01/12 – Che fico! Quando lo stupore prende di sorpresa…

stupore

Un amico conosce la melodia del nostro cuore e la canta quando ne dimentichiamo le parole.

C.S. Lewis

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:

«Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».

Lc 21,29-33

 

Ci sono segni tangibili che annunciano la venuta del regno: è più reale di quanto lo immagini, è più presente di quanto pensi. Irrompe all’improvviso e diventa visibile proprio nelle situazioni che sembrano abbandonate da Dio e maltrattate dagli uomini.

Ti accorgi che – paradossalmente – ci sei dentro quando cambia il tuo sguardo sulle relazioni, sulle situazioni, sulla realtà. Lì dove sei circondato dal freddo, dal buio, dalla disperazione, inaspettatamente ti ritrovi ad essere più benevolo, più paziente, più disponibile. Ti senti parte dell’intero cosmo e vuoi partecipare alla sua vitalità.

È l’energia dell’amore che ti inonda e ti invita a uscire dal guscio, ti sprona a guardare avanti. Ti viene da ringraziare. Ecco, sì, in quel momento sei dentro il regno. Il segno che lo pre-annuncia? Lo stupore. Il tuo cuore esulta di gioia, sperimenta la pace e lo riconosce.

 

  • Quando hai sentito stupore per come stavi affrontando un momento difficile?
  • Cosa è successo quando hai cambiato sguardo o prospettiva di fronte a una situazione complicata?
  • In quale occasione hai sperimentato la pace del cuore?

 

Flavio Bottaro SJ

 

 

5/11 – Guardami!

Il godimento estetico dei moderni farisei

By: piccologaetano 

Meditazione sul Vangelo

della XXXI domenica del T.O. anno A

5 novembre 2017

Mt 23,1-12

«Questo è il fin di chi fa mal:

E de’ perfidi la morte

Alla vita è sempre ugual».

Dal Don Giovanni di Mozart

Se per un momento Don Giovanni si fermasse nella sua ricerca del piacere e si rendesse conto del vuoto che abita la sua vita, non potrebbe fare altro che precipitare nell’abisso che si è scavato con la vanga dei suoi inganni.

Il Don Giovanni di Mozart era per Kierkegaard il simbolo della seduzione, dell’uomo che non porta la vita da nessuna parte. È il simbolo di una vita che gira intorno a se stessa, nel vuoto godimento della propria immagine, senza trovare mai un perché.

Bacco

Ho l’impressione, a dire il vero, che il numero di seduttori seriali stia crescendo in maniera esponenziale. La nostra cultura ci induce a entrare nel vortice dell’estetica senza motivo, dove la vita è vissuta come attimo, come il flash di una fotografia, rigorosamente selfie, cioè senza l’altro, ma solo con se stessi.

Potremmo dire che gli scribi e i farisei, così come Gesù li dipinge in questo testo del Vangelo e in molti altri luoghi, siano stati gli antenati dei moderni seduttori. Questo passo del Vangelo ci invita a guardarci bene da chi vuole stare nella relazione mettendo al centro solo se stesso.

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Come i seduttori, gli scribi e i farisei dicono, ma non fanno. Il seduttore vuole stare nella relazione solo per prendere, senza concedersi mai. Il seduttore è incoerente, cioè falso, perché alle sue parole, alle promesse, alle rassicurazioni, non seguono mai i fatti. La parola resta vuota, non si realizza mai. La promessa si perde in un futuro che non arriva mai a essere presente.

Come i seduttori, gli scribi e i farisei chiedono sempre all’altra persona di portare il peso della relazione. I seduttori consegnano sempre all’altro il fardello del senso di colpa, stravolgono la realtà e indossano la maschera della vittima. Senza accorgersene, l’altro si ritrova con le stigmate dell’aggressore. I seduttori sanno come girare la frittata e alla fine ti ritrovi nella parte del colpevole.

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Come i seduttori, gli scribi e i farisei si nutrono dello sguardo dell’altro. Desiderano stare sempre al centro della relazione. I loro problemi sono sempre più urgenti. Le loro esigenze sono sempre più nobili. I seduttori usano gli altri per sentirsi riconosciuti: l’altro ha il compito di approvare e di compiacere. Quando l’altro si sottrae a questo gioco, il seduttore diventa violento e cerca il modo per uccidere chi gli rimanda un’immagine insopportabile della realtà.

Come i seduttori, gli scribi e i farisei vogliono il primo posto nella relazione, tutto deve ruotare intorno a loro. L’altro è solo funzionale alla realizzazione del suo copione. Gli altri sono solo attori non protagonisti della sua vita.

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Gesù conclude in maniera molto provocatoria il suo discorso sulla seduzione: parla di maestri e di padri, lasciando intendere che sono quelli i luoghi privilegiati della seduzione. Il seduttore infatti ti illude con i suoi insegnamenti, vuole diventare il guru della tua vita, dispensa consigli e pretende di indicarti l’unica via percorribile. E lo stesso avviene per il padre: il seduttore infatti finge di prendersi cura della vittima, fino al punto da confondere il padre con il padrone.

Molto spesso la logica del mondo è una logica di seduzione. Forse non siamo seduttori seriali, forse a volte siamo noi le vittime della seduzione, ma credo che ciascuno di noi possa ritrovare nel suo comportamento qualcosa degli atteggiamenti degli scribi e dei farisei.

Al contrario, Gesù propone una logica diversa, una logica nella quale si può entrare solo se si è disposti a capovolgere il proprio modo di pensare: si diventa grandi quando si arriva a essere a servizio degli altri, si acquista valore quando si è disposti a rinunciare anche al giusto riconoscimento.

