7/1 – Perdersi tra la folla per ritrovarsi in una vasca!

 Come la vita rilegge la fede

Meditazione per la Festa del Battesimo di nostro Signore Gesù Cristo (anno B)

Questo stesso timore della morte è come un inverno quotidiano.
Agostino

La settimana scorsa, approfittando della pausa natalizia, insieme con gli amici della parrocchia dove mi reco nel fine settimana per dare una mano al parroco, mio grande amico, abbiamo organizzato una visita a Napoli.
Eravamo in settantacinque e, scendendo per San Gregorio Armeno, siamo rimasti immobilizzati tra la folla che non riusciva a defluire in nessuna direzione. Un fiume di gente, un’umanità complessa. Gli accenti e i dialetti creavano uno strano effetto che sapeva di universalità. Gente bloccata che non riusciva a camminare. Reazioni diverse: c’era chi spingeva, chi urlava, chi si disperava, chi provava a trovare una soluzione logica…
Al di sopra di questa umanità, si innalzava l’ombrellino arancione che mi ero portato per mostrare al mio gruppo la direzione. Spesso mi perdevano di vista, qualcuno si è perso e poi è stato ritrovato.
Forse non ce ne siamo resi conto subito, ma quell’esperienza aveva molto il sapore di un racconto battesimale, lo stesso che avevamo ascoltato poco prima entrando nel battistero di san Giovanni in Fonte, il più antico battistero paleocristiano d’Occidente che si trova nella basilica di santa Restituta, nella parte sinistra del Duomo di Napoli.

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Entrando nel battistero abbiamo avuto l’impressione di entrare in un monumento funerario, un luogo che parla di morte e di paura, la paura di perdersi appunto. Eppure, proprio entrando, siamo rimasti sorpresi da qualcosa che somigliava sì a un sepolcro, ma un sepolcro aperto: la vasca al centro della stanza guardava verso l’alto, verso la cupola in cui era dipinto un cielo stellato. L’esperienza del Battesimo è proprio questa: sapere che potevamo morire, che potevamo entrare in un sepolcro, e invece per noi si è aperto il cielo, per sempre.

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Doveva essere questa la percezione che avevano i primi catecumeni che entravano in quella stanza, nel IV secolo, per ricevere il battesimo la notte di Pasqua: la vasca era circondata da lampade, grazie alle quali la volta si rifletteva sull’acqua. In quella volta, oltre al cielo stellato, ci sono le iniziali del nome di Cristo. Così, scendendo nella vasca, il catecumeno si rendeva conto che proprio nei luoghi in cui poteva morire, incontrava Cristo. L’acqua non era più il mare che sommerge con i suoi flutti, ma quell’acqua diventava come quella dell’utero che genera.
Il catecumeno era entrato infatti dalla porta occidentale, veniva cioè dalla parte in cui il sole muore, ma sarebbe uscito dalla porta che dà verso oriente, dove la vita nuova risorge.
Per questo, uscito dalla vasca, veniva rivestito da una veste bianca, come quelle figure dipinte nei mosaici sopra la sua testa, le cui vesti sono segnate dalla I di Iesus o da una L rovesciata, simbolo della pietra angolare che è Cristo. Ora, infatti, il battezzato apparteneva al Signore Gesù Cristo.

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Colui che ha vinto la morte rende anche noi capaci di vincere non solo la morte eterna, ma tutte le paure di morte che attraversano la nostra vita: questi uomini vestiti di bianco hanno infatti in mano una corona, la stessa corona che nella volta viene posta da una mano sul nome di Cristo, è la corona della vittoria che Dio Padre consegna al Figlio, e che anche noi riceviamo per mezzo del Figlio stesso.

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Sulle pareti del Battistero, sono rievocate alcune scene che permettevano al Vescovo di spiegare cosa era avvenuto quella notte nella vita di coloro che avevano ricevuto il battesimo. Le scene rappresentate nei mosaici ancora visibili sono quelle delle donne al sepolcro che ricevono da un angelo seduto su un masso l’invito ad andare ad annunciare che Gesù è risorto. Il battesimo infatti ci mette nella condizione di annunciare l’esperienza di salvezza che noi stessi abbiamo vissuto.

La seconda immagine è la pesca miracolosa: la rete che raccoglie 153 grossi pesci, l’immagine della Chiesa, che senza differenze, accoglie tutti. Proprio attraverso il battesimo, ciascuno di noi entra a far parte della Chiesa. E ci ritroviamo insieme, seppur con differenze a volte apparentemente inconciliabili, a far perte della stessa comunità.

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La terza scena è la traditio legis, Gesù che consegna a Pietro la Parola, simbolo della consegna della Sacra Scrittura che veniva fatta al catecumeno durante il percorso quaresimale che preparava al battesimo.

