la bellezza del loro orizzonte. La sofferenza infastidisce perché getta un’ombra sul mito del nostro benessere senza fine, ci infastidisce perché ci ricorda che anche noi siamo malati e prima o poi siamo chiamati a riconsegnare la vita. Non è sempre chiaro se siamo stati esclusi o se abbiamo deciso noi di andarcene. In questa dinamica di rifiuto e di isolamento rimane sempre uno sfondo di ambiguità.

Quando cominciamo a scappare, abbiamo quasi l’impressione che tutta la vita stia andando in pezzi, proprio come il corpo di un lebbroso. Ci sentiamo morire lentamente, senza la speranza di tornare a vivere. Il lebbroso si sentiva proprio così. È un uomo senza speranza, perché si porta la morte addosso. Nella mentalità ebraica, ogni contatto con la morte impediva di celebrare il culto perché rendeva impuri. Bisognava purificarsi per ritornare nella comunità. Per il lebbroso questo non è mai possibile, non si libera mai dal contatto con la morte e per questo è condannato a restare permanentemente escluso.

Quando ti senti morire, quando ti senti abbandonato e rifiutato, non ti fidi più di nessuno. Ti convinci, alla fine, di non essere amabile. Pensi che sia colpa tua e che nessuno si prenderà cura di te. Anche il lebbroso di questo passo del Vangelo è un uomo che non si sente amabile: dubita che Gesù possa prestare attenzione proprio a lui, non vuole disturbare, se vuoi…puoi guarirmi.

La guarigione di un lebbroso può essere operata solo da Dio, perché significa ridare vita a una persona che sta morendo. Quest’uomo non crede più che Dio possa rendersi presente nella sua vita. Solo nello sguardo di una persona che ci ama, possiamo ritornare a vivere. Solo negli occhi di chi ci riconosce, possiamo rivedere la nostra bellezza. Gesù si ferma ed esprime il suo desiderio di bene per quest’uomo: lo voglio, sii guarito!

Quando entriamo nella sofferenza e nella morte, non possiamo pretendere di uscirne illesi. I lebbrosi si incontrano nei loghi isolati del loro nascondimento. Devi andarci di proposito.

L’uomo di oggi si mantiene lontano dai luoghi della malattia e del dolore che possono mettere in questione le sue illusioni di eternità, si tiene lontano dai luoghi che potrebbero ravvivare i fantasmi della decadenza e della fragilità. Gesù invece si inoltra nei luoghi della malattia, dove l’uomo sta morendo, dove l’uomo si nasconde per paura o per vergogna. Gesù non ha paura di contaminarsi: tocca la malattia, non prova ribrezzo, non si spaventa, non si tiene a distanza. Si avvicina così tanto alla nostra lebbra da essere considerato anche lui un lebbroso.

Quando la gente viene a sapere che Gesù ha guarito un lebbroso, che si è avvicinato a loro, gli chiede di non entrare in città. Anche Gesù diventa un brutto anatroccolo da allontanare, uno che mette in questione. Anche Gesù è considerato un contaminato, un lebbroso. Ma proprio perché Gesù non può rientrare in città, è costretto ad abitare i luoghi dei malati e degli esclusi. In questo modo tutti coloro che fino ad allora erano stati allontanati e isolati si ritrovano accanto a lui e possono essere guariti.

Leggersi dentro
–          Come reagisci quando non ti senti accolto?

–          Sei capace di stare accanto a chi soffre o si sente escluso?

p. Gaetano Piccolo SJ

4/2 – C’è nessuno?

Quell’attimo in cui capisci che qualcuno è entrato in casa tua

E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
32Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Mc 1,29-39

Per quanto possiamo sforzarci di costruire barriere e muraglioni, sembra che non sia mai possibile chiudere la porta di casa nostra. C’è sempre un ospite inatteso o un visitatore enigmatico che entra senza chiedere il permesso. Nel film di Thomas McCarty, L’ospite inatteso, un professore si reca a New York per sostituire malvolentieri una collega in una conferenza, ma scopre che l’appartamento in cui dovrebbe soggiornare è occupato da una coppia di immigrati. È l’inizio di una storia che gli permetterà di tornare a vivere e uscire dal suo letargo, incontrando la tenacia di chi non si rassegna davanti a situazioni disperate.

Nella commedia di Eric-Emmanuel Schmitt, invece, c’è un visitatore sconosciuto e misterioso che appare improvvisamente nella casa di Freud. Il dialogo tra i due, nell’Austria ormai annessa alla Germania del Reich, fa emergere pian piano l’identità dello strano personaggio.