Dietro le parole di Gesù c’è il superamento di questo modo estetico di vivere, quel modo che non porta da nessuna parte, quella ricerca della propria immagine che ci fa girare a vuoto e che prima o poi ci presenta il conto, mostrandoci l’abisso che ci siamo scavati sotto i piedi.

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Il modo di vivere che Gesù ci propone ci permette di costruire la nostra casa sulla roccia del senso: costruire un perché alla vita, trovare qualcuno o qualcosa per cui valga la pena vivere.

Possiamo dare senso alla vita solo se siamo disposti ad abbassarci quando l’altro ha bisogno di salire sulle nostre spalle, solo se siamo disposti a farci piccoli quando la porta da attraversare è stretta.

Leggersi dentro

–          Se osservi il tuo modo di stare nelle relazioni, ti riconosci più come seduttore o come vittima?

–          Riesci a individuare per chi o per che cosa stai vivendo la tua vita?

2/11 – Solo l’Amore rimane…

misura

“(…) Certo dev’essere un lavoraccio fare il giudice universale… tutti quelli.. ci sono tutti! Gli assiro-babilonesi, tutti insieme agli americani! Gli egiziani insieme ai tabaccai, le lavandaie con… con i fenici. E che si dicono, le lavandaie e i fenici? Boh, “Io son un fenicio” “E io lavandaia, piacere”. Boh! Tutti insieme, tutti uniti. (…)”

Roberto Benigni ne “Il Pap’occhio”

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 
E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 
Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 
Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 
E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 
Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. 
Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 
Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 
Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 
Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. 
E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna». 

Mt 25,31-46

Siamo chiamati ad amare. È questo che ci caratterizza e rende gregge del buon pastore: capire di essere amati infinitamente, da prima che nascessimo, e amare infinitamente.

Amare chi incontriamo sulla strada, chi incrocia il nostro passo, chi ci guarda e chiede di dissetare la sete che inaridisce, di sedare la fame che rende vuoti; amare chi chiede un abbraccio che scaldi, l’estraneo che chiede di essere accolto, chi è in prigionia e chiede di essere visitato; amare chi chiede una briciola d’amore, una goccia di luce, una scintilla di vita. Quante volte nell’arco di una giornata, tanto dentro casa quanto fuori, incrociamo sguardi di questo calibro e voltiamo i nostri occhi altrove? Siamo chiamati a ridonare senza limiti l’amore che, infinitamente dato, è quello della cui misura saremo chiamati a render conto un giorno.

  • Come e quando ho ricevuto nutrimento, accoglienza e cura?
  • In che modo ho risposto quando ho incontrato sguardi pieni di sete e bisogno?
  • Dove mi sento chiamato oggi a portare amore?
Rete Loyola

 

28/10 – Amare al plurale

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“Se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme.”  

(Proverbio Africano)

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti. 

Lc 6,12-19

Ci sono svariati modi di concepire il nostro ruolo nel mondo.

Possiamo guardare alla vita come ad una corsa ad ostacoli e passare il nostro tempo a controllare la nostra posizione rispetto agli altri atleti. Possiamo vivere con lo sguardo rivolto esclusivamente al nostro giardino e, finché questo produce i suoi frutti, non preoccuparci dei deserti che lo circondano.  Oppure possiamo sentirci parte di una famiglia i cui beni e le cui fatiche devono essere condivise con amore.

Qui il Signore ci svela il suo stile, che parte dal silenzio e dalla relazione con un Padre che non fa mancare la Sua presenza ed accoglie tutti. Da questo abbraccio di tenerezza, scaturisce una dinamica di vita per chi lo incontra: la scelta degli apostoli, le guarigioni dalle malattie fisiche e spirituali, l’annuncio del Regno.

Ogni sua azione e parola trovano origine in un bene più grande.

Non si può donare ciò che non si è ricevuto; non si può ricevere, senza restituire.

La vera guarigione passa da un cuore capace di amare perché l’amore è sempre declinato al plurale.

 

  • Qual è il tuo stile?
  • Quando ti sei sentito scelto?
  • Da dove passa la tua guarigione?

 

RETE LOYOLA BOLOGNA

27/10 – STAY TUNED –

Stay Tuned

Tune my heart to sing Thy Grace.  

(Robert Robinson)

Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada procura di accordarti con lui, perché non ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esecutore e questi ti getti in prigione. Ti assicuro, non ne uscirai finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

Lc 12,54-59

Spesso spontaneamente diamo interpretazioni più o meno affrettate di questo o di quel segno, come se i nostri occhi potessero essere quelli di Dio, le nostre vie le sue vie. Il progresso di scienza e tecnica ci ha messo nelle mani potentissimi strumenti di previsione, dandoci la possibilità di conoscere e giudicare ma certo non di possedere o controllare.

La scienza basta davvero per leggere tutto e per cogliere il senso di ogni segno? Sa dirci cosa è giusto per noi?

Nelle scelte più importanti non basta conoscere le alternative, scienza e cultura non placano ogni sete. La soluzione sta in un impegno costante: nell’accordarsi lungo la strada sintonizzando i cuori, cercando l’aderenza ad un progetto comune.

Un cuore ben sintonizzato sa ascoltare se stesso e sa entrare in armonia con gli altri – è nell’armonia che sboccia la scelta giusta, quella per il meglio.

 

  • Quanto so ascoltare il mio cuore?
  • Cosa stona oggi nella mia vita?
  • Con chi (e su cosa) è tempo di accordarmi?

 

Rete Loyola Bologna