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L’ultima scena visibile ne sintetizza due: una stessa donna appare infatti sia accanto a sei giare sia accanto a un pozzo. Quella donna è sia la sposa delle nozze di Cana, sia la donna Samaritana che ha avuto sei uomini, simbolo dell’infedeltà. La Chiesa in cui il battezzato sta per entrare è infatti una Chiesa che è divina come la sposa, ma è umana, cioè infedele come la samaritana. È il mistero della Chiesa che vive in questa tensione.

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Nei pennacchi della volta si trovano quattro figure, di cui solo due sono ancora visibili, che rappresentano i quattro evangelisti, ovvero la buona notizia che il battezzato è chiamato ad annunciare. Ma al di sopra delle scene che abbiamo descritto, si trova un cerchio con uno sfondo d’oro in cui sono rappresentati uccelli che si nutrono dei frutti: è un’immagine del credente che può ora nutrirsi del vero frutto che è Cristo. Uscito dal battistero, il nuovo credente accedeva infatti alla sala, dove per la prima volta partecipava al banchetto eucaristico.

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Adesso mi sembra ancor più significativo il fatto che, usciti dal Duomo, prima di affrontare l’umanità complessa e articolata di san Gregorio Armeno, siamo scesi nelle profondità della terra attraverso gli scavi della Napoli sotterranea di San Lorenzo Maggiore. La vita ci riproporne continuamente esperienze battesimali, momenti in cui incontriamo occasioni di morte, cioè di peccato, di fallimento, di delusione, di scoraggiamento. Ma a noi battezzati, Gesù ha promesso, che proprio lì, sul fondo sporco delle nostre vite, ci attende per riportarci verso la luce.

Leggersi dentro

  1. In quali luoghi sento di essermi perso?
  2. In che modo il Signore mi sta tirando fuori dai miei sepolcri?

 

22/12 – Esultare a denti stretti

scrivi la tua gioia

La vostra gioia è il vostro dolore senza la maschera. E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso fu spesso pieno delle vostre lacrime.

Kahlil Gibran, Il profeta

 

In quel tempo, Maria disse:

«L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

Lc 1,46-55

 

Sebbene posto all’inizio del vangelo di Luca, in attesa di un Gesù che non è ancora nato, il magnificat di Maria racchiude tutta la sua esperienza di madre del Salvatore.

Spesso lo immaginiamo come un  canto di esultanza, leggero e appena sussurrato dalla voce flebile di Maria. Eppure racchiude già tutto il dolore che partorirà il Salvatore del mondo. Dolore che ritornerà più vivo che mai ai piedi della croce.

Forse, più realisticamente, sono parole pronunciate a denti stretti, malamente gridate, intrise del dolore del parto, che preannuncia una gioia imminente che però ancora deve venire.

Un dolore vivo, lacerante eppure incapace di portare rancore. Un dolore che sa piuttosto di purificazione interiore che arriva a toccare l’umiltà più profonda. Ogni desiderio di prevaricazione, di violenza, di potere viene sradicato e ogni slancio di generosità, uscita da se stessi e giustizia viene valorizzato.

È così che Maria si scopre la beata fra le donne: consapevole del suo limite eppure voluta madre di Dio, che in lei ha compiuto cose grandi.  

 

  • Attraverso quali esperienze il Signore ha purificato il tuo cuore?
  • Quali momenti della vita ti sono sembrati dei parti dolorosi che hanno aperto a una gioia duratura?
  • Come ti sei scoperto/a amato da Dio?

 

p. Flavio E. Bottaro SJ

30/11- Lei è assunto!

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Sono le nostre scelte, Harry, che ci mostrano chi siamo veramente,
molto più delle nostre capacità.

Harry Potter e la Camera dei Segreti

 

In quel tempo, mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.

Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

Mt 4, 18-22

Gesù inizia la sua avventura dell’annuncio del Regno smuovendo coscienze, aggregando persone, coinvolgendo alleati e vivendo amicizie e relazioni. E nelle relazioni spesso si arriva a un punto in cui viene chiesto di identificarsi in modo privilegiato all’interno di un rapporto che prevale sugli altri. Ecco allora che anche per Andrea emerge un “subito”, l’urgenza non rimandabile di riconoscere che c’è una relazione – quella tra discepolo e maestro – alla quale consegnarsi e dalla quale lasciarsi definire.

“Lasciare tutto” per Andrea non significa semplicemente “rinunciare”, ma piuttosto mettere a disposizione di Gesù la sua esperienza e il suo bagaglio di umanità (l’essere pescatore).

In fondo è come se Gesù dicesse ad Andrea: “Carissimo amico, sono convinto che un’esperienza di vita come la tua sarebbe proprio utile e interessante nel pezzettino di Regno che stiamo cercando di costruire e di vivere insieme come gruppo che desidera occuparsi delle cose del Padre, il quale opera nella vita di tanti uomini e tante donne… Che ne pensi?”. E la festa di oggi non è altro che il risuonare della risposta di Andrea: “sì, mi interessa!”.

 

  • Ci sono relazioni su cui mi viene chiesto di “fare il punto”?
  • In che modo il dare fiducia ad altri e chiedere loro fiducia determinano il mio modo di vivere?
  • L’espressione “pescatore di uomini” che cosa può significare nel concreto della mia vita?