Sono metafore di una vita, la nostra, che, fortunatamente, non può mai restare in un ideale isolamento. La nostra vita è sempre attraversata da quella di qualcun altro. E spesso, è proprio il visitatore importuno che ci tira fuori dalle situazioni di morte in cui stiamo lentamente sprofondando.

Anche questo brano del Vangelo ci presenta Gesù come ospite inatteso che ci scuote dal nostro sonno malato. Uscito dalla sinagoga, Gesù si reca subito nella casa della suocera di Pietro. La sinagoga e la casa tenute insieme dal ministero di Gesù: la vita spirituale e la vita ordinaria come luoghi che non possono essere separati. Non c’è soluzione di continuità: ciò che è avvenuto nella sinagoga, nel contesto della preghiera e dell’ascolto della Parola, immediatamente riverbera i suoi effetti sulla quotidianità della vita.

Quel subito, che Marco sente l’esigenza di introdurre, sembra alludere proprio all’imprevisto: Gesù entra in una casa che non è pronta ad accoglierlo. È una casa spenta e mal funzionante, come spesso accade quando una mamma di famiglia è a letto ammalata: la vita della casa si blocca, i panni da stirare si accumulano, i piatti da lavare attendono impietosi nel lavello, il sole che entra dalle finestre sottolinea ironico la polvere accumulata sul comò! Gesù entra in una casa più o meno in queste condizioni. Nessuno di noi, probabilmente, vorrebbe essere visto così da Gesù.

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Chissà quanti improperi avrà lanciato silenziosamente, a mezza voce, quella donna contro il genero imbranato, che le ha portato in casa quell’uomo importante proprio nel momento meno opportuno. Forse anche noi vorremmo che Gesù entrasse in casa nostra solo dopo le pulizie di Pasqua, e invece lui, un po’ sarcasticamente, entra nella nostra casa quando meno ce l’aspettiamo!

Mentre noi ci raggomitoliamo nella nostra vergogna, Gesù invece si avvicina, non rimane a distanza, non si scandalizza e non prova disagio a entrare nella nostra malattia: «Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano». Gesù si avvicina alla nostra storia e ci rimette in piedi, ci fa risorgere dalle nostre situazioni di morte, prende la nostra mano, quella con la quale abbiamo raccolto, come Eva, il frutto del peccato, quella che ci vergogniamo di mostrare. Gesù afferra proprio quella mano per strapparci alla nostra malattia.

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Il segno della guarigione è il servizio. Un modo per rendersi conto del passaggio efficace di Dio nella nostra vita è guardare quanto ci siamo aperti ai nuovi ospiti che da quel momento in poi hanno bussato alla nostra porta. La casa della suocera di Pietro scopre infatti improvvisamente risorse impensate: tutti i malati della città si ritrovano davanti alla porta di quella casa. È un’immagine iperbolica forse per dire come quella casa che all’inizio era malfunzionante, adesso, dopo che Gesù è passato, diventa una casa accogliente per tutti coloro che vivono la stessa esperienza di malattia. In effetti, quando la grazia di Dio ci incontra, anche noi scopriamo risorse che non pensavamo di avere e che possiamo mettere a servizio degli altri.

Finalmente Simone ha guadagnato punti agli occhi della suocera, la quale si è probabilmente ricreduta nelle sue idee su di lui. È comprensibile quindi che Simone voglia approfittare di questo successo e per questo chiede a Gesù di fermarsi. È un momento favorevole di cui approfittare. Forse Simone ha pensato anche che la casa della suocera, ormai guarita, poteva diventare la nuova sede legale della Compagnia di Gesù! Ma pian piano Simone dovrà entrare nell’idea che Gesù non si lascia strumentalizzare: Gesù non cerca il successo e chiede ai suoi discepoli di fare altrettanto.

Gesù si ritira in luoghi deserti, quando non può essere visto, per stare nella relazione più importante, cioè quella con il Padre. Il bene chiede discrezione, non il clamore della visibilità. Proprio quando Gesù intravvede la gloria umana, passa all’altra riva, se ne va altrove, cerca un altro luogo. In questo modo delude le aspettative di Simone e probabilmente anche di ciascuno di noi, che forse seguendo Gesù cercavamo semplicemente un po’ di scurezza.

