5/12 – A me gli occhi!

sguuardo

La vita comincia là dove comincia lo sguardo.

Amélie Nothomb

 

In quel tempo, Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. 
Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». 
E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 
Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono». 

Lc 10,21-24

Gesù ti racconta il volto di suo padre e ti invita a guardarlo negli occhi, ad entrare in relazione con lui. Perché il tuo è lo sguardo di un privilegiato: quel volto è per te e tu sei per quel volto, come in ogni relazione d’amore.

Quello che vedi è il volto amoroso di un padre al quale tendi le braccia, come figlio piccolo e desiderato; è il volto di un padre grande nell’amore e nella fiducia, che parla proprio con te e ti svela il tuo stesso desiderio, placando la tua sete e saziando la tua curiosità spontanea.

I tuoi occhi vedono il tuo Dio e ciò ti chiama alla testimonianza di quello sguardo specifico. Racconta il tuo Dio con la tua vita: molti hanno desiderato vedere proprio quel volto che è stato rivelato a te e tu sei chiamato a testimoniarlo. Dio ti affida un compito specifico, tutto per te: la tua vita, a immagine della sua.

 

  • Ho il coraggio di guardare Dio negli occhi, entrando in una relazione autentica con lui?
  • Quando mi sono sentito degno della fiducia che Dio ripone in me?
  • La mia vita racconta il volto del Dio-per-me?

 

Rete Loyola

 

 

18/11 – mi stai sentendo?

mi stai ascoltando?

Love is a temple, love is a higher law

One, U2

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza scoraggiarsi:

«C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno.

In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario.

Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno,

poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi».

E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto.

E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare?

Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Lc 18, 1-8

Nel pregare non siamo dinanzi a una macchinetta del caffè da forzare se non funziona; siamo piuttosto dinanzi a qualcuno che, avendogli chiesto un pezzo di pane, ci invita a mangiare e a bere insieme.

Gesù svela la necessità della preghiera come atto di coraggio e perseveranza per la relazione piena e dunque la realizzazione della vita.

La storia del giudice, ateo e menefreghista, e della vedova, svuotata e insistente, è il rovescio mortifero di una vita realizzata e compiuta.

Tutto nasce da una necessità che trova pienezza già nella richiesta e questa, nel momento in cui viene espressa, realizza un cambiamento.

Gesù insegna che non conta tanto l’ottenimento dell’oggetto quanto più il desiderio di esso e il coraggio di esprimerlo.

Il Signore è come una vedova che incessantemente bussa alle porte del cuore e pretende attenzione perché sa che questo è l’unico modo per incontrare chi può ascoltare, chi può rispondere. La domanda finale è la preghiera che Dio rivolge all’essere umano, incessantemente, senza stancarsi mai… dice il suo desiderio di trovarci affidati, il suo bisogno di essere il Signore desiderato.

 

  • In che circostanze mi sento giudice disonesto o vedova molesta?
  • Cosa vorrei chiedere, oggi?
  • Cosa mi fa mancare il coraggio di chiedere?

 

Rete Loyola SJ

8/11 – Vuoti a vincere

VuotiAvincere

Non mi difendo, scelgo il mio re!

“Senza paura”, inno del pellegrinaggio giovanile ignaziano 2012

 


In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse:
«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?
Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo:
Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?
Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.
Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Lc 14,25-33

È possibile essere discepolo di Gesù?
Non ce la faccio, è qualcosa troppo grande per me. Questa è la mia reazione emotiva davanti a questo brano. La croce da portare è troppo pesante e ci sono rinunce da fare che costano troppo.
Se mi siedo e con calma inizio a fare il conteggio delle qualità del buon discepolo, la situazione non migliora. Fiducia incondizionata, amore per i nemici, capacità di perdonare, purezza di cuore… tutte virtù che possiedo solo in desiderio. Insomma, quella per essere discepolo è una torre che non sono in grado di costruire, una battaglia che non sono in grado di combattere.

È possibile quindi essere discepolo?
No. Almeno fintanto che questo progetto rimane un mio ideale di auto-perfezione.
Infatti è proprio perdendo “la faccia” nel crollo delle mie torri, nella perdita delle mie battaglie, che accade qualcosa di nuovo: mi scopro povero. La croce da portare diventa così non più qualcosa da cercare fuori di me, ma una mancanza che scopro mi costituisce. Non mi scopro povero perché c’è qualcosa che non ho e magari invidio agli altri, ma mi scopro povertà radicale, in quanto desiderio mai sazio.
E proprio questo vuoto può diventare la dimora di Gesù in me.

Il cammino per essere discepolo diventa possibile quando accetto di essere povero e lascio che sia Gesù a riempire quel vuoto che mi costituisce.


– Cosa significa per me essere discepolo?
– Quali torri sono crollate? Quali battaglie ho perso?
– Desidero lasciare abitare da Gesù il vuoto che scopro dentro di me?

M. Manuzzi SJ

 

 

1/11 – Vivi l’insperato!

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Prendete la vita con leggerezza,
che leggerezza non è superficialità,
ma planare sulle cose dall’alto,
non avere macigni sul cuore.”

Italo Calvino

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.

Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Mt 5,1-12a

 

Lo sguardo d’Amore del Signore penetra ogni vuoto, ricopre ogni paesaggio della nostra vita, ci accompagna nell’osservare dall’alto le nostre vicende e le nostre relazioni.  Gesù,  prendendo la parola, benedice e nel farlo ci insegna: è l’Amore di Dio ad entrare in tutte le criticità della nostra vita, mostrandocele come terreno fertile per la relazione intima con Lui. Per questo siamo chiamati alla speranza e alla fede, siamo invitati a riconoscere un Dio venuto ad incontrare le nostre miserie, a ricordarci che tutti noi siamo da lui amati come santi. Dal basso del nostro cuore e della terra può salire un canto nuovo di lode e di comunione con un Dio che è Signore della vita perché la ama fino in fondo, che è il nostro Signore perché ci conosce e arriva a benedire proprio lì dove noi non ne siamo più capaci, permettendoci ancora di rallegrarci ed esultare, anche nelle difficoltà.

 

  • Faccio memoria: quando e di cosa non ho saputo dire-bene?
  • Cosa mi dice il Signore oggi rispetto a quelle situazioni?
  • Attraverso quale beatitudine posso imparare a cambiare sguardo rispetto alla vita?
Rete Loyola Bologna