 

p. Iuri Sandrin SJ

20/11 – vista la vista…

Ho conosciuto il mondo senza guardare, dai tuoi occhi…

Max Gazzè

Mentre Gesù si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada.

Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse.

Gli risposero: «Passa Gesù il Nazareno!».

Allora incominciò a gridare: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!».

Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò:

«Che vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista».

E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato».

Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio.

Lc 18,35-43

Penso a tutte le volte che mi è stata raccontata la bellezza, a tutte le volte che mi son sentito spettatore della mia stessa vita… impotente dinanzi alle aspettative mie e degli altri su di me.  

Mi chiedo cosa sia accaduto, in che modo mi sia passata davanti la vita: io dov’ero? io chi ero?

La vita è pronta, disponibile. Io chiedo solo di vederla, di venire alla luce. Allora la vita si fa spazio dentro me, si realizza, i miei occhi sono i suoi occhi, il suo passo diviene il mio.

Il cieco, per amore dell’uomo e con la fede di figlio di Dio, ottiene la vista alle porte di Gerico. La vista genera vista:

grazie ad un Dio che oggi mi dice “Guarda come ti guardo!” può nascere il desiderio di guardare più in là e annunciare che oltre ogni muro ci sono ancora orizzonti raggiungibili e oltre-passabili.

Accogliere la testimonianza mi rende testimone vivo, anzitutto di me stesso, per la salvaguardia della creazione intera e per la lode del creatore.

 

  • Quando non sono riuscito a cogliere la bellezza testimoniata?
  • Qual è l’urlo del mio cuore?
  • Di quale pienezza di vita sono testimone?
Rete Loyola SJ

28/10 – Amare al plurale

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“Se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme.”  

(Proverbio Africano)

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti. 

Lc 6,12-19

Ci sono svariati modi di concepire il nostro ruolo nel mondo.

Possiamo guardare alla vita come ad una corsa ad ostacoli e passare il nostro tempo a controllare la nostra posizione rispetto agli altri atleti. Possiamo vivere con lo sguardo rivolto esclusivamente al nostro giardino e, finché questo produce i suoi frutti, non preoccuparci dei deserti che lo circondano.  Oppure possiamo sentirci parte di una famiglia i cui beni e le cui fatiche devono essere condivise con amore.

Qui il Signore ci svela il suo stile, che parte dal silenzio e dalla relazione con un Padre che non fa mancare la Sua presenza ed accoglie tutti. Da questo abbraccio di tenerezza, scaturisce una dinamica di vita per chi lo incontra: la scelta degli apostoli, le guarigioni dalle malattie fisiche e spirituali, l’annuncio del Regno.

Ogni sua azione e parola trovano origine in un bene più grande.

Non si può donare ciò che non si è ricevuto; non si può ricevere, senza restituire.

La vera guarigione passa da un cuore capace di amare perché l’amore è sempre declinato al plurale.

 

  • Qual è il tuo stile?
  • Quando ti sei sentito scelto?
  • Da dove passa la tua guarigione?

 

RETE LOYOLA BOLOGNA

21/11 #MATERNITA’

MATERNITÀ: come Maria, donatori di vita

Quel che resta insostituibile della madre è la testimonianza che può esistere ancora, nel nostro tempo, una cura che non sia anonima, una cura che ami il particolare più particolare del soggetto. Massimo Recalcati

Mt 12,46-50

In quel tempo, mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».

“Perché, o carissimi, badate bene: anche voi siete membra di Cristo, anche voi siete corpo di Cristo. Osservate in che modo lo siete, perché egli dice:«Ecco mia madre, ed ecco i miei fratelli» (Mt 12,49). Come potrete essere madre di Cristo? Chiunque ascolta e «chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50). Quando dico fratelli, quando dico sorelle, è chiaro che intendo parlare di una sola e medesima eredità. Perciò anche nella sua misericordia, Cristo, essendo unico, non volle essere solo, ma fece in modo che fossimo eredi del Padre e suoi coeredi nella medesima sua eredità”. Agostino d’Ippona

 

 

13/11IL #FINE e non LA FINE

IL FINE e non La FINE: perdersi nell’amore

per ritrovarsi insieme

 

Ciò che conta è la vita attuale: il destino del singolo e di tutta la creazione si gioca nel momento presente, senza il quale futuro e passato sono vuoti. P. Silvano Fausti

Lc 17,26-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:«Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti. Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà. In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva. Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata». Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».

Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva.

Riassunto dell’ insegnamento e della storia di Gesù: per noi ha dato tutto per amore.

Questo detto è chiave di discernimento e criterio di azione.

L’uomo si perde perché, mosso dall’egoismo, cerca di salvarsi.

Si salva se, mosso dallo Spirito di Cristo, sa perdersi per amore.

Ecco che qui non si parla tanto della fine del mondo, ma di quale sia il fine del mondo. Se vissuto questo fine, siamo già nella vita eterna.