Benché siamo solo nel primo capitolo di Marco, Simone è già stanco, vorrebbe fermarsi, desidera un po’ di stabilità, Gesù invece guarda sempre oltre e chiede a ogni discepolo di non fermarsi nella propria gratificazione, chiede di non trasformare la missione in uno strumento di soddisfazione personale. Non è raro vedere nelle nostre comunità parrocchiali o nelle congregazioni religiosi o nelle organizzazione di volontariato come il servizio diventi molto spesso solo un’occasione per vincere la propria frustrazione.

Abbiamo ancora molta strada da fare per capire cosa vuol dire veramente servire e non trasformare il nostro piccolo impegno in uno strumento di glorificazione personale, anche perché il più delle volte Gesù arriverà a demolire quello che faticosamente pensavamo di aver costruito.

Leggersi dentro

  • Come ti sentiresti se oggi Gesù entrasse improvvisamente in casa tua?
  • C’è uno spazio per il servizio agli altri nella tua vita? Come lo vivi: con discrezione o come strumento di glorificazione personale?

28/1 – Mi congelo un attimo…

Come evitare di farsi toccare dalla vita

Meditazione sul Vangelo

della IV domenica del T.O. anno B

28 gennaio 2018

Mc 1,21-28

«Malgrado gli sguardi ostili continuò a stringerlo a sé e pianse lacrime di gioia. E mentre piangeva, le sue lacrime calde caddero negli occhi di Kai… e sciolsero il ghiaccio del suo cuore».

Andersen, La regina delle nevi

Forse per difenderci dal dolore che abbiamo provato o per allontanare la delusione che già vediamo arrivare da lontano, molte volte ci congeliamo, non permettiamo a noi stessi di sentire quello che proviamo. Ma in questo modo rinunciamo anche a tutto quello che di bello la vita ci offre con i suoi profumi e i suoi colori. Smettiamo di vivere per non morire di dolore.

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Anche nelle favole, il ghiaccio e la neve sono spesso le immagini della solitudine di un cuore che non riesce più ad amare, come ne La regina delle nevi di Andersen. Tutto comincia con uno specchio che deforma le immagini e fa scomparire quello che di bello si riflette in esso, ma quello specchio va in frantumi e tanti piccoli specchi si disperdono così nel mondo. Uno di quei frammenti finisce nell’occhio di Kay, un bambino buono che ha una grande amica, Gerda. Da quel momento Kay diventa cattivo e con il suo slittino viene rapito dalla regina delle nevi che lo rinchiude nel suo palazzo. La regina obbliga Kay a scrivere un numero infinito di parole e potrà essere liberato solo quando riuscirà a scrivere la parola eternità. Sarà l’amore di Gerda che dopo tante avventure riuscirà con le sue lacrime a sciogliere il cuore congelato di Kay.

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Il nostro cuore ibernato dal gelo delle nostre paure ci impedisce a volte anche di essere toccati dalla parola di Dio. Viviamo la fede ibernati, in una sterile ripetizione o in una diffidenza che deforma tutto. Il protagonista di questo passo del Vangelo si recava per abitudine o per dovere ogni sabato nella sinagoga per ascoltare la parola di Dio, ma era insensibile, anestetizzato, non provava niente, la parola non lo toccava. Non è forse vero che anche noi rischiamo di vivere la fede come abitudine, congelati perfino nei nostri ruoli ecclesiali, nelle statue di ghiaccio del catechista, del prete, del volontario o dell’educatore? Sono armature che ci difendono perché ci fanno sembrare esternamente a posto davanti alla gente e alla nostra coscienza, ma il cuore è spento. Le nostre comunità sono spesso congelatori dove ognuno cerca di impedire che l’altro gli sciolga la bella statua di ghiaccio che si è costruito.

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Solo quando Gesù pronuncia quella parola con più forza, solo quando parla direttamente al suo cuore, riesce a sciogliere il cuore di quell’uomo che abitualmente si recava nella sinagoga. Quell’uomo non voleva essere colpito dalla parola, forse perché intravvedeva la possibilità di essere scomodato, di essere provocato, di andare in crisi. Lo spirito impuro infatti si ribella perché non vuole essere colpito.

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Le parole ci colpiscono e a volte ci fanno male. La parola di Dio non è sempre consolatoria, non ci conferma sempre nelle nostre scelte, anzi, ci spinge sempre a cambiare. Per questo motivo preferiamo allontanarla e difenderci. Gesù non insegna come gli scribi: non parla solo alla testa, il suo insegnamento non punta al volontarismo o al mero rispetto della Legge. Gli scribi invece fanno così. Agli scribi preoccupa solo che tu appaia a posto. Sono esperti della Legge, cioè esperti della Parola di Dio, ma piuttosto che viverla, la studiano. Gesù invece mette in relazione la parola con la vita, per questo quell’uomo si sente provocato e lo respinge. Proprio come noi che preferiamo una conoscenza della Parola di Dio piuttosto che cominciare a viverla silenziosamente.

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Quest’uomo è abitato da un paradosso: proprio lo spirito impuro non vuole essere toccato. In genere abbiamo la convinzione che toccando si diventi impuri, ma molte volte sono proprio le nostre pretese di purezza angelica che nascondono le nostre perversioni interiori. Chi è libero, riesce anche a toccare e a lasciarsi toccare senza scandalizzarsi. Gesù, nel Vangelo di Marco, tocca spesso gli ammalati, i lebbrosi, i peccatori, senza la paura di contaminarsi. È proprio la paura di essere toccati che spesso ci impedisce di incontrare Dio, come la sposa del Cantico dei Cantici che non apre allo sposo che bussa per non sporcarsi i piedi. Per incontrare Dio invece molto spesso ci viene chiesto di mettere i piedi per terra e di sporcarci di umanità.

A volte proprio chi ha conosciuto Dio evita di essere toccato dalla sua parola, perché immagina a quale conversione potrebbe essere chiamato. Lo spirito impuro dice infatti di sapere chi è Gesù. E proprio per questo di difende. Lo spirito impuro sa che la parola di Dio può ferire, sa che la parola libera. E a volte per essere guariti, dobbiamo anche passare attraverso il dolore, quel dolore che avremmo preferito non sentire. Anche Gesù prova a sciogliere il nostro cuore con le sue lacrime, anzi con il sangue delle sue ferite, pur sapendo che tante volte è un sangue sprecato.

 

Leggersi dentro

–          A che temperatura è oggi il tuo cuore?

–          Guardando come vivi, ti sembra che la Parola di Dio provochi e cambi la tua vita?

21/1 – Mi copro o m’intrappolo?

Il velo e la rete come modi di stare al mondo

Meditazione sul Vangelo

della III domenica del T.O. anno B

21 gennaio 2018

Mc 1,14-20

«Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra e dissi gemendo: “Chi mai potrà scamparne?” E udii una voce che mi disse: “l’umiltà!”».

Sant’Antonio Abate

Quando entriamo nella Cappella San Severo a Napoli, restiamo certamente ammirati dalla leggerezza di quel velo che copre il corpo del Cristo, adagiato su una superficie marmorea. Quel velo ci ispira un’idea di pace, un senso di tranquillità, nonostante il carattere tragico della scena. Ma sollevando lo sguardo alle altre sculture che ornano la Cappella, ci imbattiamo nella figura di un uomo che si dibatte in una rete, cercando di divincolarsi dai lacci che lo imprigionano: si tratta del Disinganno.

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Il velo e la rete come il divino e l’umano, come la vittoria sulla morte e l’ansia della vita. Il velo e la rete sembrano due metafore della vita, due modi di stare sotto questa vita, quello di chi non si lascia schiacciare e quello di chi invece si affanna nel tentativo di liberarsi.

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In effetti l’immagine della rete è un simbolo potente che contiene molteplici significati: la rete è ciò che permette al pescatore di raccogliere i pesci o al calciatore di fare goal, ma la rete è anche quella in cui si può finire in trappola o quella che permette di tenere i contatti con gli altri. La rete è sempre ambigua: il web ci permette di allargare le nostre conoscenze, ma è anche quello che a volte ci fa perdere tempo.

Anche l’annuncio del Regno di Dio, sembra dire questo passo del Vangelo, ha a che fare con la rete e dunque con l’ambiguità della vita.

Il tempo della scena è scandito proprio dal rapporto con le reti: Gesù va verso il mare e chiama i primi discepoli quando stanno gettando le reti in mare, dunque di sera, ma poi torna a chiamare ancora mentre altri discepoli stanno sistemando le loro reti, ovvero al mattino, alla fine del lavoro. Il testo ci trasmette quindi l’immagine di Gesù che per tutta la notte non si è allontanato dal mare e ha continuato a chiamare!

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Il mare e la notte sono due elementi che richiamano l’idea della paura: il mare per un ebreo è un luogo di morte, un luogo dove continuamente si rischia di perdersi; la notte è il tempo in cui non si vede bene, in cui si può essere assaliti, il tempo in cui abbiamo bisogno di luce. Il mare e la notte sono dunque il luogo e il tempo in cui Gesù ci chiama, quando abbiamo paura e quando non vediamo bene: la parola di Gesù giunge a calmare il cuore e a illuminare la mente.

I gesti dei discepoli sono descritti con due verbi significativi: i primi discepoli gettano le reti nel senso che pescano in quella modalità che ancora oggi è possibile vedere: senza allontanarsi dalla riva. È un modo di vivere, quello cioè di chi resta in superficie, senza rischiare mai.

 

La seconda coppia di discepoli sistema le reti nel senso di rammendare le parti strappate, come chi non ha il coraggio di buttar via quello che non funziona più, sebbene questo significhi ogni volta non riuscire a raccogliere i pesci che facilmente sfuggono alla rete usurata.

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Due modi di vita dunque dentro i quali Gesù prova a entrare, due atteggiamenti da cui Gesù vuole liberarci, la superficialità e la fissazione. Gesù ci chiama per liberarci da quelle reti che ci fanno restare in superficie nella vita e da quelle che ormai non funzionano più, ma che non siamo capaci di abbandonare. L’incontro con Gesù è sempre un incontro liberante, Gesù ci salva da quello che ci intrappola e ci impedisce di vivere la vita pienamente.

Non si tratta di abbandonare le reti, ma di usarle in modo nuovo: Gesù non disprezza il lavoro di questi uomini, non chiede loro di cambiare. Sono pescatori e pescatori resteranno. Dio non vuole distruggere quello che siamo, non ci sta dicendo che non siamo OK: «sarete pescatori di uomini» vuol dire che continueranno a essere ciò che sono, ma in modo nuovo, per uno scopo diverso, a servizio di un ideale più alto. Gesù non distrugge, ma valorizza quello che siamo.

Ancora una volta, troviamo nel vangelo una parola oscura, una parola che al momento non è stata chiara per i discepoli, ma che ha messo in moto il loro cammino, li ha incuriositi e affasciati. Con Dio è sempre così, all’inizio non è mai tutto chiaro, ma la sua parola attrae e accende il cuore. Chi non ha il coraggio di rischiare non accetterà mai di lasciare le sue care e vecchie reti, ma continuerà a rimanere in superfice, provando ancora una volta a riparare ciò che ormai non funziona più.

 

Leggersi dentro

–          Senti la vita come un velo che ti copre delicatamente o come una rete che ti intrappola?

–          Vivi anche tu rimanendo in superficie o cercando di riparare quello che ormai non funziona più?

14/1 – Qualcosa troverò!

Occasioni da non perdere negli outlet della vita

Meditazione
sul Vangelo
della II domenica del T.O. anno B
14 gennaio 2018
Gv 1,35-42

Dammi Tu la forza di cercare.

Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza:

conserva quella, guarisci questa.

Agostino

Se vuoi trovare qualcosa, il modo migliore è iniziare a cercare! Forse non troverai esattamente quello che cercavi, ma almeno avrai vissuto.

Una parola bella e un po’ strana che illustra i vantaggi del darsi comunque da fare è serendipità! È una parola che viene dall’antico nome dello Sri Lanka (Serendip) e indica la fortuna di trovare qualcosa mentre se ne sta cercando un’altra. Forse con Dio non possiamo fare a meno di affidarci alla serendipità, perché Dio ci sorprende sempre, non si lascia contenere nelle nostre previsioni, non possiamo mai sapere esattamente quello che stiamo cercando: «se lo comprendi, non è Dio», diceva Agostino.

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Forse per questo i Vangeli iniziano sempre con qualcuno che cerca, ma che non sa bene quello che sta cercando: Matteo inizia con i Magi che seguono una stella improbabile, Marco inizia con Giovanni Battista che aspetta un Messia diverso da quello che viene a farsi battezzare da lui, Luca intraprende indagini da storico professionista e Giovanni ci presenta dei discepoli impacciati che non capiscono bene dove stanno andando.

Eppure, tutti cercano. I Vangeli ci suggeriscono così l’atteggiamento fondamentale di chi vuole trovare Dio: cercare!

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Il testo di Giovanni si sviluppa dentro un gioco di sguardi e di parole non comprese: prima Giovanni Battista fissa lo sguardo su Gesù, dopo è Gesù stesso che fissa lo sguardo su Simone. E dentro quegli sguardi ci sono parole oscure: Giovanni Battista dice che Gesù è l’agnello, una metafora audace, che forse avrà generato nei discepoli ricordi antichi (l’agnello della cena Pasquale o l’agnello offerto in sacrificio al Tempio?), ma certamente non sono ancora pronti a comprendere perché Gesù sia l’agnello di Dio. Così come è altrettanto difficile per Simone accettare di essere chiamato pietra, probabilmente Simone si è sentito svelato, si è accorto forse che quella parola toccava un aspetto profondo della sua vita.

Comunque sia, l’agnello e la pietra sono parole che evocano qualcosa che non è ancora chiaro.

Mettersi a cercare vuol dire lasciarsi spingere da parole che non sono ancora del tutto comprese. Chi pretende di partire solo quando la strada è completamente sgombra e lineare, probabilmente non si muoverà mai.

Per strapparci al nostro immobilismo, Gesù ci invita a riconoscere il nostro vuoto, quello che non abbiamo. Quest’assenza prende anche il nome di desiderio. Ci mettiamo a cercare perché desideriamo qualcosa che non possediamo ancora: e siccome Dio non possiamo mai possederlo, non possiamo fare altro che cercarlo ancora, continuamente. Nel Vangelo, Gesù rivolge spesso questa domanda: cosa cerchi? Cosa vuoi che io ti faccia? Vuoi guarire? Il desiderio di Gesù è dare una risposta al vuoto che ci abita.

Come i primi discepoli, anche noi cerchiamo risposte. Eppure la vita ci spinge a non abitare le definizioni, meno che mai con Dio.

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Questi primi due discepoli non chiedono a Gesù un insegnamento, una verità stabile, forse perché sono un po’ sorpresi e impacciati dall’iniziativa di Gesù: è lui stesso infatti che si volta verso di loro, è lui che li invita a prendere consapevolezza della domanda che si portano nel cuore.

L’unica cosa che sanno chiedere è una relazione! Il luogo in cui abitiamo parla di noi, dice chi siamo. La casa è il luogo dove si diventa familiari. Quando una relazione diventa profonda, ti senti anche libero di invitare qualcuno a casa tua.

Sebbene uno dei due discepoli ricordi perfettamente persino il momento del giorno in cui è avvenuto quell’incontro (erano circa le quattro del pomeriggio), il testo non ci dice dove abita Gesù. Quel luogo rimane incerto, perché ci sono tanti possibili luoghi in cui possiamo incontrare Gesù. Dio non si lascia racchiudere dentro le nostre esperienze.

Couple holding hands in the sunset, Hawaii, USA.

I due discepoli non si fermano per sempre nella casa con Gesù: escono di nuovo. La relazione con il Signore, se è un incontro autentico, ci apre all’annuncio: c’è sempre un fratello da portare a Gesù. Andrea cerca Simone. E attraverso questi incontri la vita cambia. Simone diventa Cefa. È la vita che abbiamo messo in moto con i nostri desideri e che non lascia inalterata la realtà che attraversa. Forse non tutto cambierà immediatamente, ma almeno avremo avviato un processo.

 

Leggersi dentro

– Dove stai cercando Dio in questo tempo della tua vita?

– Cosa ha generato in te l’incontro con il Signore?

7/1 – Perdersi tra la folla per ritrovarsi in una vasca!

 Come la vita rilegge la fede

Meditazione per la Festa del Battesimo di nostro Signore Gesù Cristo (anno B)

Questo stesso timore della morte è come un inverno quotidiano.
Agostino

La settimana scorsa, approfittando della pausa natalizia, insieme con gli amici della parrocchia dove mi reco nel fine settimana per dare una mano al parroco, mio grande amico, abbiamo organizzato una visita a Napoli.
Eravamo in settantacinque e, scendendo per San Gregorio Armeno, siamo rimasti immobilizzati tra la folla che non riusciva a defluire in nessuna direzione. Un fiume di gente, un’umanità complessa. Gli accenti e i dialetti creavano uno strano effetto che sapeva di universalità. Gente bloccata che non riusciva a camminare. Reazioni diverse: c’era chi spingeva, chi urlava, chi si disperava, chi provava a trovare una soluzione logica…
Al di sopra di questa umanità, si innalzava l’ombrellino arancione che mi ero portato per mostrare al mio gruppo la direzione. Spesso mi perdevano di vista, qualcuno si è perso e poi è stato ritrovato.
Forse non ce ne siamo resi conto subito, ma quell’esperienza aveva molto il sapore di un racconto battesimale, lo stesso che avevamo ascoltato poco prima entrando nel battistero di san Giovanni in Fonte, il più antico battistero paleocristiano d’Occidente che si trova nella basilica di santa Restituta, nella parte sinistra del Duomo di Napoli.

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Entrando nel battistero abbiamo avuto l’impressione di entrare in un monumento funerario, un luogo che parla di morte e di paura, la paura di perdersi appunto. Eppure, proprio entrando, siamo rimasti sorpresi da qualcosa che somigliava sì a un sepolcro, ma un sepolcro aperto: la vasca al centro della stanza guardava verso l’alto, verso la cupola in cui era dipinto un cielo stellato. L’esperienza del Battesimo è proprio questa: sapere che potevamo morire, che potevamo entrare in un sepolcro, e invece per noi si è aperto il cielo, per sempre.

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Doveva essere questa la percezione che avevano i primi catecumeni che entravano in quella stanza, nel IV secolo, per ricevere il battesimo la notte di Pasqua: la vasca era circondata da lampade, grazie alle quali la volta si rifletteva sull’acqua. In quella volta, oltre al cielo stellato, ci sono le iniziali del nome di Cristo. Così, scendendo nella vasca, il catecumeno si rendeva conto che proprio nei luoghi in cui poteva morire, incontrava Cristo. L’acqua non era più il mare che sommerge con i suoi flutti, ma quell’acqua diventava come quella dell’utero che genera.
Il catecumeno era entrato infatti dalla porta occidentale, veniva cioè dalla parte in cui il sole muore, ma sarebbe uscito dalla porta che dà verso oriente, dove la vita nuova risorge.
Per questo, uscito dalla vasca, veniva rivestito da una veste bianca, come quelle figure dipinte nei mosaici sopra la sua testa, le cui vesti sono segnate dalla I di Iesus o da una L rovesciata, simbolo della pietra angolare che è Cristo. Ora, infatti, il battezzato apparteneva al Signore Gesù Cristo.

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Colui che ha vinto la morte rende anche noi capaci di vincere non solo la morte eterna, ma tutte le paure di morte che attraversano la nostra vita: questi uomini vestiti di bianco hanno infatti in mano una corona, la stessa corona che nella volta viene posta da una mano sul nome di Cristo, è la corona della vittoria che Dio Padre consegna al Figlio, e che anche noi riceviamo per mezzo del Figlio stesso.

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Sulle pareti del Battistero, sono rievocate alcune scene che permettevano al Vescovo di spiegare cosa era avvenuto quella notte nella vita di coloro che avevano ricevuto il battesimo. Le scene rappresentate nei mosaici ancora visibili sono quelle delle donne al sepolcro che ricevono da un angelo seduto su un masso l’invito ad andare ad annunciare che Gesù è risorto. Il battesimo infatti ci mette nella condizione di annunciare l’esperienza di salvezza che noi stessi abbiamo vissuto.

La seconda immagine è la pesca miracolosa: la rete che raccoglie 153 grossi pesci, l’immagine della Chiesa, che senza differenze, accoglie tutti. Proprio attraverso il battesimo, ciascuno di noi entra a far parte della Chiesa. E ci ritroviamo insieme, seppur con differenze a volte apparentemente inconciliabili, a far perte della stessa comunità.

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La terza scena è la traditio legis, Gesù che consegna a Pietro la Parola, simbolo della consegna della Sacra Scrittura che veniva fatta al catecumeno durante il percorso quaresimale che preparava al battesimo.

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L’ultima scena visibile ne sintetizza due: una stessa donna appare infatti sia accanto a sei giare sia accanto a un pozzo. Quella donna è sia la sposa delle nozze di Cana, sia la donna Samaritana che ha avuto sei uomini, simbolo dell’infedeltà. La Chiesa in cui il battezzato sta per entrare è infatti una Chiesa che è divina come la sposa, ma è umana, cioè infedele come la samaritana. È il mistero della Chiesa che vive in questa tensione.

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Nei pennacchi della volta si trovano quattro figure, di cui solo due sono ancora visibili, che rappresentano i quattro evangelisti, ovvero la buona notizia che il battezzato è chiamato ad annunciare. Ma al di sopra delle scene che abbiamo descritto, si trova un cerchio con uno sfondo d’oro in cui sono rappresentati uccelli che si nutrono dei frutti: è un’immagine del credente che può ora nutrirsi del vero frutto che è Cristo. Uscito dal battistero, il nuovo credente accedeva infatti alla sala, dove per la prima volta partecipava al banchetto eucaristico.

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Adesso mi sembra ancor più significativo il fatto che, usciti dal Duomo, prima di affrontare l’umanità complessa e articolata di san Gregorio Armeno, siamo scesi nelle profondità della terra attraverso gli scavi della Napoli sotterranea di San Lorenzo Maggiore. La vita ci riproporne continuamente esperienze battesimali, momenti in cui incontriamo occasioni di morte, cioè di peccato, di fallimento, di delusione, di scoraggiamento. Ma a noi battezzati, Gesù ha promesso, che proprio lì, sul fondo sporco delle nostre vite, ci attende per riportarci verso la luce.

Leggersi dentro

  1. In quali luoghi sento di essermi perso?
  2. In che modo il Signore mi sta tirando fuori dai miei sepolcri?

 

31/12 – Non ti riconosco più!

Genitori tra ricatti e desideri

Meditazione

per la festa della Sacra famiglia

(anno B)

31 dicembre 2017

By: piccologaetano

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La Lumachella de la Vanagloria,
ch’era strisciata sopra un obbelisco,
guardò la bava e disse: – Già capisco
che lascerò un’impronta ne la Storia.
Trilussa

Ciascuno di noi avverte l’esigenza più o meno forte di lasciare un segno nella storia. Vorremmo che la nostra vita non finisse, abbiamo paura di cadere nell’oblio, di essere dimenticati. Spesso riversiamo questa paura sui figli, consegniamo loro il nostro nome come se ci affidassimo a loro per essere proiettati nel futuro.
Anche per questo facciamo fatica quando i figli non riproducono esattamente i nostri desideri. Restiamo inevitabilmente delusi, perché comunque un figlio rappresenta l’impossibilità di controllare la vita.

Chi vive l’esperienza del genitore conosce bene questa dinamica: pian piano appare sempre più chiaro che i figli non ci appartengono. Anzi, la negazione di questa separazione naturale crea problematici rapporti di simbiosi che non fanno bene a nessuno.
Nelle famiglie moderne questo rapporto simbiotico è sempre più frequente: i figli si ritrovano ostaggio dei genitori, ma entrano volentieri in questo gioco. Le differenze si annullano. E il genitore ha ancor di più l’illusione di poter continuare a vivere nel figlio.

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Le letture di questa festa ci aiutano invece a riflettere sul momento in cui si diventa autenticamente genitori, quando cioè si è capaci di incontrare il figlio nei luoghi che non sono stati pensati per lui.
La paura di Abramo è quella di andarsene senza discendenza, ovvero di concludere la vita senza averle dato un senso. È la paura di scomparire. La parola di Dio lo riconduce verso la vera fonte della generazione: Dio invita Abramo a guardare le stelle (sidera), ovvero a volgere lo sguardo verso i suoi desideri, verso quello che veramente desidera. A volte la vita resta sterile perché non siamo abitati da alcun desiderio. Nonostante tutta la sua ambiguità, un figlio è l’espressione del proprio desiderio, ma proprio per questo il figlio, come il desiderio, sfugge al nostro controllo. Come un desiderio, così dobbiamo essere disposti a seguire un figlio laddove vuole condurci.
Il figlio è dunque l’immagine più eloquente della vita come dono, della vita incontrollabile e sfuggente, la vita che non ci appartiene.
Maria e Giuseppe riconoscono, come ogni pio israelita, che la vita appartiene solo a Dio e per questo si recano al tempio per restituire la vita alla fonte. Questo è infatti l’amore vero: riconoscere il dono e restituirlo, senza impossessarsene. Maria e Giuseppe riconoscono che nulla ci appartiene. Dicono la verità sulla loro storia e sulla storia del figlio.
Più volte il testo si riferisce alla legge per sottolineare la sottomissione di Maria e Giuseppe ad essa. Non alla legge in sé, ma a colui che ha dato la legge, che è lo stesso che ha dato loro il figlio. Maria e Giuseppe mostrano così la loro obbedienza alla vita e non se ne riconoscono padroni o proprietari.

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Maria è invitata dal profeta Simeone a meditare ancora su questa libertà: la spada che inevitabilmente attraverserà il suo cuore è la spada della separazione, quella che inevitabilmente attraversa il cuore di ogni madre, che anche fisicamente, fin dall’inizio, è costretta a sentire nella carne questa separazione inevitabile.
Maria diventerà madre nel momento in cui comprenderà la necessità di questa separazione: è chiamata madre solo dopo aver perso e ritrovato il figlio nel Tempio mentre si occupa delle cose del Padre. È l’inizio e il presagio di quella separazione progressiva che si compie sotto la croce.
L’esperienza di Abramo prima e di Maria dopo ci insegnano dunque che si arriva a generare solo se si è disposti a non possedere. Non si può generare senza libertà, possiamo lasciare un segno solo se siamo disposti a scomparire.

 

Leggersi dentro

  1. Come vivi la paura di scomparire?
  2. Quale segno pensi che stai lasciando in questo mondo?